Abbattiamo i recinti per lavorare in modo integrato. Da Coopera l’appello a un nuovo passo

Abbattere i recinti, la cooperazione allo sviluppo chiede un «cambio di paradigma»

Data 27.05.2026
Autore di Giampaolo Silvestri, segretario generale AVSI

In occasione di Coopera, la conferenza nazionale della Cooperazione allo sviluppo promossa dalla Farnesina, che si tiene in questi giorni a Roma, il Corriere della Sera pubblica un articolo a firma di Giampaolo Silvestri, segretario generale di AVSI. Nell'articolo Silvestri ritorna su alcuni temi fondamentali per AVSI, in primis la necessità di abbattere recinti vecchi e favorire il lavoro integrato tra soggetti diversi in vista di uno sviluppo giusto per tutti.

Un nuovo passo comune

A ogni crisi che si abbatte su di noi, quasi per un meccanismo di difesa, evochiamo un «cambio di paradigma» che venga a salvarci. Così nel 2008, poi con il Covid, di nuovo con la chiusura di USAID e infine oggi, tempo di guerre asimmetriche che paralizzano economie e scatenano allarme globale.

Anche nell’ambito della cooperazione evochiamo questo cambio di passo, come se potesse venire da un altrove, mentre siamo noi i soggetti in grado di compierlo: noi come persone, a partire dal nostro compito specifico, e noi come sistema Paese. Un sistema invitato in questi giorni a Roma a Coopera: la conferenza nazionale della cooperazione internazionale allo sviluppo, organizzata dalla Farnesina, è prevista dalla legge quale momento di racconto delle esperienze di terreno e di restituzione a tutti di ciò che l’Italia investe in termine di risorse economiche, umane, innovazione e relazioni in quello che è un asset strategico della nostra politica estera.

Convergono a Coopera mondi diversi per documentare quello che sta diventando sempre di più un lavoro comune ad alto impatto, e per riferire a un pubblico composto da giovani studenti, imprenditori, tecnici del settore, operatori diversi come si spendono i fondi che arrivano dai tax payers, ovvero quel che l’Italia sta realizzando in Paesi in via di sviluppo o in emergenze che non sempre arrivano a fare notizia, benché incidano profondamente anche con il nostro destino qui.

Il nuovo paradigma tanto evocato, dunque, comincia da due elementi fondamentali: una nuova consapevolezza sull’efficacia dell’agire insieme, come sistema, e dall’abbattimento dei recinti che separano ancora mondi che dovrebbero integrare idee e risorse, cioè organizzazioni della società civile, settore privato, istituzioni, mondo accademico, fondazioni di filantropia. Ormai è sepolto dalla storia il tempo dei forum esclusivi, dedicati o al business o al cosiddetto «sociale», perché la realtà dello sviluppo è così incalzante nella sua complessità che va affrontata insieme, lasciando interagire conoscenze e prospettive diverse.

Un esempio evidente di questo è il corridoio di Lobito, per citare uno solo trai vari corridoi sui quali investire: questa rete ferroviaria e logistica, che punta a collegare la regione mineraria dell'Africa centrale (Zambia e Repubblica Democratica del Congo) all'Oceano Atlantico, passando per l'Angola, rientra nella strategia del Global Gateway della Ue e nel Piano Mattei, e per divenire realtà, cioè per generare sviluppo giusto, ha bisogno di un approccio integrato tra le imprese che poseranno i binari e le organizzazioni che si occuperanno di tutelare i bisogni e diritti delle comunità coinvolte dal passaggio dell’infrastruttura, in primis educazione, salute e coesione sociale. 

Potrebbe farcela da sola una pur grande società a garantire questo sviluppo? No. Potrebbero da sole le organizzazioni della società civile promuovere i diritti delle comunità vulnerabili? No. 

Lo vediamo sul terreno: fin da quando si comincia a concepire un programma di sviluppo, occorre progettare e programmare insieme. Un’impresa non può fare buoni affari in un contesto in cui i bambini non abbiano la possibilità di andare a scuola o di curarsi. Né potrà con successo costruire una rete ferroviaria senza misurarne l’impatto sull’ambiente o sulla vita delle comunità che vivono in quei territori. Ne pagherebbe gli altissimi costi derivanti da instabilità, conflittualità o disastro ambientale.

Perché queste comunità sono edificate da persone la cui dignità resta insopprimibile e va promossa come priorità assoluta. Lo sviluppo è di tutti oppure di nessuno - fatichiamo a comprenderlo ma la realtà continua a dimostrarcelo -, perciò chiede quel nuovo passo, che si intravede a Coopera, e va compiuto senza più esitare.