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13 Febbraio Feb 2018 1510 13 febbraio 2018

Le maestre del campo profughi

Sfollate per scelta: lasciano casa e figli e fanno la vita dei profughi per dare speranza a chi l’ha persa. A Palabek in Uganda, dove l’emergenza migranti porta lavoro e sviluppo.

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di Alessandra Muglia - fotografie di Stefano Schirato

Tutti i giorni arrivava in classe con ore di ritardo, Adyero. E a volte non arrivava affatto. «Un giorno l’ho presa da parte: “cosa c’è che non va?” ho chiesto. Adyero è scoppiata a piangere: “Devo accudire i miei fratelli, sono fuggita qui con loro dopo che hanno massacrato i miei genitori davanti ai miei occhi”. Cercavo le parole per consolarla: “Puoi contare su di me, se studi una nuova vita è possibile” le ho detto». Sussurra Concy Alawa, 27 anni, lo sguardo perso nell’orizzonte tra la terra rossa e il verde della savana, mentre racconta dei suoi primi tre mesi da maestra nel campo di Palabek, l’ultimo insediamento per sfollati nato in Uganda, appena sotto il confine con il Sud Sudan, in una zona raggiunta dai migranti pochi mesi fa, dopo che le altre aree più a ovest si sono saturate.

I residenti nelle scuole dei rifugiati

Concy, treccine afro raccolte in alto e impreziosite da una coroncina di lustrini, abito a ruota con motivi floreali batik, insegna in una classe di 196 bambini. Sono per lo più sudsudanesi, ma di tribù diverse. Alcuni di loro, mai andati a scuola, non parlano inglese. «Per fortuna ci sono due colleghe rifugiate, quando non ci capiamo ci danno una mano». Ma la parte più impegnativa del lavoro per Concy arriva a fine lezione: ogni giorno tenta di avvicinare uno di loro e rompere il silenzio che strozza le loro vite. Molti arrivano da oltre confine come Adyero e come lei hanno ancora l’orrore negli occhi. Altri invece sono di qui. Perché a Palabek le tende bianche dei rifugiati sono sparse tra le capanne dei locali. E anche i loro figli frequentano le sei scuole elementari nate grazie alle risorse mobilitate a livello internazionale per gestire questa emorragia umana: nel Paese con più profughi in Africa e tra i primi al mondo (sono 1 milione e 400 mila, più della metà bambini) ne arrivano in media 500 al giorno, quanti sono approdati in un mese, a gennaio, in Italia. Scappano dalle violenze e dalle fame innescate da un conflitto politico poi diventato etnico e uscito dai radar internazionali, con oltre 50mila persone sterminate in quasi 5 anni.

La guerra in classe

Tra le vittime i papà di due alunni di Stella Aloya Oryang, un’altra maestra del campo, i capelli stirati e la camicetta a righe e gonna tubino all’occidentale. «In classe avevo un bambino e una bimba sudsudanesi che litigavano sempre» ricorda lei in un’aula vuota a pochi giorni dalla ripresa delle lezioni. «Una mattina sono riuscita a farli parlare e ho scoperto che tutto partiva da casa. Il padre del piccolo, un dinka, aveva partecipato all’uccisione del papà della bambina, di un’etnia rivale, ed era poi stato ammazzato a sua volta. Sfollati qui, i due bambini sono capitati nella stessa classe. Ho convocato le madri, le ho invitate a non coinvolgere i piccoli, a non portare la guerra anche a scuola. In tre mesi ho visto tanti cambiamenti, è per questo che sono venuta», dice Stella che ha lasciato in città i suoi quattro figli — hanno da 4 a 14 anni — e un posto meglio retribuito, per lavorare qui.

«Mi sento molto coinvolta quando riesco a portare un po’ di speranza a qualcuno che l’ha persa» spiega. «Restano bambini molto reattivi, basta un niente per innescare una rissa e vederli scontrarsi divisi per tribù — interviene Ronald Odera, 27 anni, che insegna nella stessa scuola — in questi mesi il livello di aggressività comunque è diminuito». Anche lui per poter lavorare qui ha dovuto lasciare moglie e figlioletto di un anno a Kitgum, cittadina di 35mila anime a due ore di matatu, i minibus locali. Così pure Concy, i suoi due bambini di 3 e 5 anni li ha affidati a una baby sitter e li raggiunge nel fine settimana.

