“Milano. Una città che coopera”: percorsi di integrazione tra co-programmazione e ruolo delle imprese

Istituzioni, università, imprese e società civile a confronto su integrazione e canali regolari: co-programmazione, diritti e lavoro.

Paesi Italia
Data 15.04.2026

Milano, 14 aprile 2026 – Come trasformare la mobilità in un’opportunità reale di integrazione lavorativa? È questa la domanda al centro di “Milano. Una città che coopera”, l’incontro promosso a Palazzo Marino in collaborazione con il Comune di Milano, che ha riunito istituzioni, società civile, mondo accademico e settore privato.

Non solo accoglienza, anche integrazione

Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia.
Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.

Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.

In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, Responsabile Progetti di AVSI4Community, che si è dato come obiettivo quello di superare la logica della sola presa in carico per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.

Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.

A chiudere il panel, Sergio Rossi ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo: in due anni, circa 400 persone formate e oltre 200 inserimenti lavorativi, grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale. Un dato che conferma come il lavoro sia una leva concreta nei processi di integrazione.

Co-programmare: istituzioni, società civile e imprese 

Un secondo elemento centrale riguarda il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato.

Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come “città che coopera”: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.

Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità che la mobilità sia equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli (Tunisia), servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo.

Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.

In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese (Talent Beyond Boundaries), corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.

Il settore privato a sostegno della migrazione regolare

Il coinvolgimento del settore privato emerge come un elemento sempre più decisivo.

Le imprese non sono solo destinatari di politiche di integrazione, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni (Gi Group Holding Italia), il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione, ma richiede processi coordinati e strumenti adeguati per rispondere in modo efficace alle esigenze del mercato.

Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.

Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano contribuire a rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi accompagnati e condivisi tra imprese e territorio.

Un percorso che mette al centro la persona

Il confronto ha restituito una consapevolezza comune: l’integrazione non è un esito automatico, ma un processo che richiede tempo, strumenti e responsabilità condivise.

Trasformare la mobilità in un’opportunità significa costruire percorsi che tengano insieme diritti, lavoro e relazioni, valorizzando il contributo di tutti gli attori coinvolti.

In questa prospettiva, l’integrazione è un percorso che si realizza nell’incontro tra le persone e i contesti in cui vivono: un cammino che richiede accompagnamento, alleanze e uno sguardo capace di riconoscere, in ogni persona, una risorsa per la società.