Come trasformare la mobilità umana in un’opportunità reale di integrazione lavorativa? È stata questa la domanda al centro di “Milano. Una città che coopera”, l’incontro che si è tenuto martedì 14 aprile a Palazzo Marino, promosso da AVSI con il patrocinio del Comune di Milano.
L’evento, che anticipa il confronto sulle politiche di sviluppo sostenibile che proseguirà nelle prossime settimane con Coopera 2026, ha riunito istituzioni italiane e internazionali, organizzazioni, università e imprese per condividere esperienze e modelli di accoglienza e integrazione. (Qui il programma e gli speaker).
In apertura, il Sindaco Giuseppe Sala ha sottolineato il ruolo delle città come luoghi in cui affrontare concretamente le sfide della mobilità umana, tenendo insieme bisogni, tensioni e soluzioni. "Milano è una città aperta al cambiamento, con un sistema di valori che riconosce nell’accoglienza un elemento centrale. Una risposta è possibile quando si costruiscono partnership tra attori diversi, come quella che noi abbiamo con AVSI."
Patrizia Savi, Presidente di Fondazione AVSI, ha aggiunto che "servono politiche pubbliche e canali adeguati, ma anche una mobilitazione reale della società civile e del privato. L’educazione – che è all’origine del nostro impegno – resta il filo che unisce tutto: è lì che si costruisce una cultura dell’accoglienza, dell’integrazione e della pace".
Marco Romiti, Capo Ufficio VI della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, MAECI, ha sottolineato come la mobilità umana possa essere una risorsa: "La Legge 125/2014 riconosce e valorizza il contributo essenziale degli enti territoriali nell’individuare bisogni e promuovere eccellenze. Tutto si inserisce pienamente nell’orizzonte dell’Agenda 2030, dove il Goal 17 ci ricorda che le alleanze sono decisive per raggiungere risultati duraturi."
Non solo accoglienza, anche integrazione
Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia.
Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.
Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.
In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, responsabile dei Progetti di AVSI for Community, centro multiservizi di AVSI a Milano che ha l'obiettivo di superare la logica della sola presa in carico di migranti e rifugiati per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.
Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.
Ha chiuso il panel Sergio Rossi, Direttore Generale, FORMAPER, azienda speciale della Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, che ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo. Grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale, in due anni sono state formate circa 400 persone e oltre 200 hanno trovato lavoro.
Co-programmare: istituzioni, società civile e imprese
L'elemento centrale del secondo panel è stato il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato.
Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come “città che coopera”: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.
Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità di avere una mobilità equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli, Direttore Cooperazione Internazionale, Ministero del Lavoro e della Formazione Professionale in Tunisia, servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo.
Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, Direttore Dipartimento Protezione Sociale, Ministero dello Sviluppo Sociale in Brasile, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.
In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese, Direttore Programmi Europa di Talent Beyond Boundaries, corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.
Il settore privato a sostegno della migrazione regolare
Nel terzo panel si è evidenziato come il coinvolgimento del settore privato sia un elemento sempre più decisivo per la gestione della mobilità umana.
Nell'integrazione, le imprese non sono solo destinatarie di politiche, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni, Country Manager di Gi Group Holding Italia, il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione e richiede processi coordinati e strumenti adeguati che tengano conto delle esigenze del mercato.
Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.
Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi condivisi tra imprese e territorio.

Un percorso che mette al centro la persona
I casi presentati, dall’Italia, al Brasile e alla Tunisia, hanno documentato bene come la mobilità umana sia un fattore di crescita e sviluppo.
L'evento è stato un momento di ascolto reciproco da cui è emersa l'importanza di costruire percorsi multistakeholder che, coinvolgendo istituzioni, società civile, università e imprese, promuovano sempre la dignità della persona e favoriscano lo sviluppo sostenibile delle comunità di appartenenza.
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