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15 Luglio Lug 2019 1127 15 luglio 2019

Iraq. La pace in una stalla

Il reportage de l'Espresso racconta dell'impegno di AVSI nella ricostruzione del tessuto economico e sociale delle zone strappate all’Isis

© Giuseppe Fanizza

di Angiola Codacci-Pisanelli per l'Espresso. Foto di Giuseppe Fanizza

La pace si costruisce passo dopo passo, pulcino dopo pulcino, vitello dopo vitello. La pace sta tornando in Iraq, tra mille difficoltà. Anche nella valle di Ninive, un territorio che dal 2014 al 2016 è stato sotto il controllo dell’Isis. Sono stati anni di violenze, incendi, distruzioni. Gli occupanti si sono accaniti particolarmente su edifici e simboli di questa zona, che era l’enclave cristiana più grande del Paese. Dei 50 mila abitanti di Qaraqosh, capoluogo della regione, almeno metà sono fuggiti all’arrivo delle truppe dei fondamentalisti islamici. Molti non sono ancora tornati e probabilmente non lo faranno.

Per chi è tornato, però, la vita riprende. «Come una donna che siamo riusciti a coinvolgere nel nostro progetto di riapertura degli allevamenti», racconta Daniele Mazzone dell’AVSI, associazione italiana impegnata nella cooperazione allo sviluppo in 31 Paesi, dall’Ecuador alla Birmania, dal Mozambico al Kosovo.

Aveva perso tutto, anche gli uomini della sua famiglia. Ora le abbiamo affidato dieci vitelli e le abbiamo insegnato come allevarli. Ha rimesso in piedi l’azienda di un tempo, però ora la responsabile è lei.

Daniele Mazzone, Deputy Country Director AVSI Iraq

Liberare la valle di Ninive dall’Isis è stato il primo passo verso la pace, ma non sarebbe bastato. La ricostruzione va di pari passo con il ritorno degli abitanti, grazie a progetti di associazioni umanitarie che aiutano a investire nel modo più produttivo i fondi messi a disposizione da governi e donatori privati: per i progetti dell’AVSI in Iraq, gli sponsor principali sono Unicef, Aics (l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo) e Prm (il dipartimento di Stato americano per il sostegno ai rifugiati e ai migranti). Il progetto per Qaraqosh è uno dei dieci che l’organizzazione sta portando avanti nel paese. Sono principalmente incentrati sulla protezione dei più giovani e sugli interventi per ricostruire la coesione sociale.

A Qaraqosh ed Erbil si restaurano e riaprono giardini pubblici, scuole e asili, ma si offrono anche cure per la leucemia infantile. E si cerca di rimettere in moto la vita quotidiana, a partire dalla rete di piccole imprese di allevamento che un tempo erano l’orgoglio della zona. «Qaraqosh era il pollaio dell’Iraq», racconta Mazzone. Il progetto di cui è Deputy Country Director opera principalmente su due fronti. Il primo è rilancio delle aziende, finora centouno, danneggiate dalla guerra. Vanno ricostruite, i macchinari rubati vanno ripristinati. Tutti i tetti sono stati smontati: le travi di metallo erano particolarmente preziose per l’Isis, che se ne serviva per costruire la copertura dei tunnel dentro i quali i miliziani si spostavano senza essere visti. Quando la zona è stata liberata, di animali non ce n’erano più. Nei mesi scorsi sono tornati i pulcini, poi i vitelli, pochi giorni fa sono stati consegnati 650 agnelli. Non mancano aziende di apicoltori, e persino allevamenti di struzzi.

Dopo aver firmato un impegno a rispettare un codice etico, gli imprenditori ricevono dall’organizzazione anche mangime e assistenza pratica e sanitaria: il veterinario dell’AVSI, Jolar Kaka, visita regolarmente le aziende per controllare la salute degli animali. «Gli allevatori di qui tengono i bovini all’ingrasso per sei mesi», spiega Mazzone. «Quelli che partecipano al nostro progetto, in autunno li rivenderanno e ci restituiranno parte del ricavato. Che noi riutilizzeremo qui, per finanziare altri investimenti».

Il secondo polo del progetto è forse più impegnativo: perché riguarda la ricostruzione delle persone, dello spirito della comunità. In questo campo viene coinvolta in particolare l'associazione delle donne di Qaraqosh: fondata prima dell’arrivo dell’Isis, si è ricostituita dopo la fine della guerra. Nelle sale del Seminario, anch’esso appena ricostruito, si tengono lezioni di terapie psicologiche di gruppo: lezioni ma soprattutto attività collettive per far rinascere l’autostima e la capacità di fidarsi in persone devastate da anni di guerra.
Altri corsi riguardano la lavorazione e la conservazione del cibo, che permetteranno di rilanciare il commercio al dettaglio. E l’istruzione, a partire dall’asilo per i bambini e dalla scuola che prevede anche corsi pomeridiana di danza, sport, inglese. Il Saint Paul center for Church Services è un centro sociale dedicato agli adolescenti, c’è anche una sala di registrazione a disposizione dei giovani musicisti.

