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19 Gennaio Gen 2019 0958 19 gennaio 2019

L'esodo dal Venezuela: e il sogno finisce in Roraima

Il reportage di Avvenire, che racconta dell'esodo di migliaia di venezuelani ospitati in Brasile, cita la Campagna Tende di AVSI a sostegno di decine di famiglie venezuelane in un percorso di accompagnamento e integrazione in diverse città brasiliane

La vita dei migranti venezuelani nei rifugi

© Francesco Pistilli, AVSI

di Lucia Capuzzi - Avvenire. Foto di Francesco Pistilli

Il Brasile amazzonico ospita decine di migliaia di venezuelani in fuga dalla fame. Dal 2017, in 176mila sono passati dall’unica «porta» lungo il confine tra i due Paesi: Pacaraima

Il fiume umano procede con il viso rivolto al Roraima, il “monte verde” da cui prende il nome l’omonima regione brasiliana. Donne, uomini, bambini camminano nella terra di nessuno fra le due dogane, inesorabili.

Sono qui perché non c’era più niente da mangiare né al villaggio né in città. Niente di niente

Andrade, indigeno Warao

Sono stati questi ultimi, ancestrali abitanti del delta dell’Orinoco ad essere i pionieri della “grande fuga” verso il Paese limitrofo dopo che la crisi aveva azzerato le già precarie reti di servizi per gli indios. Poi si sono aggiunti i residenti dei “ranchos”, le baraccopoli. E, ora, dato l’effetto domino che scuote le fondamenta sociali, partono anche impiegati e professionisti. «Non partiamo, fuggiamo. Avevo una piccola impresa di prodotti ittici. Ho perso tutto», racconta Angelita, 44 anni, di Barquisimeto.

Nel giro di tre anni, in tre milioni hanno lasciato il Venezuela prostrato dall’emergenza umanitaria. L’80 per cento è rimasto in America Latina, in primis Colombia, Perù ed Ecuador. Il Gigante del Sud non figura tra le mete più ambite. Dalla fine del 2017, però, gli arrivi sono progressivamente cresciuti. Poiché buona parte dei 2.199 chilometri di confine tra le due nazioni è prigioniero della foresta, il flusso s’è indirizzato nell’unico spiraglio. Pacaraima appunto. Da qui sono passate 176mila persone tra 2017 e 2018. La metà s’è fermata. Pochi, per un Paese con oltre 200 milioni di abitanti. Molti per il Roraima, l’estremità più settentrionale del Brasile nonché la più povera. Per questo, l’impatto dell’immigrazione è stato forte.

Tanto che, il 6 agosto, l’ex governatrice Suely Campos aveva ottenuto la chiusura della frontiera. Riaperta 24 ore dopo per ordine della Corte Suprema. «È innegabile che la pressione sui servizi scolastici e sanitari si sia fatta sentire. Un terzo dei bimbi nati nei reparti maternità della capitale dello Stato, Boa Vista, sono venezuelani. Al contempo, però, gli immigrati hanno dato un contributo importante allo sviluppo regionale. Fino a un anno fa, Uber non esisteva e le case erano sfitte: ora non c’è n’è una libera», spiega Francesca Bonelli, coordinatrice di emergenza dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur).

Dallo scorso aprile, le Nazioni Unite portano avanti in Roraima l’Operação acolhida (Operazione accoglienza) che cerca di dare un ordine al caos dell’esodo. Non è facile. Ogni giorno, quattrocento venezuelani varcano la minuscola soglia brasiliana. Uno dopo l’altro, si aggiungono alle due file di fronte al centro di identificazione. Da una parte chi (pochi) ha il passaporto, dall’altra quelli (i più) con la carta d’identità. «Ho fatto la richiesta del passaporto un anno fa e lo aspetto ancora. Dicono che non hanno più carta per stamparlo. Ma se paghi una “mancia” la trovano. A me hanno chiesto mille dollari. Se li avessi avuti non sarei qui», racconta Milagros, arrivata da Villa Delicias con Kelvin, 29. La coppia è appena riuscita a guadagnare la porta del centro. Da lì comincia la gimcana tra i vari uffici: registrazione, consegna bagagli, vaccini, esami medici. Per compiere l’intero “circuito”, nei momenti di punta, ci vogliono tra i due e i tre giorni. Nessuno, però, si lamenta: uomini, donne, perfino bambini attendono con un misto di pazienza e rassegnazione sulle panche sparse per i corridoi labirintici. «Ne vale la pena», sussurra Ana.

