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11 Agosto Ago 2018 1303 11 agosto 2018

Noi e l'Africa: un "piano Marshall" è una possibilità reale

La proposta di AVSI sul Corriere della Sera

«Ci vorrebbe un Piano Marshall»: torna come un mantra questa espressione di fronte a situazioni considerate irrisolvibili, a tratti come un auspicio irrealizzabile o ancora come una promessa di impegno.

Anche a proposito di Africa viene più volte evocato da chi è investito dai problemi che da quel continente arrivano fino alle nostre coste, nella carne dei migranti ma non solo. Recentemente anche il nostro Ministro degli Interni ha pronunciato su questo giornale quelle parole, Piano Marshall, e noi vorremmo provare a condividere la certezza che non solo è possibile, ma è arrivato il momento giusto per avviarlo. A condizione di spostare le risorse di pensiero e di azione che impegniamo in dialettica su altro. In primis sulla collaborazione tra tutti fondata sulla consapevolezza che il nostro Paese ha i numeri buoni, adesso, da giocare.

Le risorse ci sono, anche solo mantenendo gli impegni presi dai governi precedenti sui fondi destinati alla cooperazione (0,29% del Pil nel 2017 con l'obiettivo di arrivare allo 0,30 nel 2020) e spostando i circa 500 milioni che si potranno risparmiare dal capitolo accoglienza (visto il crollo dell'80% degli arrivi) a interventi di cooperazione nei Paesi.

Non bastano le risorse, ci vogliono gli strumenti? Anche in questo l'Italia deve solo fare degli aggiustamenti e mettere in atto quello che in potenza è già pronto: rafforzare l'Agenzia della Cooperazione allo Sviluppo con il nuovo direttore che sarà a breve nominato, finalmente inserendo nuovo personale competente con il concorso previsto, favorendo l'azione mirata della cooperazione delegata per arrivare ai fondi messi a disposizione dalla Ue. E ancora favorendo il processo di evoluzione della Cassa Depositi e Prestiti in Banca di Sviluppo come previsto dalla legge, così che possa accedere alle risorse dell'European Investment Plan.

Si potrebbe avviare il piano là dove l'Italia è già presente e conosce il contesto e nei luoghi da cui arrivano i migranti: cominciamo da Kenya, Mozambico, Uganda, Nigeria, Costa d'Avorio, Niger. Anche le direttrici del piano si presentano chiare, perché solo due azioni combinate garantiscono sviluppo duraturo e corrispondente agli obiettivi dell'Agenda 2030: il coinvolgimento del settore privato per portare e fare business, conveniente a tutti, integrato a progetti di educazione, formazione e creazione di posti di lavoro. Un intreccio possibile con la mediazione dei soggetti della società civile, dalle ong fino alla realtà locali. Perché sono i veri motori di ripartenza e coinvolgimento nel processo di crescita e sviluppo delle persone e delle comunità, fino alla più vulnerabile. Gli aiuti devono passare attraverso soggetti competenti in ambiti diversi e costantemente monitorati e valutati nei loro risultati effettivi. Non è più possibile pensare di consegnare fondi per lo sviluppo tramite il budget support a governi altamente esposti alla corruzione.

Un piano così non è fantascienza, è una possibilità che la storia ci consegna come realistica. Certo chiama tutti alla disponibilità a coinvolgersi e questo disarma. Perché urge seppellire la tendenza che porta a vedere nell'altro l'antagonista da far fuori, la minaccia per la propria presunta posizione di potere. Invece che un positivo, una risorsa.