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14 Ottobre Ott 2018 1121 14 ottobre 2018

Leggere (e recitare) Dante nella baraccopoli di Nairobi

Il reportage de La Lettura del Corriere della Sera dal Kenya racconta la performance finale del progetto “Il cielo sopra Kibera”

L’Inferno all’inferno Il regista Marco Martinelli ha messo in scena la «Divina Commedia» a Kibera, sterminato slum della capitale del Kenya. L’iniziativa ha coinvolto 140 ragazzini tra gli otto e i diciotto anni, che hanno interpretato Dante e Virgilio, Beatrice e Lucifero, peccati e peccatori. I peggiori? «Quelli che violentano i bambini e quelli che li abbandonano e li costringono a vivere in strada»

Di Alessandra Muglia – servizio fotografico di Andrea Signori

«Samuel non c’è, dov’è finito Samuel?», Non è la prima volta che il lungone stralunato va via di casa e non si presenta a scuola. Ma ora la sua fuga preoccupa. Manca poco al debutto di un’insolita Divina Commedia: è allestita in un inferno di latta e lui interpreta uno degli spacciatori condannati a vagare nel quinto girone. Con Samuel in scena ci sono altri 140 ragazzini di quattro scuole di Nairobi: metà di Kibera, sterminata baraccopoli nel cuore della capitale keniana, gli altri di quartieri «borghesi», nel senso che almeno acqua e luce ce l’hanno. Sbucano cantando alle spalle degli spettatori, si dirigono sul palco dimenandosi al ritmo dei tamburi, poi si dividono in branchi: c’è il lupo, il fratello del lupo, la iena, il serpente e il leone. Sono questi animali a incarnare meglio qui paure e angosce. Un ragazzo in divisa da college all’inglese si rivolge al pubblico: «Mi chiamo Dante Alighieri, sono un poeta, la mia pelle è bianca». Una fragorosa risata interrompe la scena. Poi un altro cortocircuito: «Sono nato a Firenze otto secoli fa. Sapete dove si trova Firenze? A Kibera». Che guarda caso vuole dire «selva» nell’antica lingua nubiana, quella degli abitanti originari arruolati in Sudan dai colonizzatori inglesi. «Non mi credete? Mi credete se vi dico che mi sono sentito molto male e mi sono ritrovato in una selva oscura, una notte senza stelle, senza luna, una foresta fatta di delusione, rabbia, disperazione».

E così, con questo gioco, la Commedia diventa anche qui, da subito, la storia di tutti. Un altro ragazzo, pure lui nero, si presenta, occhi scintillanti e profondi, voce e corpo straordinariamente espressivi. «Il mio nome è Virgilio, sono un antico poeta, la mia pelle è bianca». Esplode un’altra risata, le belve non gli credono, ma Dante lo riconosce come maestro e il viaggio inizia. Sprofondati nel primo livello dell’abisso ci sono i violenti, seguono i ladri, poi gli assassini. «Andiamo
a uccidere» incitano in coro i bambini, con sguardo di sfida, scorrendo il dito sulla gola a mimare uno sgozzamento. Assassini che tra i dannati non sono neppure i peggiori. Sotto infatti ci sono politici e poliziotti corrotti, che si presentano tronfi, con promesse assurde. «Sono il dottor, professor, illustrissimo. Se mi votate vi porto in paradiso in barca» dice uno. Caricature tragicomiche di un Paese tra i più corrotti al mondo dove il Pil va veloce ma lo sviluppo lento. Spuntano dei ragazzini che corrono facendo rotolare dei cerchioni. Sono gli spacciatori. Ecco comparire Samuel: alla fine è arrivato, il richiamo del palco lo ha strappato alla strada. «Volete masticare foglie di miraa? Ve le posso vendere», dice muovendosi a ritmo dei tamburi. Segue un siparietto di hip hop con acrobazie che infiamma il pubblico. Il penultimo girone è quello dei falsi amanti: è la parte più pulp della Commedia a Kibera, con diavoli invitati a estrarre il loro cuore e schiacciarlo. In fondo all’abisso Dante mette Lucifero, il grande traditore. «Ai ragazzini avevo chiesto: qual è il male più terribile per voi? Cos’è il male a Kibera? Tra le risposte, quella che ha messo d’accordo tutti è stata: "I bambini che vengono violentati o abbandonati e vivono in strada". Con le loro risposte abbiamo creato la nostra performance», racconta il regista Marco Martinelli, che da Scampia a Chicago propone da anni un modello di spettacolo collettivo, corale, dove l’improvvisazione dei ragazzi si innesta sul canovaccio di un classico, usato come grimaldello per portare in scena paure e speranze.