Al termine, i nuovi arrivati conquistano un accesso legale al Paese, con tanto di tesserino, in attesa dell’asilo o del permesso di soggiorno.

I venezuelani sono rifugiati o immigrati economici? Difficile catalogarli. Sono persone costrette a lasciare un Paese che non garantisce le loro necessità fondamentali.

Francesca Bonelli, coordinatrice di emergenza Acnur

Il tesserino, comunque, è solo l’inizio, dell’odissea brasiliana. Terminata la maratona burocratica, il fiume umano scorre impetuoso, alla ricerca di impiego e opportunità, verso Boa Vista, 215 chilometri a sud. Il tempo di percorrenza varia dalle tre ore standard alle varie settimane, procedendo a suon di passaggi. «Siamo arrivati senza un soldo. Abbiamo speso tutto per il viaggio. Quando siamo scesi dal bus non sapevamo dove andare. Ci siamo accampati per strada, vicino alla stazione. Siamo rimasti là per mesi», racconta César, 20 anni.

Secondo le organizzazioni umanitarie, circa un migliaio di immigrati dormono per le strade di Boa Vista. I posti nei nove rifugi, allestiti in città sotto la supervisione dell’Acnur – circa 5mila –, non sono sufficienti per tutti, e si dà la precedenza ai più vulnerabili: famiglie con figli piccoli, donne incinte, anziani, malati. «Ho trovato lavoro da un barbiere. Prendevo cinque reais (quasi 2 euro) a taglio ma ne dovevo dare due al proprietario per la luce», aggiunge il giovane, con un sorriso raggiante che contrasta con il racconto del difficile passato recente. César, però, ora, ha appena realizzato i suoi due sogni. Primo, sposare la fidanzata Isa Mari, in una maxi cerimonia che si è svolta a Rondón II, “l’abrigo” dove finalmente è stato accolto, affidato dall’Onu alla gestione dell’Ong italiana AVSI, insieme ad altre tre strutture. Secondo, entrare nel «programma di ricollocamento», ovvero lo smistamento degli immigrati nel resto del Paese dove ci siano offerte di impiego. «Ho dovuto lasciare la mia famiglia, imparare un’altra lingua, patire la fame e il freddo. Ma ora stiamo per partire per Santa Caterina. E là andrà bene. Potrò perfino ricominciare a studiare», aggiunge la neo-sposa.

Finora, 3.200 venezuelani sono stati ricollocati. Una goccia, nel mare delle richieste. Rondón I, sull’Avenida General Sempaio, è un ripetersi monotono di tende, candide e quadrate. Nell’“abrigo” ci sono ottocento persone, un terzo sono bambini. Dentro le casette di plastica, però, non si vede nessuno. «Il fatto è che c’è una temperatura percepita di 60 gradi», argomenta Beatrice Rosetti, operatrice di Avsi, che amministra il rifugio. Per sfuggire al caldo amazzonico, il popolo della tendopoli ammassa i materassi nei pochi punti d’ombra e là trascorre le giornate. L’atmosfera è meno rilassata rispetto a Rondón II, dove sono alloggiati i venezuelani in via di ricollocamento. Gli ospiti di Rondón I sanno di avere di fronte ancora mesi di attesa. «La noia è il principale nemico. Se restano senza fare niente, si deprimono. Per questo, abbiamo organizzato un fitto programma di attività, dai corsi di spagnolo ai laboratori di teatro per bimbi e adolescenti», prosegue la cooperante.

Avsi, inoltre, grazie al sostegno della “Campagna tende”, finanziata anche dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali italiano, fornisce ad alcune decine di famiglie, un percorso di 4 mesi di accompagnamento, integrazione e lavoro in altre città brasiliane, con l’aiuto di imprese locali. Robert ha appena salutato José, amico trovato nel cammino, in trasferimento verso Rondón II e, poi, San Paolo. «Sono felice per lui. Mi dà speranza che prima o poi arriverà il mio turno. Certo, aspettare è duro. Ma questa mattina ho comprato una pera a mia figlia. A casa mia, a Maracaibo, non sarei mai riuscito a farlo».

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