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14 Luglio Lug 2015 1212 14 luglio 2015

Legge 125: ONG e imprese devono imparare a cooperare. Intervista a G.Silvestri su Vita

Con la Legge 125, il settore privato è chiamato a svolgere un ruolo di primo piano nel cooperazione allo sviluppo. Uno scenario che incute non pochi timori tra le ONG, ma non tutte. Forte della sua esperienza, AVSI accoglie positivamente il coinvolgimento delle imprese nella lotta contro la povertà e la protezione dell’ambiente. “Ma bisogna rimanere vigili e imparare a dialogare con il mondo imprenditoriale”, sostiene il Segretario generale di Fondazione AVSI, Giampaolo Silvestri.

Con la legge 125, il settore privato è destinato ad assumere un ruolo importante nella cooperazione allo sviluppo. E’ una svolta positiva per le ONG?

Da una decina d’anni il nostro rapporto con il mondo imprenditoriale è andato via via intensificandosi e riteniamo che il legame tra business e tematiche sociali come i diritti umani sia abbastanza centrale poiché le imprese sono ormai un soggetto di cooperazione. Con esse è possibile stabilire delle partnership con risultati positivi. E’ chiaro che devono capire quali siano i bisogni e le aspettative delle comunità, e in questo senso le ong internazionali e locali possono svolgere il ruolo di copertura della distanza tra l’infrastruttura e il bisogno della comunità. Nello stesso tempo occorre che l’impresa capisca il valore aggiunto da questa collaborazione. Credo che imponendo il rispetto di certe regole, sebbene giuste, questo processo non possa essere vissuto in maniera partecipata, credo che sia invece centrale che l’impresa capisca quali siano i vantaggi della collaborazione con le ong e dal realizzare interventi sociali che abbiano un impatto sulla comunità dove l’impresa opera. La nostra esperienza in Brasile con la FIAT, con Enel in altri paesi dell’America Latina, con le piccole e medie imprese in Uganda nell’ambito dell’agricoltura ci dicono che se è l’impresa punta sulle tematiche sociali, ne trae vantaggio con ricadute positive tutta la comunità.

Oggi la società civile italiana nel suo insieme è pronta a un vero dialogo con le imprese o il caso di Avsi è un caso isolato?

Siamo in una fase di cambiamento: le imprese hanno cominciato a capire che può esserci un vantaggio a collaborare con la società civile. In Italia abbiamo soprattutto piccole e medie imprese è questo da un certo punto di vista rappresenta un ostacolo. In generale, le ong e la società civile in senso più ampio hanno cominciato a capire che anche le imprese possono dare un contributo positivo, ma siamo solo all’inizio di un percorso. Bisogna guardarsi dritto negli occhi ed avere meno pregiudizi da una parte e dell’altra, sedersi attorno a un tavolo e vedere tutte le potenzialità esistenti.

La nuova legge sulla cooperazione favorisce questo dialogo?

Sì, poiché i tre pilastri sono la creazione di un’agenzia, di una banca di sviluppo ed appunto il ruolo delle imprese. La legge dice che le imprese sono soggetti di cooperazione, creando però solo un’architettura, che ora andrà riempita di contenuti. Adesso siamo nella fase in cui iniziano ad uscire i primi regolamenti, è stato nominato il Consiglio Nazionale per la cooperazione allo sviluppo, che oltre alla presenza di tutta la società civile – tra cui anche Vita – include anche rappresentanti del mondo imprenditoriale. Adesso dovrebbe uscire il secondo regolamento che è quello che crea lo statuto dell’agenzia per dare via alla fase operativa. La legge è buona, perfettibile ma in questo momento non si poteva fare di meglio, e crea le condizioni, ora si tratta di dare dei contenuti.

Ci sono le risorse umane da entrambe le parti per raccogliere questa sfida comune?

Fortunatamente in Italia ci sono molti giovani che si interessano di cooperazione e secondo me la vera speranza sono loro. Le generazioni più anziane potrebbe certamente dare spazio ai giovani che hanno fatto master, esperienze all’estero nelle ong, attraverso i programmi di volontariato delle Nazioni Unite come UNV e JPO, etc.

Qui a Bruxelles si punta molto sul blending, sebbene la Corte dei Conti Europea in un rapporto pubblicato a fine 2014 abbia osservato criticità sia nei meccanismi di approvazione dei progetti che nell’effettiva efficacia degli stessi. Tra i progetti più controversi è emerso un progetto ambientale realizzato in Messico da ENEL. In quello che è il vostro percorso, che evoluzione avete visto rispetto alle tematiche sociali ed ambientali laddove ENEL va ad operare?

Noi lavoriamo con ENEL soprattutto in Brasile ed in Perù, in programmi di accesso all’energia elettrica per i quartieri più disagiati. Le compagnie elettriche in questo caso hanno un interesse perché acquisiscono dei clienti, noi però in questo modo riusciamo anche a portare una serie di servizi legali e sanitari a popolazioni che altrimenti non ne potrebbero usufruire. C’è quindi un valore aggiunto. Solo ora aziende come ENEL cominciano a capire la positività di queste attività. E’ un processo lungo poiché deve prima di tutto cambiare la mentalità delle persone. Sulla carta, le grandi imprese dispongono già di tutte le politiche adatte a lavorare come attori di cooperazione, il problema è che devono poi essere implementate da chi lavora, e non sempre in queste imprese si riesce a capire che si può avere un vantaggio anche lavorando "per e con i poveri”.

Ci sono dei percorsi formativi interni alle imprese?

Sì, la strada è quella giusta ma il processo è ancora lungo.

Contrariamente alle multinazionali, le piccole e medie imprese non sembrano armate per lavorare nei Paesi del Sud del Mondo. Esistono strumenti che le consentono di affacciarsi su queste nuove realtà di cooperazione?

E’ molto più difficile perché come da lei sottolineato le piccole e medie imprese sono meno abituate ad andare all’estero, in particolar modo nei paesi in via di sviluppo, e non sempre hanno la necessaria sensibilità culturale per comprendere il contesto. In ogni caso, hanno un enorme potenziale giacché nel contesto italiano questo tipo di impresa ha un grande impatto sociale, che se venisse replicato nei paesi in via di sviluppo avrebbe un impatto migliore delle grandi imprese. Ma i tempi però non sono ancora maturi.

Quali sono le attese di AVSI rispetto al ruolo della cassa depositi e prestiti?

Pensiamo che possa avere un ruolo positivo poiché mette in campo molte risorse. Finanzierà progetti che dovranno avere un impatto sociale, economico ed ambientale che dovrà essere dimostrato e che dovrà essere realizzato attraverso la società civile. Se la CDP agirà davvero in questo modo, sarà una grande realtà, se invece finanzierà progetti di business puro, ovviamente non saremo entusiasti. La legge impone nero su bianco dei vincoli, quali appunto l’impatto socio-ambientale da raggiungere, ma come tutte le leggi contiene affermazioni di principio di cui si dovrà poi verificare la declinazione operativa.

Avete informazioni rassicuranti in questo senso?

Ci sembra che la CDP stia lavorando in questa direzione e che da questo punto di vista possa contare su risorse umane sensibili a queste tematiche per cui pensiamo che si possano ottenere dei risultati positivi.

di Joshua Massarenti