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20 Settembre Set 2017 0924 20 settembre 2017

AVSI all'Onu con il Ministro degli Esteri su migrazioni e sicurezza

In cerca di buone pratiche, tra aiuto allo sviluppo e domanda di sicurezza. All’Onu a NY un incontro promosso da AVSI con i ministri degli esteri di Italia, Libia, Tunisia, Niger, Uganda, Kenya.

Rifugiati e migranti. L'intervento di Giampaolo Silvestri, segretario generale di AVSI e il video della storia di Berry dalla Nigeria a Milano.

Mentre la comunità internazionale è al lavoro per redigere il Global Compact su migranti e rifugiati, il dibattito pubblico si polarizza sempre più tra chi apre all’accoglienza e chi invece teme i continui nuovi arrivi e chiede garanzie di sicurezza.

A partire dalla sua esperienza decennale e internazionale in progetti per migranti e rifugiati, Fondazione AVSI, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha promosso un side event in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per presentare la “via italiana” sul tema in oggetto.

Alla presenza di ministri degli esteri di Paesi di Africa e Medio Oriente, sono state condivise analisi ed esperienze di collaborazione tra soggetti diversi: società civile, private sector, autorità locali e nazionali.

Il video integrale dell'incontro

La storia di Berry

L'intervento di GIampaolo Silvestri, segretario generale di AVSI

La forza del titolo di questo incontro [ Refugees and migrants. Ideas and best practices between development cooperation and the need for security] sta nel fatto che contiene due termini che il dibattito oggi sembra considerare in contraddizione. L’obiezione sottointesa suona così: perché aiutare i Paesi dai quali in alcuni casi sono venuti criminali o terroristi che colpiscono a morte le nostre città, seminando il panico e incrinando la fiducia reciproca? Non sono risorse buttate via, sprecate?

Noi oggi qui insieme ad autorità internazionali e a figure della società civile e dell’impresa, vogliamo provare a documentare che no, le due voci non sono in contraddizione. Al contrario: la cooperazione allo sviluppo e la domanda di sicurezza procedono insieme, sono due dati che si “illuminano” a vicenda: ogni euro o dollaro, impegnato nel primo ambito (aiuto allo sviluppo), quando ben impostato, trasparente e corrispondente al bisogno reale, è un investimento per la sicurezza che chiedono i cittadini, e giustamente pretendono che sia loro garantita.

Ma questo non vorrei dirlo in teoria, ma partendo da dei casi concreti.

Contro il talent show dei poveri

Qualche giorno fa il Washington Post ha raccontato la storia di una ragazzina, Ayan, che vive nel campo profughi di Dadaab in Kenya e che con altri 5000 coetanei ha partecipato a una selezione proposta da un’università canadese. In palio 16 - sottolineo 16 - scholarship in Canada. E non solo: in palio per loro anche la cittadinanza canadese. Il reporter nel suo articolo dettagliava la fatica e l’ansia di questa ragazzina, tutta concentrata a superare i colloqui di selezione, in una gara quasi crudele. Soprattutto definiva questa selezione “the only way out” da un destino segnato, quello nel campo profughi dove era nata e dove non aveva speranze di cambiamento.

Per lei delle due l’una: o vinco questo “talent show dei disperati” o sono destinata a una vita di stenti in un pezzo di terra arida senza sbocchi, senza tempo, senza presente né futuro.

Da quel campo, Dadaab, sono venuti alcuni terroristi del commando che ha colpito l’università di Garissa nel 2015 causando la morte di 148 studenti. Quel campo presenta le condizioni ideali per reclutare giovani disperati e trasformarli in estremisti violenti, terroristi. Hanno qualcosa da perdere i giovani che vivono là? Qual è l’alternativa?

Educazione e lavoro per la sicurezza

Il punto è tutto qui: la possibilità di scegliere tra due alternative.

Parto dall’esperienza di AVSI che è sul terreno in trenta Paesi, a contatto costante con la vita quotidiana di persone definite tecnicamente “vulnerabili” e che, concretamente significa, non hanno le scarpe, non hanno pasti regolari o sufficienti, vivono in situazioni di provvisorietà, non hanno sempre un rifugio dove ripararsi, ma soprattutto non vedono vie di uscita.

Questa situazione si combatte per noi con due strumenti: educazione e lavoro. I due vanno sempre insieme.

A questo proposito condivido tre storie che si sviluppano lungo il percorso delle migrazioni: nei Paesi di origine (“a casa loro”), nelle terre di transito, e in Italia cioè in un Paese della destinazione. Un approccio realistico al tema delle migrazioni infatti deve tener presenti tutti questi passi.

1) In Kenya: 329 bambini (8-15 anni) hanno iniziato o ripreso la scuola “persuasi” dai loro coetanei scout nel 2017. Questo è un impatto non previsto nell’ambito di un’attività di creazione di gruppi scout che ha raggiunto 1.463 ragazzini di Dadaab, sia del campo che dalla comunità locale grazie a diversi progetti finanziati da Bureau of Population, Refugees and Migrants (BPRM), U.S. Department of State.