«I classici non vivono da soli, vivono se noi succhiamo il loro sangue e vi mettiamo il nostro. Ecco come bisogna amare i classici, divorandoli», azzarda Martinelli. Che è riuscito in una sorta di missione impossibile: far lavorare insieme in uno slum africano 140 ragazzini tra gli 8 e i 18 anni, ispirandoli con un testo del Medioevo italiano. Nessun costume indosso, vestiti sempre con le divise scolastiche, parlano, corrono, cantano, ballano, passando con disinvoltura da un ruolo all’altro, dentro e fuori dal «palco»: il cortile di una scuola dismessa per il debutto, il campo da basket di un altro istituto per la replica. Introducendo lo spettacolo, il regista si era rivolto al pubblico: «Abbiamo preso desideri e sogni dei vostri bambini e con questi potenti mezzi abbiamo dato vita alla Divina Commedia». Ma gli spettatori sono quasi tutti compagni di scuola, di genitori se ne vedono davvero pochi. È mattina di un giorno feriale, Noriah si reputa fortunata: «Mia mamma ha visto l’inizio, poi è andata a lavorare». In fondo all’Inferno di Kibera ecco i bambini di strada: sdraiati a terra, immobili. Alcuni camminano tra i loro corpi intonando uno straziante «tutto quello che voglio è una madre che si prenda cura di me, un padre, una famiglia». Dante si commuove: «Loro sono vittime, non è giusto che stiano qui», protesta. Virgilio gli dà ragione e invita i piccoli a seguirli fuori, nel Purgatorio, il regno di mezzo, «dove l’umanità è purificata dalle violenze e dagli orrori che ci trasformano in bestie selvagge», scandisce la Beatrice nera, la voce soave, materna ed eterea, preceduta dalle note di Mahler con il flauto traverso. È il regno della poesia, dell’arte, della musica. Con la tecnica del teatro greco del coro e del corifeo, dove uno lancia un verso e tutti rispondono o ripetono, i bambini recitano qui oltre ai versi di Dante (in inglese), quelli del poeta keniano Raymond Mgeni (in swahili), e del russo Vladimir Majakovskij, in particolare questa - sua raccomandazione: «Dite ai pompieri che su un cuore in fiamme ci si arrampica con le carezze». Questi bambini di strada con un piede fuori dall’Inferno sono un po’ come Samuel e i suoi compagni: alla ricerca della bellezza, anche se vivono tra i rifiuti. Ma il rischio di precipitare nella voragine è sempre in agguato. «Ogni tanto me ne vado via di casa, ho bisogno di stare all’aria aperta, incontro tanti pusher ma cerco di evitarli», racconta Samuel dopo lo spettacolo, lo sguardo smarrito. Ha fame di spazio, Samuel: vive con la madre e la sorella in uno di questi minuscoli tuguri, affacciati su vicoli di terra, buche e latrine a cielo aperto che diventano paludi fetide quando piove, tra cumuli di immondizia che non saranno mai rimossi. Un abitante su due a Nairobi vive in una baraccopoli. Eppure dall’alto, quando cala la sera, questi quartieri diventano immensi buchi neri tra quartieri scintillanti: scompaiono, non esistono più. Dentro ci sono oltre 150 mila bambini finiti in strada per cercare cibo, fuggire da malessere e violenze. Si stordiscono sniffando colla, di giorno vanno in città a chiedere l’elemosina, la sera tornano negli slum. «Una volta mi hanno portato in cella, uscire da Kibera di notte e dormire all’aperto in città non si può». Parla a fatica Samuel, a scuola non riesce, a 16 anni frequenta la terza media dell’istituto Ushirilca, ammasso di baracche e lamiere dentro lo slum. Sul palco però si trasforma: «Mi sento bene quando recito, mi piace molto fare teatro». Hillary, il Virgilio dello slum, forte dei suoi 18 anni, va oltre: «Da grande voglio fare l’attore». Vive fuori dalla baraccopoli, nel sobborgo degradato di Githuyai, ma frequenta la quarta superiore alla Cardinal Otunga, la migliore scuola della regione. La sua retta è pagata dalla ong italiana AVSI, che ha promosso lo spettacolo e che con il sostegno a distanza supporta oltre tremila ragazzini vulnerabili in Kenya. Non è facile nemmeno per Hillary parlare della sua «selva oscura». Soltanto al terzo incontro racconta di come - dopo l’improvvisa morte del padre - la sua vita sia diventata «un inferno» e di suo fratello ucciso quest’anno dai poliziotti: «Lo hanno scambiato per un ladro, una sera non è tornato a casa, è stato un suo amico a raccontarci tutto». Silenzio. «Mi sento bene nei panni di Virgilio» dice, quasi a voler guidare se stesso fuori dal suo inferno.

