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18 Settembre Set 2019 1412 18 settembre 2019

Siria. Il post-guerra che nessuno racconta

Edoardo Tagliani, direttore dei progetti AVSI in Medio Oriente e Nord Africa, sull'emergenza siriana e il progetto Ospedali Aperti in un'intervista rilasciata ad AgenSIR

Siria Aleppo Zona Est Cittadella

di Daniele Rocchi - AgenSIR. Foto di Marco Calvarese

“Ventiseimila e 500”: è questo il numero dei trattamenti medici gratuiti erogati da “Ospedali aperti”, il progetto attivo dal novembre 2017, voluto dal card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, per assicurare l’accesso gratuito alle cure mediche ai siriani poveri, attraverso il potenziamento di tre ospedali cattolici non profit: l’Ospedale Italiano e l’Ospedale Francese a Damasco, e l’Ospedale St. Louis ad Aleppo.

Numero che assume un ulteriore significato se messo in relazione alla data del 17 settembre, “Giornata mondiale della sicurezza della persona assistita”, voluta dall’Organizzazione mondiale della sanità, perché in tutti gli Stati del mondo si riconosca la sicurezza delle cure come una priorità fondamentale per la salute.

“Il dato è riferito alla scorsa settimana” spiega al Sir Edoardo Tagliani, direttore dei progetti Avsi in Medio Oriente e Nord Africa. Avsi è l’organizzazione internazionale che realizza progetti di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario in 32 Paesi del mondo, tra cui la Siria, alla quale il nunzio, vero e proprio veterano di guerra, ha affidato il compito di rendere esecutivo il progetto.

L’emergenza continua

Entrata nel suo nono anno di guerra la Siria vive una crisi sanitaria senza eguali. Ad Aleppo le persone che non hanno accesso agli ospedali sono più di 2 milioni, a Damasco oltre 1 milione. Il 40% sono bambini. L’importanza del progetto sanitario messo in atto dal card. Zenari, con l’aiuto di numerosi benefattori, tra cui la Cei, è anche nei suoi numeri: dal novembre 2017 alla metà di giugno 2019, le cure gratuite fornite ai siriani erano state oltre 22 mila. Salite a 26mila e 500 la scorsa settimana (dato al settembre 2019).

Adesso puntiamo per la fine del 2020 ad arrivare a circa 50 mila trattamenti. Ma le difficoltà sul terreno non mancano.

Edoardo Tagliani, direttore dei progetti Avsi in Medio Oriente e Nord Africa

Dal punto di vista bellico la situazione nel Paese è migliorata sebbene ci siano delle aree dove si combatte ancora come a Idlib. È invece drasticamente peggiorata – sottolinea il direttore dei progetti Avsi – la situazione economica a causa della crisi nel paese soggetto a sanzioni internazionali i cui effetti si ripercuotono anche sulla popolazione civile”.

Energia elettrica e benzina vengono razionate, i medicinali sono difficili da reperire, manca il lavoro. Non solo. Dice Tagliani: “le banche internazionali danno il cambio dollaro-lira siriano a 4,45 mentre lo scambio reale sul mercato nero è di 6,50. Dato che si riflette sui salari in termini di potere di acquisto. Quello che un tempo era un salario mensile di 400 dollari oggi è sceso a circa 280. La popolazione è sfiduciata e non vede futuro davanti a sé. Se l’embargo non verrà mitigato le condizioni di vita saranno destinate a peggiorare ulteriormente”.

Sistema sanitario distrutto

La situazione sanitaria resta uno dei maggiori problemi nel Paese: “praticamente più del 50% del sistema sanitario è andato distrutto a causa della guerra, ospedali, ambulatori e cliniche sotto le bombe, oltre il 40% del personale sanitario è fuggito all’estero. E se da un lato può dirsi conclusa la fase emergenziale dell’assistenza medica, quella legata ai feriti e ai traumi di guerra, ora – sostiene l’operatore di Avsi – i problemi sono legati alla ricostruzione del comparto sanitario che richiederà anni e tanto denaro. Oggi in Siria se non hai soldi per curarti puoi morire per una polmonite, per un’ernia inguinale o per un’appendicite. Patologie banali ma che diventano mortali per chi non ha accesso alla sanità. Prima della guerra, la Siria era una delle eccellenze sanitarie in Medio Oriente e con una grossa componente di sanità pubblica gratuita. Oggi tutto è distrutto”.

'Ospedali aperti' cerca di rispondere a questa emergenza potenziando i tre nosocomi cattolici di Damasco e Aleppo: “li abbiamo dotati di macchinari e attrezzature sanitarie utili per diagnosi e cure mediche efficaci”.

Con lo sguardo rivolto al futuro

“La situazione nel Paese non vede miglioramento per questo si lavora per dare continuità al progetto che costa circa sei milioni di euro l’anno”. Una somma non facile da reperire ma finora resa disponibile grazie alla generosità di numerosi enti, oltre la Cei, come Fondazione Policlinico Gemelli, l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, Papal Foundation, Roaco, Conferenza episcopale Usa e singoli donatori.

In Siria sta accadendo quello che di solito capita quando il conflitto va lentamente in via di risoluzione o si cronicizza: si spengono le luci dei media. Ma qui la guerra non è finita ed è proprio adesso che la gente ha ancora più bisogno. Prima morivano sotto i mortai e le bombe ora muoiono per una semplice appendicite. Il post-conflitto è un’altra guerra che nessuno racconta.

Edoardo Tagliani, direttore dei progetti Avsi in Medio Oriente e Nord Africa

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