Nel Sud del Libano, nonostante il cessate il fuoco dichiarato, i bombardamenti continuano, svuotando i villaggi e impedendo a molte famiglie di rientrare nelle proprie case e nei terreni agricoli. A Marjayoun, la vita quotidiana è segnata da continui sfollamenti, strade bloccate e dalla perdita dei mezzi di sussistenza che per anni hanno sostenuto l’area.
Per bambini e caregiver, l’impatto della guerra è immediato: le scuole restano chiuse per lunghi periodi, i divari nell’apprendimento si ampliano e gli effetti psicologici di una prolungata instabilità si manifestano in paura, isolamento e routine spezzate.
"I bambini sono più aggressivi, più spaventati, e non riescono a esprimere ciò che provano", racconta Mayssa Nohra, assistente sociale di AVSI che lavora nel centro Fadaiii.
In questo contesto di incertezza, il centro comunitario Fadaii di AVSI, situato a Klayaa, nella regione di Marjayoun, è diventato l’unico spazio sicuro in cui le famiglie possono ritrovarsi. Nelle sue aule i bambini ricevono supporto psicosociale: i più piccoli svolgono attività educative e i più grandi ricevono un aiuto per recuperare le lezioni perse a causa degli sfollamenti. I genitori e i caregiver partecipano a incontri di gruppo che offrono punti di riferimento e un senso di sicurezza nella vita quotidiana.
Il centro Fadaii sorge sulla collina di Klayaa, un villaggio cristiano rimasto fisicamente intatto durante il conflitto. Da qui, lo sguardo arriva fino alla collina di Khiam, a meno di due chilometri di distanza: un villaggio sciita quasi completamente distrutto dai bombardamenti. Ancora più a sud, corre il confine con Israele. Dalla collina si distinguono i tetti delle case di Metula e un avamposto militare israeliano rimasto in territorio libanese anche dopo il cessate il fuoco. Tre luoghi vicinissimi, separati da pochi minuti di strada, ma segnati in modo radicalmente diverso dalla guerra.
Entrare a Khiam significa muoversi tra case sventrate, muri crollati e strade interrotte. Molte abitazioni mostrano oggetti personali e tracce di vita quotidiana rimaste sotto le macerie. È qui che vive Mirvat Kalakech. Per quasi undici mesi lei e la sua famiglia hanno vissuto sotto bombardamenti continui, spostandosi da un rifugio all’altro. Durante uno di questi spostamenti, il marito e il figlio più piccolo sono stati uccisi mentre si prendevano cura del bestiame. “Abbiamo vissuto in una povertà estrema e con tanta paura”, racconta Mirvat. Dopo il cessate il fuoco è tornata nella sua casa danneggiata, che oggi conserva gli oggetti appartenuti al marito e al figlio, trasformandosi in una sorta di mausoleo domestico. Oggi i suoi figli ricevono supporto attraverso il centro Fadaii e il programma di sostegno a distanza di AVSI.
Molte delle famiglie che frequentano il Fadaii arrivano da villaggi come Khiam. “Dopo due anni di conflitto, il bisogno principale che emergeva era il supporto psicologico,” spiega Remy Hasbani, coordinatrice AVSI a Marjayoun. “Le persone avevano bisogno di uno spazio dove incontrarsi, parlare e permettere ai bambini di sentirsi di nuovo al sicuro.”
All’interno del centro, questo bisogno prende forma in attività semplici ma strutturate: i bambini disegnano fiori, case e luoghi immaginari, un esercizio che li aiuta a esprimere emozioni difficili da verbalizzare e a ricostruire un senso di sicurezza. Accanto a queste attività, il Fadaii offre supporto psicosociale individuale e di gruppo, educazione per la prima infanzia, recupero scolastico per i bambini che hanno perso mesi di lezioni a causa degli sfollamenti, e incontri dedicati a genitori e caregiver. Il centro è anche uno spazio aperto alla comunità: qui si tengono momenti di ascolto, riunioni e attività collettive che permettono alle persone di ritrovarsi dopo mesi di isolamento. In un territorio ancora segnato da instabilità e paura, il Fadaii resta uno dei pochi luoghi in cui la comunità può fermarsi, riconoscersi e provare a ricostruire una quotidianità, anche solo per qualche ora al giorno.
