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21 Novembre Nov 2017 1059 21 novembre 2017

Siria, cure gratuite a Damasco e Aleppo grazie Ospedali aperti

Mohammad è in ospedale in convalescenza dopo un’operazione che gli permetterà di tornare finalmente a camminare, con l’aiuto di una protesi. È uno dei pazienti che ha beneficiato dei risultati di Ospedali aperti, un progetto che punta a curare gratuitamente i siriani ad Aleppo e Damasco. Lo raccontiamo oggi sulle pagine di Avvenire

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“Sono stato costretto a letto per mesi, non potevo permettermi di pagare l’intervento alle gambe. Mi hanno salvato i miei genitori che sono tornati a prendersi cura di me”. Mohammad ha 37 anni e racconta le sue ultime settimane di immobilità assoluta dal letto dell’ospedale francese di Damasco. Una vistosa fasciatura rigida a entrambe le gambe lo costringe in una posizione semidistesa, con gli arti leggermente divaricati. All’epoca della sua fuga da Aleppo, la città in cui viveva prima dell’assedio che l’ha spinto a tornare nella capitale, camminava ancora. Poi un incidente, inaspettato, gli ha cambiato la vita in pochi secondi: “Una raffica di proiettili, alle mie spalle. Non mi accorsi di nulla, solo del dolore lancinante alle gambe”.

Tra i “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso e dalla violenza”, che papa Francesco descrive per ricordarci quanto la povertà ci sia vicina, c'è certamente una grossa quota di volti siriani. In Siria la miseria è la conseguenza diretta di una guerra che ha lacerato nel profondo la sua economia e il suo tessuto sociale. Le Nazioni Unite hanno calcolato che oltre l’80% della popolazione vive ormai stabilmente in condizioni di grave povertà, con un tasso di disoccupazione schizzato al 57% e circa 12 milioni di persone rimaste senza alcuna fonte di guadagno.

Ma c’è un altro aspetto che rischia di passare sottotraccia, nonostante sia indissolubilmente legato al collasso economico siriano: la crisi sanitaria profondissima. Più della metà degli ospedali pubblici e dei centri di prima assistenza è fuori uso, quasi due terzi del personale sanitario ha lasciato il Paese. I pochi ospedali ancora in funzione devono fare i conti con l’ormai cronica carenza di risorse, umane e materiali, e con lo scarso accesso alle forniture di elettricità, carburante e acqua potabile. In questo contesto, come spesso accade, sono le fasce di popolazione più povere a essere colpite con maggior violenza. Perché curarsi, in Siria, è ancora possibile. Ma costa caro e quindi i poveri non possono permettersi neanche le cure per le patologie più banali che poi si aggravano fino a causare la morte.

“È mia madre che mi aiuta, nonostante un grave problema di cuore che dovrebbe tenerla a riposo”, continua a raccontare Mohammad. “Ogni mattina si trascina fuori casa per vendere sigarette all’angolo della strada. Spero di poterle restituire presto tutto quello che mi ha dato”. Mohammad è in ospedale in convalescenza dopo un’operazione che gli permetterà di tornare finalmente a camminare, con l’aiuto di una protesi. È uno dei primi pazienti a beneficiare dei risultati di “Ospedali aperti”, un progetto realizzato dalla ong italiana AVSI che punta proprio a garantire cure gratuite agli abitanti di Damasco e Aleppo. “Siamo ormai nella fase operativa”, spiega Giampaolo Silvestri, segretario generale di Fondazione AVSI. “Abbiamo iniziato fornendo agli ospedali macchinari e formazione, ora sono attivati gli uffici sociali che negli ospedali accolgono le persone bisognose e le indirizzano a ricevere le cure gratuite. Intanto continuiamo a raccogliere fondi per dare a questo progetto il respiro più lungo possibile”.

Il progetto è stato voluto fortemente dal cardinal Mario Zenari, nunzio a Damasco, e ha beneficiato del sostegno economico di grandi donatori, tra gli altri: Fondazione Policlinico Gemelli, Papal Foundation, Cei, Calzedonia, Cavalieri del Santo Sepolcro, Conferenza episcopale statunitense, Caritas spagnola, Misereor, F2i, Iesweb, Unipol, Roaco. Grazie a loro e alla raccolta fondi popolare con la Campagna Tende il progetto di fatto sta permettendo a tre ospedali (due a Damasco, uno ad Aleppo) di curare il maggior numero di pazienti indigenti che, altrimenti, come accaduto a Mohammad, non avrebbero possibilità di riprendere la loro vita in mano e ripartire.

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