News
3 Agosto Ago 2021 1125 03 agosto 2021

Ti do metà della strada

Alcune ragazze e ragazzi hanno scelto di trascorrere una parte delle loro vacanze in Africa, affiancando il lavoro dei cooperanti di AVSI. In questo articolo, pubblicato sulla Prealpina, Maria Laura Conte ne indaga il senso, tra giochi di parole e trattati internazionali.

Campus Uganda 18

Quando parti per l’Africa in tanti ti dicono “Ma proprio là ti devi cacciare, non hai posti piu sicuri dove andare?”, e svelano in una domanda l’immaginario spaventoso che associano a quel continente.

Quando invece si fa visita a qualcuno in Costa D’Avorio, dopo un’accoglienza cordiale e vari convenevoli, prima di andare via l’ospite chiede il permesso così: “Je te demande la route, ti chiedo la strada”. E chi ha accolto, per esprimere il desiderio di rivedere presto l’amico, risponde “Oui, ok, je te donne la moitié de la route. D’accordo, vai pure, ma ti do metà della strada”.

Solo metà, dice, perché vuole che ritorni.

Si colloca qui in mezzo, tra queste domande agli antipodi, l’esperienza africana che molti ragazzi e ragazze trai 18 e 25 anni, partiti dalla Lombardia e da altre regioni, vivono in questi giorni.

Non sono hippy di nuova generazione, ma giovani che la sera escono per lo spritz e che hanno scelto di investire le loro vacanze in un’esperienza di lavoro con un’organizzazione che fa cooperazione allo sviluppo (e garantisce standard di sicurezza).

Sono diversi, chi più spavaldo, chi più timido, chi ha già deciso la carriera da intraprendere e chi ancora è in ricerca. Li accomuna la curiosità per una delle parti del mondo più deformata da pregiudizi vari, perciò affascinante.

Affiancheranno il lavoro di cooperanti di professione con bambini e famiglie ai margini dello sviluppo globale. Collaboreranno a raccogliere i dati che servono a stabilire il livello di povertà delle persone, chiederanno che cosa mangiano e quante volte al giorno, e di che cosa hanno più bisogno, se di un catino o un materasso.

Cammineranno negli slum e nei villaggi da dove partono ragazzi come loro che, in cerca di una vita buona, si avventurano in viaggi illegali e mortali attraverso il Mediterraneo.

Cominceranno a imparare un lavoro che oggi per funzionare deve essere trasparente nell’uso dei soldi e nella gestione delle risorse umane, rispettare le procedure, monitorare i risultati.

Si avvicineranno al patrimonio di cultura, risorse ed energia di popoli di cui qui sappiamo poco, quasi zero.

Si affacceranno a un modo diverso di percepire le relazioni e il tempo, di viverlo come forza creativa e non solo come qualcosa che si consuma o si perde.

Vedranno megalopoli dinamiche e autostrade in costruzione per intervento di imprese cinesi, segno di un Pil con grande potenziale.

Mentre saranno investiti dalle contraddizioni di un tempo che tiene insieme milioni di poveri e turisti nello spazio, constateranno quanto sia inseparabile il destino di Africa ed Europa.

E quella nuova alleanza che propongono gli accordi internazionali, la collaborazione alla pari tra paesi europei e africani, letta attraverso l’esperienza di questi ragazzi non sembra più una cosa astratta, ma una possibilità percorribile.

Il più recente, varato nei giorni scorsi dalla Commissione Europea, l’accordo Post Cotonou, che regolamenta il partenariato tra 106 Paesi di Unione Europea, Africa, Caraibi e Pacifico, nello stabilire la nuova cornice per le relazioni politiche, sociali ed economiche, dedica una particolare attenzione proprio ai giovani. Loro possono essere gli agenti di cambiamento.

I ragazzi partiti per l’Africa rischiano soprattutto questo: di rendere percorribile quella partnership proposta nei protocolli, di appassionarsi alla differenza africana al punto di volerci poi tornare. O di costruire da qui metà strada per incontrarsi.