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23 Novembre Nov 2018 1029 23 novembre 2018

Tra Kenya e Somalia, l’area a rischio del Corno d’Africa dove è stata rapita Silvia Romano

Su il Sole 24 Ore Andrea Bianchessi - Regional manager AVSI in Kenya, Somalia, Burundi e Rwanda - racconta cosa succede nell'area tra Kenya e Somalia dove è stata rapita l'operatrice Silvia Romano. AVSI lavora con i profughi somali nel campo di Dadaab dal 2009 e dal 2018 in Somalia con un progetto di emergenza sostenuto da AICS a sostegno delle famiglie rientrate nel paese d'origine.

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di - Il Sole 24 ORE

In Kenya è in corso una “caccia all'uomo” alla ricerca dei rapitori della volontaria milanese Silvia Costanza Romano – 23 anni – sequestrata nella serata di martedì 20 novembre da un gruppo di persone armate nella contea di Kilifi, nel villaggio di Chakama. Le ricerche, secondo quanto riporta il sito Voice of America citando il vicegovernatore della contea di Kilifi, Gideon Sabuti, interesserebbe la zona del rapimento e anche le contee limitrofe «su fino ai confini» con la Somalia.

Il commando che ha rapito Silvia Costanza Romano – operatrice della Ong italiana Africa Milele onlus di Fano – sarebbe stato composto da almeno tre persone: «I tipi che si sono avvicinati alla zona erano tre somali: due con armi da fuoco e uno senza», ha riferito sempre a Voice of America il testimone oculare Chirchill Otieno Onyango.

Il rischio Al Shabaab

Non ci sono conferme ufficiali, ma il timore è, quindi, che a sequestrare la giovane cooperante possa essere stato un gruppo legato alla formazione jihadista di Al Shabaab, non nuova ad attentati e sequestri anche in Kenya.

«Il Corno d'Africa resta spesso nel cono d’mbra dei media occidentali, e si conosce poco della reale situazione, che resta gravemente instabile» spiega Andrea Bianchessi, Country representative in Kenya e Somalia per Fondazione AVSI. «La Somalia sta all’origine di questa situazione di crisi protratta, che rende molto difficili i rapporti con il vicino Kenya – spiega Bianchessi –. Dal 1991, anno della caduta del governo di Siad Barre, il paese si trova ad affrontare una grave crisi interna: di fatto non esiste uno stato centrale con un controllo effettivo del territorio. Oggi il paese si divide tra i 5 stati della Repubblica federale della Somalia e il Somaliland che si dichiara stato autonomo. Il governo centrale riesce ad avere un controllo sulle grandi città e gli aeroporti ma il resto del territorio è in mano ai miliziani di Al-Shabaab».

I precedenti drammatici

Dal 2007 inoltre 20mila soldati della missione dell’Unione africana (Amisom) si trovano sul territorio somalo nelle zone a sud del paese con lo scopo di assicurare sicurezza e pace. «Proprio questa missione sostenuta anche dal Kenya – sottolinea Andrea Bianchessi – ha portato il gruppo di Al-Shabaab a realizzare gli attacchi terroristici degli ultimi anni, come la strage di Garissa e l’attacco al Westgate, centro commerciale nel centro di Nairobi».

Il protocollo di prudenza e sicurezza

Fuori dai villaggi turistici, insomma, la situazione non è esattamente idilliaca. Come sottolinea ancora il responsabile di Fondazione AVSI per Kenya e Somalia: «Lavorare come cooperante qui è tanto affascinante quanto richiede conoscenza e prudenza. L'aspetto più importante da tenere sempre a mente è l’analisi del contesto. Si può lavorare bene e ottenere grandi risultati di sviluppo per le popolazioni di questi paesi ma non deve mai venire meno la professionalità e la conoscenza del territorio - chiarisce Bianchessi –. La cooperazione è un lavoro spesso da realizzare in contesti avversi o molto difficili quindi come ogni mestiere ha delle regole e delle procedure ben precise da seguire. Se si opera in uno slum non si può ignorare il coprifuoco nelle ore buie, oppure se si realizzano progetti in un grande campo profughi come Dadaab non si può pensare di andarci senza telefoni satellitari o guidati dalla scorta».

