Da Addis Abeba la provocazione italiana a Bruxelles

Dalla capitale africana, dove si svolge il Summit Italia-Africa, una riflessione per il Corriere della Sera da parte del Segretario Generale Giampaolo Silvestri sulla provocazione che l’Italia può lanciare all’Europa sul tema dello sviluppo e della cooperazione internazionale.

Data 13.02.2026
Autore Giampaolo Silvestri, segretario generale di AVSI, per Il Corriere della Sera

Un traguardo e, insieme, una nuova linea di partenza: il Summit Italia Africa, in corso oggi ad Addis Abeba, è uno snodo che nel contesto attuale assume rilevanza particolare. L’Italia arriva nella sede dell’Unione Africana forte di un percorso non randomico di accordi con diversi paesi africani, e da qui può ripartire con proposte valide per l’intero sistema italiano, ma anche per l’Unione Europea, chiamata ora a scrivere il nuovo quadro finanziario pluriennale 2028-2034.

Questo summit si colloca infatti a due anni dal lancio del Piano Mattei, iniziativa politica che ha mobilitato diversi soggetti (istituzioni, università, regioni, imprese e società civile) nella ideazione e realizzazione di progettualità innovative per dimensioni e capacità di impatto e che ha portato la relazione Italia-Africa su un piano alternativo rispetto ai poli contrapposti degli afro-entusiasti (“l’Africa è un mercato sterminato da occupare") e gli afro-pessimisti (“l’Africa non ce la farà mai”).

In particolare l’anno scorso sono stati avviati progetti di cooperazione allo sviluppo di grandi dimensioni, costruiti secondo criteri che favoriscono la co-programmazione tra organizzazioni della società civile, imprese e governi e che sono in grado di innescare sviluppo su larga scala (basti citare un progetto in Costa d’Avorio, finanziato dalla Cooperazione Italiana, che coinvolge 800 scuole e condurrà a una riforma del sistema scolastico nazionale). Certo, tali programmi andranno monitorati e valutati, per assicurare a chi paga le tasse che i soldi pubblici sono spesi con trasparenza, ma costituiscono dei casi emblematici che possono influenzare anche la UE.

Auspichiamo che le esperienze che si ricapitolano oggi ad Addis Abeba possano ispirare delle raccomandazioni chiare per chi stabilirà come e quanti fondi la UE investirà nei prossimi anni: in questo momento critico, di crisi cronicizzate e di disimpegno di importanti donatori dall’aiuto pubblico allo sviluppo, la UE non può permettersi di ritirarsi rispetto al suo impegno identitario verso gli obiettivi dei suoi trattati fondamentali, che includono l'eliminazione della povertà e la promozione dello sviluppo umano e sostenibile. Al contrario è chiamata a rilanciare il suo ruolo sulla scena globale tutelando i suoi valori. Qualche lezione la può apprendere appunto dall’Italia: con il Piano Mattei – che non è riducibile a una stagione politica, ma dovrà durare nel tempo per portare i suoi frutti – il nostro paese sta concretamente dimostrando che investire in educazione, sanità e coesione sociale è parte integrante di ogni investimento che punti a uno sviluppo economico o infrastrutturale duraturo. Corridoi, impianti, reti stradali e ferroviarie insistono in aree dove vivono persone e comunità che vanno coinvolte attivamente nelle scelte che si compiono. 

L’alternativa è illudersi di rincorrere cinesi o altre potenze in espansione in Africa, mentre invece si creano sacche di nuove povertà e instabilità. Il negoziato per il nuovo quadro finanziario pluriennale europeo si pone come momento favorevole per ribadire questo approccio che valorizza lo sviluppo umano integrale e sostiene le organizzazioni che lo implementano. Il sistema Italia ha in mano questo soft power efficace e buone pratiche da condividere. Tra queste in primis quei progetti di cooperazione che, quando sono costruiti co-programmando attorno al pilastro della tutela della dignità della persona, ottengono successo e sono generativi di uno sviluppo che non lascia indietro nessuno.

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