Sfollate per scelta

Dal lunedì al venerdì vivono come gli sfollati: lontani da casa, alcuni in tende, a volte costretti a macinare chilometri a piedi per recarsi a scuola visto che il campo è esteso. «Impiego quasi un’ora per arrivare in classe — dice Concy —. E non c’è nessuna mensa. I bambini quando sanno di trovare del cibo a casa, nei giorni subito dopo la distribuzione del sacco mensile, vanno via per mangiare e non tornano più al pomeriggio, altrimenti restano a scuola e saltano il pranzo, come faccio io di solito» racconta davanti a un piatto di posho —sorta di polenta di mais — e fagioli offertoci allo Sheraton locale: una capanna di bambù ricoperta dal tendone bianco dell’Unhcr con dentro due fuochi e sacchi di cibo. «Rifugiate» per scelta. Per affrancarsi da un marito violento, come nel caso di Concy. Per sfuggire allo «stress della vita familiare», come dice Anek Goretty Onyutta, 30 anni, che si è candidata per insegnare qui: «Mio marito va con altre donne, in mia assenza dovrà darsi da fare in casa e badare ai figli, spero metta la testa a posto». Per essere libera di rifarsi una vita, come dichiara Anena Winifred, 25 anni, lasciata dal consorte che si è portato via anche la figlioletta.

Oltre l’orrore, supportate da Avsi

Motivazioni diverse ma accumunate dallo stesso desiderio: aiutare chi scappa dalla guerra: «Ci sono passata anch’io, tra il 1997 e il 2006 siamo stati sfollati qui vicino» dice Concy. Quest’area nel nord del Paese è quella segnata dalle atrocità compiute dai ribelli di Kony e tutti ne portano le cicatrici. In quegli anni il governo aveva spostato interi villaggi in campi speciali per isolare i guerriglieri. Campi non protetti, anche lei era stata rapita: «Ma quel giorno volevano solo maschi e mi hanno rilasciato subito, sono stata fortunata». A Stella avevano preso la mamma quando aveva 7 anni, ed è rimasta con i suoi 6 fratelli senza di lei per 10 anni, «ma anche di più, perché una volta tornata era strana, non più la stessa, aveva perso la ragione». Concy, Stella e le altre maestre accarezzando il dolore degli altri alleviano anche il proprio. E guardano al futuro: fanno la vita dei rifugiati per cogliere quella che ritengono un’opportunità professionale. «Non siamo mai state così monitorate, non abbiamo mai fatto così tanti training e workshop” dicono. Sono state tutte arruolate nell’ambito di Education cannot wait, il progetto avviato a settembre da Fondazione Avsi con fondi Unicef che ha portato banchi, libri e quaderni ai bambini, e corsi di formazione (e stipendi) alle maestre di tre scuole elementari.

Maestre cercasi

Ora sono in corso nuove selezioni. Anthony Iawot, responsabile locale del progetto, sta facendo dei colloqui preliminari alle aspiranti insegnanti: si sono presentate in 150 per 15 posti. Chiede come intendano gestire bambini difficili, testardi, a volte violenti, oppure assenti. Per le prescelte ci saranno corsi di formazione, ma resta un lavoro non facile. E i candidati intervistati (ci sono anche uomini) vogliono essere parte di questo «processo di riabilitazione», come lo chiamano. All’inizio a Palabek le lezioni si svolgevano sotto i manghi come riparo dalla canicola appena sopra l’Equatore ed erano tenute da volontari. Poi sono arrivati i ripari in bambù e lamiera. Infine tre di queste strutture temporanee in tre mesi sono state rimpiazzate da edifici in mattoni. E un quarto sta per essere ultimato.

L’emergenza che porta sviluppo

I lavori fervono. Del resto la comunità ospitante ha accettato di cedere il proprio terreno in concessione al governo per la creazione del campo in cambio di infrastrutture e servizi. Scuole, ma anche ospedali, market, strade. E’ il modello Uganda decantato di nuovo l’altro giorno anche da Filippo Grandi, l’alto commissario Onu per i rifugiati in visita sul posto. Nel Paese guidato da Museveni da oltre trent’anni, gli ultimi 15 con il pugno di ferro (a dicembre ha pure modificato la Costituzione per assicurarsi un sesto mandato), agli sfollati vengono distribuiti piccoli appezzamenti di terra per vivere e concessa la possibilità di circolare liberamente, cercare lavoro o avviare attività. Anche Palabek però si sta saturando: non sono cresciuti solo i profughi (27mila secondo l’ultima rilevazione con un sistema biometrico) ma anche i residenti, aumentati più del 20% in sei mesi (da 4.000 a 5.209), attirati dallo sviluppo innescato dall’emergenza migranti. Ora nei villaggi vicini le autorità stanno negoziando con i locali per poter aprire nuovi campi: se le trattative per convincere i proprietari a cedere la propria terra in concessione al governo a Palabek erano durate un mese, quelle in corso ora sembrano procedere più speditamente, visti i risultati. Una speranza all’orizzonte per le altre migliaia di Adyero in arrivo.

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