Quattordici arresti

Nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi una vasta operazione di polizia ha portato a 14 arresti: la notizia è stata diffusa dal quotidiano Kenyano Daily Nation e confermata da fonti della polizia di Malindi che ha fatto riferimento all’area di Chakama e Galana-Kulalu. Circa il rapimento della 23enne Romano, il sito Kenyano riferisce che quando gli uomini armati hanno sferrato l’attacco «martedì notte» la volontaria «era andata a prendere una batteria».

Pericolo mai completamente prevedibile

Andrea Bianchessi sottolinea come, a livello di sicurezza, un altro «aspetto molto importante è coordinarsi con le realtà che operano sul territorio come le altre ong o l’ambasciata, quindi stare all’interno di un network e seguire le stesse regole di sicurezza. Da ultimo ma non meno rilevante è l’importanza del rapporto con la popolazione locale che permette una maggior sicurezza e conoscenza del contesto ma anche un raggiungimento più rapido e duraturo degli obiettivi nei differenti progetti. Poi il pericolo non è mai tutto prevedibile e controllabile, e noi ci abbiamo a che fare tutti i giorni».

L’apprensione in Italia

Quello di Silvia Romano è «il primo rapimento di un non-locale» in Kenya dopo la serie di sequestri compiuti nel 2011 e 2012: lo ricorda il sito di Voice Of America. Queste sono ore di ansia anche in Italia: «Non condivideremo nessuna informazione finché Silvia non sarà a casa - dice Giulia Romano, sorella maggiore di Giulia - e vi preghiamo di smetterla di cercare di contattarci».

«Ho sentito il padre e la sorella – racconta il sindaco di Milano Giuseppe Sala –, poi giustamente la Farnesina ha chiesto di rimanere in silenzio in queste fasi delicate e così farò». Mentre sul fronte della Onlus per la quale opera Silvia Romano, Daniela Galanti, socio consigliere di Africa Milele, afferma: «La preoccupazione rimarrà finché non avremo notizie sul fatto che Silvia sta bene». Galanti poi aggiunge sul sequestro: «Mi ha sorpreso perché Chakama è un posto tranquillo non è mai successa una cosa del genere: nessuno se l’aspettava, altrimenti non avremmo mandato giù persone se ci fossero stati dei rischi. Vogliamo solo che torni a casa, tranquilla... poi vedremo il resto».

Un campo profughi con 230mila persone

Quando analizza il contesto dell’area Andrea Bianchessi lo fa con un’esperienza di 4 anni alle spalle, sia in Kenya sia in Somalia. AVSI opera, tra l’altro, nella zona in cui sorge l’enorme campo profughi di Dadaab (dove AVSI è presente dal 2009). «Lavoriamo a un progetto di emergenza che stiamo realizzando con i fondi della cooperazione italiana (Aics) per sostenere le famiglie rientrate, fornendo beni di prima necessità, dall’acqua all’alimentazione. Siamo potuti intervenire in Somalia grazie al rapporto con l’attuale direttore del ministero dell’Educazione del Jubaland, che un tempo era stato rifugiato a Dadaab ed era divenuto insegnante proprio grazie a corsi di formazione realizzati nel campo da AVSI con fondi della cooperazione italiana».

Istruzione come arma contro il fondamentalismo

Nel campo, come ricorda Bianchessi, AVSI «ha formato circa 2.000 docenti e ristrutturato e costruito 327 nuove classi, in collaborazione con partner istituzionali e locali. L’educazione è il canale che ci ha portato dal Kenya anche in Somalia, e si conferma come la condizione necessaria anche per formare una classe dirigente capace di portare avanti processi sostenibili e duraturi di sviluppo, e quindi di contrasto alla deriva violenta e ad azioni di gruppi di terroristi».

Oggi a Dadaab vivono 230mila persone nel 99% dei casi somale. Un anno e mezzo fa erano circa 350 mila, poi con i rimpatri assistiti, un alto numero di persone (circa 70mila) ha deciso di tornare a casa, in Somalia, ed altri si sono spostati in altre zone del Kenya. «La realtà di questo enorme campo profughi rimane molto dura e complessa ma – precisa Andrea Bianchessi –, come ci dimostrano i casi degli insegnanti da noi formati e poi rientrati in Somalia, esistono delle vie concrete per avviare processi di vero sviluppo».

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