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5 Maggio Mag 2016 1904 05 maggio 2016

L'attrattiva di un viaggio triste. Il Papa tra i profughi di Lesbo

"Andiamo ad incontrare la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale", ha annunciato il Papa alla vigilia della sua visita a Lesbo. Ma a quali condizioni un gesto particolare di solidarietà nel bisogno è capace di farsi carico di urgenze e problemi di dimensioni mondiali?

di Gilfredo Marengo
In volo verso Lesbo il Papa ha confidato il suo stato d’animo: «Questo è un viaggio segnato dalla tristezza, questo è importante. E’ un viaggio triste». Le immagini di quella giornata hanno documentato una tristezza che ha segnato quasi fisicamente la sua persona: l’affettuoso gioco di sguardi tra Francesco e i profughi è diventato il tramite attraverso il quale egli è sembrato prendere su di sé la sofferenza dipinta sui loro volti.L’eloquenza del gesto è stata così immediata da imporsi nella sua originaria evidenza.
Per questi motivi è utile sgombrare il campo da tutto quanto può fare velo al lasciarsi provocare da questo gesto del Papa: è riduttivo intenderlo come un “buon esempio” o catalogarlo tra le tante occasione nella quali Francesco ama sorprendere con iniziative e modi di comunicazione che, a prima vista, sembrano estranei ai profili alti della sua figura istituzionale.
Altrettanto improvvido sarebbe analizzare, con un pizzico di supponenza, parole e gesti imputando loro di non essere frutto di un’analisi e un progetto, in grado di sviluppare una strategia adeguata ai problemi in campo. Infine converrà evitare che un certo modo di procedere, apparentemente anti-istituzionale, venga ricondotto ad certa sensibilità quasi “antagonista” o “populista”, come oggi alcuni critici del Papa amano dire, richiamando le sue origini argentine.
Gesti così carichi di senso provocano ad immedesimarsi: ciò accade se si fa la fatica a coglierne tutte le dimensioni. In questo «viaggio un po’ diverso dagli altri» Francesco ha espresso un doppio registro: la condivisione appassionata di una situazione particolare e la consapevolezza della sua portata universale («andiamo ad incontrare la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale»).
Si tratta, allora, di capire dove sta collocato il punto di unità tra questi due registri. Detto diversamente: a quali condizioni un gesto particolare di solidarietà nel bisogno è capace di farsi carico di urgenze e problemi di dimensioni mondiali? Rispondere a questo interrogativo conduce immediatamente al primato misterioso della Carità. Essa è la forma con la quale il cristiano, prendendo su di sé la vita del fratello, testimonia e – soprattutto - realizza che quella vita è da sempre abbracciata e redenta da Cristo.
Per questa ragione ogni singolo atto di carità possiede sempre una dimensione e una portata universali: compierlo è molto di più che tappare una piccola falla tra le mille aperte nel tessuto lacerato del nostro mondo. Nel medesimo tempo – come ha suggerito il Papa ricordando che «siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te» - solo la coscienza dell’essere accomunati in un unico destino mobilita la libertà e permette di riconoscere che l’insensibilità al dolore del fratello è trascuratezza di sé, infedeltà alla propria statura umana.
Così in ogni singolo atto di carità si rivela la sua dimensione universale: tale atto è per tutti proprio perché abbraccio tutto l’umano, secondo una misura che ognuno può ricevere solo come grazia.