È evidente l’intervento della Chiesa, particolarmente interessata a sostenere la comunità cattolica locale. Sono suore francescane e domenicane a gestire gli asili: per dare un’idea delle dimensioni, solo la scuola intitolata all’Infante Gesù accoglie oltre 500 bambini. E la scarsità di musulmani è evidente anche dall’abbigliamento: nelle aule piene di giovani studentesse e di maestre, sono solo le suore a portare il velo. Padre George Jahola, che ha ricostruito e dirige la più grande chiesa dell’Iraq, è stato fra i primi a rientrare a Qaraqosh - o Baghdeda come la chiamano i cristiani - dopo la liberazione dall’Isis. Per molti anni è stato in Italia. Oggi dirige il Church Supreme Board for Reconstruction Baghdeda, un’organizzazione che si occupa di raccogliere donazioni e aiuti provenienti da tutto il mondo per ricostruire le case distrutte nella regione: finora ne hanno restaurate oltre quattromila.

Malgrado sia sempre stato a maggioranza musulmana, l’Iraq era un paese multietnico. Come racconta Navid Khermani in "Stato di emergenza" (Keller), la minoranza ebraica era uno dei pilastri economici e culturali di Baghdad. E nel paese oltre a Qaraqosh c’erano diverse enclave cristiane. I musulmani inoltre sono divisi in gruppi legati a tradizioni locali: in questa zona sono principalmente Shabak, e comprendono sia sciiti (che sono potenzialmente vicini all’Iran e alle milizie siriane) che sunniti (come la stragrande maggioranza dei musulmani, e anche i miliziani del sedicente Stato Islamico).

Nei due anni di occupazione, l’Isis ha distrutto o danneggiato tutti i simboli della presenza cristiana: chiese, conventi, statue portano segni del fuoco, fori di proiettili di mitra o minacciose scritte in arabo. Croci di legno prendono il posto di statue di santi vandalizzate e non ancora sostituite. Anche campi coltivati, vigne e oliveti sono stati bruciati: la piana di Ninive, già desertica di suo, era diventata quasi completamente arida e sta tornando faticosamente alla vita. Anche perché i bombardamenti che hanno rotto l’assedio dell’Isis hanno completato la distruzione. Ora la situazione è relativamente tranquilla. Per chi lavora alla ricostruzione il nemico principale non è il timore dell’Isis, che pure occupa ancora territori poco lontani, a nordest di Mosul.

È la famigerata burocrazia irachena, che in questo faticoso dopoguerra diventa un mostro dai mille volti. «Il governo di Baghdad non ha ancora ripreso il pieno controllo del territorio», racconta Mazzone. «Il risultato è che ogni governatore, ogni sindaco, ogni capo villaggio ha le sue richieste, e gestirle porta via tantissimo tempo. Però le autorità locali appoggiano pienamente il nostro lavoro: il sindaco di Qaraqosh è un nostro capoprogetto». La benevolenza coinvolge anche le onnipresenti bandiere americane: devono essere esposte dovunque arrivano finanziamenti del Prm. E anche se la popolazione irachena, dopo anni di ingerenze militari statunitensi ha generalmente un rapporto conflittuale con gli yankee, qui a Qaraqosh non ci sono problemi: neanche per quel collaboratore entusiasta che di bandiere a stelle e strisce sulla sua motocicletta ne ha montate tre.

Da un punto di vista religioso, però, la situazione è potenzialmente delicata. L’immagine di Salam Iaqoob Yousif e Sami Sulaiman che posano insieme sulla porta di un’azienda sembra indicare un quadro idilliaco: solo i baffi spioventi e il turbante di Sulaiman suggeriscono che lui sia musulmano. Ma la divisione si ripete sempre uguale in questa regione: i proprietari delle aziende sono cristiani, i mezzadri invece musulmani. «Era così anche prima della guerra», racconta Mazzone. «I cristiani erano una minoranza trattata piuttosto bene da Saddam Hussein: forse anche perché questo aiutava il dittatore a mantenere buoni rapporti con i paesi europei e con gli Stati Uniti. Nella zona di Qaraqosh però sono da sempre i musulmani a essere in minoranza: e ancora oggi uno di loro non può comprare una casa, e per stabilirsi qui deve ottenere un permesso. La tensione è palpabile: i cristiani temono che gli shabak vogliano occupare la zona cacciando i cristiani, gli shabak invece dicono che stanno solo occupando le case abbandonate da cristiani che non torneranno più». La diffidenza per ora si ferma alle chiacchiere da bar. «Cristiani e musulmani hanno condiviso gli orrori della guerra. E anche se da due anni la pace è tornata, la disoccupazione resta altissima. Ora che i cristiani stanno riaprendo le aziende, i musulmani hanno un lavoro. E guadagnano anche piuttosto bene: i contadini qui sono pagati 200 dollari al mese, rispetto a un salario medio che in Iraq non supera i 400». Il dialogo interreligioso comincia da uno dei settori più delicati: i posti di blocco. «Nei check point la milizia cristiana riconosciuta dal Governo e quella degli shabak lavorano fianco a fianco», conferma Mazzone.

Intanto però già da oggi intorno ai pollai ricostruiti si cerca di riavviare anche il dialogo. Partendo da cose assai pratiche: bagni, cucine, abitabilità delle case. «Ci siamo accorti che i datori di lavoro non hanno interesse a occuparsi della qualità della vita dei mezzadri. Per questo abbiamo chiesto ai nostri finanziatori nuovi investimenti per migliorare i servizi nelle abitazioni e per dare assistenza per migliorare l’igiene, la salute, l’alimentazione. Perché per ora tutti sono felici della riapertura delle aziende e della possibilità di lavorare. Ma il rischio è che poi, appena le cose andranno meglio, le differenze religiose possano riaffiorare».

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