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3 Giugno Giu 2019 1050 03 giugno 2019

Il Piano Marshall per l'Africa? Il sistema Italia ci guadagnerebbe. (Ditelo a Salvini)

Giampaolo Silvestri, segretario generale AVSI, spiega la nostra proposta in un'intervista su Vita

C18

di STEFANO ARDUINI - Vita


L'ultimo sollecito l'ha inviato nei giorni a cavallo delle elezioni europee. Destinatario: il professor Alessandro Amadori consigliere per l'analisi politica ed economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri (presso l'ufficio del vicepresidente Matteo Salvini). Oggetto: Piano Africa.

«Sono una persona molto tenace», esordisce Giampaolo Silvestri, segretario generale di Avsi, storica ong italiana con un bilancio aggregato da circa 65 milioni di euro e 169 progetti distribuiti in 31 Paesi del mondo «e anche se l'Africa sembra scomparsa dai radar della politica io non desisto».


Il segretario generale di Avsi rilancia la sfida. Salvini? «Dopo tanti proclami sembra essersi dimenticato l'Africa. Eppure il Piano converrebbe anche a lui». Le ong? Capacità di lavorare fianco a fianco con le pmi»


Cosa ha scritto al consigliere di Salvini?

Che se il signor ministro facesse una conferenza stampa dicendo che ha deciso di stanziare 500 milioni per un piano in Africa, l'opinione pubblica cattolica e non solo quella apprezzerebbe molto. Perché sarebbe un'iniziativa di un politico non "buonista" che pragmaticamente dimostrerebbe di aver compreso che intervenire in quel Continente è nell'interesse dell'Italia.


In effetti fino a qualche mese fa Salvini parlava apertamente di piano Marshall per l'Africa, poi è calato il sipario. Come se lo spiega?

Sì, giravano diverse bozze: c'è stato un momento in cui sembrava che il Governo fosse sul punto di stanziare i fondi. Del resto Amadori è stato preso proprio per lavorare a quel piano. Forse a un certo punto hanno pensato che elettoralmente parlare di Africa non pagasse. È una spiegazione molto semplicistica, me ne rendo conto: sta di fatto che la cosa è morta lì.

Ci spiega perché invece lei pensa che in Africa bisogna andarci e anche presto?

Quello è un continente in grandissima espansione. Se prendiamo i primi dieci Paesi per tasso di crescita, oltre la metà sono africani. Nel 2030 la Nigeria sarà il terzo Stato al mondo con 350 milioni di abitanti. È un continente in fermento da cui però la gente vuole andare via e l'Europa è lo sbocco naturale. L'Italia e prima ancora l'Europa quindi non possono non porsi il problema. Ma devono porselo nel modo corretto. Il tema non è cosa fare per l'Africa, ma cosa fare con l'Africa. Gli africani non ci chiedono più aiuti, ci chiedono partnership. Servono investimenti e servono imprese che investano. Io vedo tre settori target: l'agricoltura perché in Africa si trovano terreni fertilissimi ancora inesplorati, l'energia rinnovabile, c'è tantissima gente che ancora oggi vive senza elettricità e l'educazione, perché di pari passo allo sviluppo economico occorre favorire la nascita di una nuova classe dirigente.

Quante risorse servono?

In bilancio per l'anno corrente abbiamo uno stanziamento di 1,3 miliardi per l'accoglienza dei migranti. Il crollo degli arrivi e l'abbassamento delle rette produrrà un risparmio che Carlo Cottarelli ha quantificato da un minimo di 400 a un massimo di 900 milioni. Le risorse si possono prendere da qui: si potrebbe partire con 500 milioni.

La leva pubblica è necessaria o si può partire anche senza?

L'Italia nel 2017/18 è stato il terzo investitore mondiale in Africa, dopo Cina ed Emirati arabi uniti. Certo big come l'Eni pesano molto e l'obiettivo principale dell'Eni è trovare petrolio. Ma è altrettanto vero che sempre di più anche un colosso di quelle dimensioni è interessato nel contempo a promuove progetti di sviluppo. Se lei mi chiede se l'Eni ha bisogno della leva pubblica, la risposta è: "Certamente no". E lo stesso discorso vale per l'Enel che in Africa sta investendo in energia rinnovabile. Ma il modello di intervento italiano non può essere quello delle grandi multinazionali. La chiave del piano Marshall dovrebbe essere quella di spingere le nostre pmi ad andare a lavorare in quel mercato. Perché sono queste le dimensioni che meglio si attagliano al tessuto dell'economia informale africana. È in questa dinamica che il ruolo dello Stato diventa cruciale.

In che modo?

Le modalità possono essere molteplici: da incentivi fiscali a un sistema di garanzie da studiare con la Cassa depositi e prestiti. Io dico: ragioniamoci.

In questo quadro quale lo spazio per le ong? Non si rischia di "violentarne" la natura?

Lo accennavo poc'anzi: educazione e formazione professionale sono due temi cruciali in cui le organizzazioni non governative possono giocare una partita importante. Il secondo asset riguarda il rapporto con le imprese. Di fronte a un'impresa che decide di investire in Africa le ong possono offrire un menu di "servizi" essenziali: conoscenza del territorio e del tessuto socio-economico locale, rapporti istituzionali, possibilità di generare non solo un impatto economico, ma anche impatto sociale. L'Africa è un continente enorme. Spesso le istituzioni sono fragili e la corruzione è dilagante. Poi ci sono Paesi come l'Uganda, il Kenya, il Mozambico o la Costa d'Avorio in cui sta nascendo una società civile. Occorre conoscere le dinamiche e sapere con chi si ha a che fare. Dentro questo modello le ong devono certo cambiare modalità di approccio, ma senza che questo stravolga la loro vocazione. Pensi al tema dell'energia. Se in alleanza con un'impresa italiana che produce energia pulita riuscissimo a portare l'elettricità dove non c'è, questo genererebbe business (tavole calde, ristoranti, piccole industrie tessili e via dicendo), ma darebbe ai ragazzi anche la possibilità di studiare nelle ore di buio. Con un impatto sui tassi di scolarizzazione importantissimi.

Lei parla di una via italiana alla cooperazione in Africa. Come si stanno comportando invece i nostri competitor?

Per alcuni Paesi, penso a Inghilterra, Francia, Germania e Olanda, la cooperazione ha un ruolo molto più strategico di quello che ricopre da noi. I francesi per esempio hanno ben chiaro il ruolo che possono ricoprire le aziende. Olandesi e inglesi hanno un approccio più politico. In generale questi Paesi riescono a fare sistema molto meglio di noi. L'Italia però ha un vantaggio competitivo potenzialmente decisivo: il numero e la qualità di tantissime piccole e medie imprese, che è quello che cercano gli africani. Pensi che cosa significherebbe per la nostra economia poter avere accesso a un mercato di oltre un miliardo di potenziali consumatori.

Salvini, come prima di lui Renzi, faticano però a passare dalle parole ai fatti...

Sul lungo periodo la retorica cattivista, come quella buonista, non paga. Il tema vero è l'Africa. E prima o poi i conti con l'Africa dovremo farli.

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