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14 Marzo Mar 2018 1546 14 marzo 2018

La storia di Sahar, sette anni, una vita in fuga dalla guerra

Oltre 450mila rifugiati siriani in Libano e più di 240mila in Giordania hanno meno di 18 anni, il 60% di loro non va a scuola. Il progetto Back to the future punta a riportarne a scuola oltre 27mila entro il 2019

Sahar Ha Sette Anni

di Edoardo Tagliani, responsabile progetti AVSI in Medio Oriente

Perché tra pochi giorni saranno sette le candeline da spegnere al compleanno triste del conflitto siriano, esploso nel marzo del 2011 e tuttora in corso. Una crisi che per un attimo, nei mesi centrali dello scorso anno, sembrava timidamente dirigersi verso una soluzione e che adesso ha ripreso fin troppo vigore, tanto che qualcuno già parla di “seconda guerra siriana”.

Sahar è nata pochi giorni dopo l’inizio degli spari. Ha visto la luce sotto i cieli del Libano o, meglio, sotto il tetto di latta e nylon della sua baracca da rifugiata. Non ha memoria di null’altro che di questa vita in fuga, lontano da quella casa che non ha mai visto e che forse non vedrà mai. Perché chissà, se quella casa è ancora lassù, da qualche parte, nel Nord della Siria che ancora scoppia, o è già macerie come tante, troppe altre case.

Sahar ha sette anni e sta imparando a leggere e a scrivere come può, tra corsi informali e lezioni pomeridiane in una scuola vera, quando e se c’è posto per lei. Altrimenti si continua a sillabare e a far di conto sotto una tenda, nel mezzo del grande campo “informale” (ITS: Informal Tent Settlement) che lei, appunto, per forza chiama casa.

Sahar ha sette anni ed è solo una dei “bimbi sperduti” che se e quando torneranno, si sentiranno profughi al contrario. Paradossalmente, proveranno persino nostalgia per la loro vecchia baracca, l’amichetto in quella di fianco, il grande spiazzo dove si correva e si inventavano giochi come sberleffi alla guerra.

Un’intera generazione di bambini che definire sradicati non è corretto: le loro radici sono conficcate in Libano, in Giordania, in Iraq, in Egitto e in tanti altri posti dove mamma e papà hanno deciso di giocarsela per poter sopravvivere. E se teniamo conto di quando, solitamente, i ricordi cominciano a farsi nitidi nella mente degli uomini, chiunque in un campo profughi abbia oggi meno di 11 anni, fa parte di quella generazione. Una generazione a cui la guerra ha scippato una casa vera sostituendola con una finta. Poi, giorno dopo giorno, essendo l’unica, si è fatta vera quella. Perché la guerra inganna, confonde, dà carte false ad ogni mano.

Spesso è quasi impossibile capire che cosa il futuro riservi a questo mare di bimbi “radicati altrove”, nel posto sbagliato, un posto che spesso nemmeno li vuole, che non vede l’ora di poterli cacciare. Che cosa sia meglio per loro è un rompicapo difficile, fatto di poche risposte ballerine e tanti dubbi ben piantati in terra. Tornare? Ma dove? Restare? Con quali prospettive? Da stranieri in terra straniera, con pochi diritti, tanti doveri e la spada di Damocle dell’espulsione sempre appesa sulla schiena?

Una cosa soltanto, è certa. Questa, oggi, è la vita vera, la sola vita dei “bimbi sperduti”. Dentro questa, di vita, vanno accompagnati. Non ci si può sedere ed aspettare che una guerra infinita finisca. Dice bugie per definizione, la guerra. Ti illude, ti convince, ti fa sperare. E poi torna a farti lo sgambetto. Non bisogna crederle mai.

Ecco che allora non esiste altra soluzione che camminare al loro fianco. Per le ong AVSI, Terre des Hommes e War Child, questa soluzione ha significato prima di tutto una cosa: riportarli a scuola. Con il progetto Back to the future, finanziato dal fondo dell’Unione Europea Madad, stiamo lavorando insieme dal 2016 per dare un’educazione a oltre 27mila bambini siriani in Libano e Giordania.

È l’unica strada possibile, sia fatta di baracche e scuole provvisorie, sia che ticchetti sotto le tende o in un campo a raccogliere verdure. Passeggiando spalla a spalla coi “bimbi sperduti”, si impara veloce una cosa. La vita è sempre potente. Tanto potente da lasciare a bocca aperta. Perché Sahar ha sette anni, nessuna memoria del suo Paese e vive in equilibrio sul filo sottile che divide l’esistere dal cessare di farlo. Ma Sahar cresce, impara, gioca. Sahar ride squillando che la sentono in tutto lo spiazzo. Sahar vive. E l’unica cosa sensata da fare, è vivere con lei.

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