Per Samuel, Hillary e compagni il palco è uno spazio di riscatto e libertà, la possibilità di far emergere il desiderio di una vita diversa. Con Dante, nella pancia fetida della baraccopoli emergono sogni, talenti, la voglia di ripartire. I ragazzi interpellano gli spettatori, li fanno ridere, commuovere, sperare. Se quando cammini per Kibera devi stare attento a dove metti i piedi e gli occhi sono fissi a terra, seduto tra il pubblico puoi alzare lo sguardo e ti accorgi che anche qui, all’inferno, il cielo c’è: e Il cielo sopra Kibera è il titolo azzeccato di questa sorprendente performance.

Servizio fotografico a cura di Andrea Signori

Il Paese

Grande quasi due volte l’Italia, 48 milioni di abitanti, il Kenya è il centro economico e logistico dell’Africa orientale. Con un Pil che dal 2010 sale in media del 5% all’anno, il Paese vanta una crescita economica tra le più veloci nel continente ma un lento sviluppo umano: il 40% della popolazione risulta disoccupata o sottoccupata, un keniano su tre vive sotto la soglia di povertà, con 3 milioni di bambini tra i 6 e i 14 anni che non vanno a scuola e il 60% che ha iniziato a lavorare a 6 anni. A Nairobi, un abitante su due vive in uno dei tanti slum della città. Il più grande è Kibera, dove si stima viva mezzo milione di persone. Il Paese è noto anche per il grande numero di bambini di strada: oltre 300 mila, di cui la metà nella capitale. Il Kenya è tra i Paesi più corrotti al mondo (143° su 180). Un fenomeno che fagocita il 30% delle entrate del Paese, secondo la Banca Mondiale. Per la prima volta in Africa le elezioni del 2017 sono state invalidate dalla Corte costituzionale per brogli su richiesta dell’opposizione


Il progetto

Marco Martinelli, fondatore del Teatro delle Albe, ha ideato la «nonscuola», pratica teatrale che mette in contatto gli adolescenti con i classici. Raccontata in Aristofane a Scampia (Ponte alla Grazie), è stata utilizzata anche per dirigere Il cielo sopra Kibera, performance teatrale ispirata alla Divina Commedia e portata in scena nel più grande slum di Nairobi con il supporto dell’attrice Laura Redaelli. Protagonisti 140 allievi della baraccopoli. Tra le quattro scuole coinvolte l’elementare Little Prince dove si trova una sala teatro intitolata a Emanuele Branterle, protagonista del mondo teatrale milanese scomparso prematuramente. Il progetto di fare del teatro un’esperienza centrale nei percorsi educativi risale ad anni fa. Proprio a nome degli Amici del Teatro Branterle, l’anno scorso la ong AVSI e il direttore di «Vita» Riccardo Bonacina hanno chiesto a Martinelli di rilanciare il progetto. Dal 1986 AVSI è impegnata in 12 contee del Kenya con diversi progetti nel settore dell’educazione. Ogni anno, con il sostegno a distanza, supporta oltre tremila allievi vulnerabili. Tra le scuole costruite e sostenute ci sono la Little Prince di Kibera e la superiore Cardinal Otunga, coinvolte nella performance.

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