Sempre qui abbiamo rintracciato 195 insegnanti formati da AVSI a Dadaab negli ultimi anni (fondi UNICEF, EU, BPRM) che sono rientrati in Somalia: tutti lavorano, il 36% come insegnanti.

Il 92% dei giovani che hanno frequentato la nostra scuola di formazione professionale St. Kizito Vocational Training di Nairobi nel 2015 lavora o ha proseguito gli studi.

Questi dati non sono un dettaglio se si pensa a un recente study dal titolo “Journey to Extremism in Africa: Drivers, Incentives and the Tipping Point for Recruitment” presentato da UN DP che analizza il percorso verso la deriva dell’estremismo violento dei giovani africani e individua nella marginalizzazione, nella lontananza da ambienti accoglienti e nella mancanza di lavoro e infine nella sfiducia verso le istituzioni gli ambiti dove matura la decisione di entrare nei gruppi violenti. Per altro lo studio recommended “community-led initiatives”, e sottolinea che “What we know for sure is that in the African context, the counter-extremism messenger is as important as the counter-extremist message”.

2) In Libano, terra di transito oggi

Il giornale Al Monitor ha raccontato nei giorni scorsi la storia di Khaled: a 30-year-old engineer from Daraa (Syria) has been in Lebanon since 2012, and has been residing in the small village of Kfar Dines in the Bekaa since 2014. Grazie a un progetto di Cash for work promosso da AVSI con i fondi della Cooperazione Italiana ha potuto lavorare in Libano in anni in cui avrebbe rischiato di bruciare il suo tempo o scappare all’estero, oltre il mare, lontano e quindi non tornare più. Il lavoro – per quanto semplice - che gli ha permesso anche di conoscere da vicino i libanesi e di farsi conoscere, in un momento in cui le tensioni sono alle stelle di favorire processi di conoscenza reciproca, di superamento di pregiudizi.

3) In Italia: qui rimando alla testimonianza di Elena Riva, presidente di Panino Giusto, che interverrà più tardi per raccontare un’esperienza particolare.

Quale educazione

In questi casi educazione e lavoro vanno sempre insieme.

Ma attenzione: di educazione parlano in tanti. Anche i reclutatori del terrore investono nella formazione delle reclute.

La differenza si gioca nel tipo di educazione che abbiamo in mente, nei contenuti e confini.

Educazione per noi è costruire strutture e forme di accompagnamento della persona, dall’età prescolare fino all’età adulta, di istruzione ma non solo. Insegnare a leggere e scrivere non basta, l’educazione è qualcosa di più articolato e radicale, di inclusivo e di qualità: noi crediamo che significhi mettere in moto un processo per cui la persona scopre che la realtà può avere in serbo qualcosa di positivo, che l’altro (la persona che mi sta di fronte) che può essere diversa per cultura, tradizione, religione, ma non è mai da guardare come ostacolo, ma come un bene, un dato positivo, e quindi va rispettata e accolta.

Si tratta di un processo che innesca una volontà di seguire un progetto di crescita, di riscatto delle situazioni più difficili, di fiducia nel proprio valore e unicità.

Ma questo percorso di educazione e formazione (compresa la formazione professionale), diventano sterili se alla fine non prevedono un effettivo inserimento lavorativo.

L’educazione senza sbocco lavorativo genera senso di ingiustizia, frustrazione, rabbia, voglia di rivalsa. Anche violenta.

In modo speculare anche il lavoro ha bisogno di educazione: per restare al passo con lo sviluppo e con la competizione, per evitare il rischio del fiato corto, la formazione al lavoro diventa una condizione indispensabile per una crescita continua di motivazione e miglioramento.

Questo binomio è il più grande investimento in termini di sicurezza.

Non istantaneo, ma a lungo termine.

La stagione che viviamo infatti chiede nei Paesi minacciati da terrorismo misure immediate certo (barriere contro il terrore, collaborazione tra servizi di intelligence, servizi di polizia…), ma da sole questo non bastano. Bisogna guardare a dopo-domani. C’è bisogno di investimenti di lungo periodo.

No alla dispersione del capitale umano

Questo duplice impegno (investire in educazione e lavoro) va giocato lungo tutto il percorso di chi si mette in viaggio. Appunto nelle tre tappe già indicate: nei Paesi di origine, di transito e di arrivo. Non so in quale delle tre tappe si giochi la partita più difficile. Forse la più sfidante è quella oggi che viene chiamata “aiutarli a casa loro”, prima cioè che i migranti decidano di partire.

Non è solo una questione da intendersi come un modo per tenere rifugiati e profughi più lontani possibile dai nostri confini europei. E parlo per l’Italia in particolare che è una porta nel Mediterraneo verso l’Europa.

Ma si tratta ancora una volta di avere lo sguardo capace di attraversare il tempo.

Se Ayan va in Canada (per riprendere la vicenda raccontata dal Washington Posto), e lei è tra le studentesse più promettenti del campo profughi, chi ricostruirà il suo Paese? Su quale capitale umano si potrà appoggiare il Kenya?

Se dalla Siria i medici, gli insegnanti, gli ingegneri, gli infermieri, se ne vanno tutti oltre oceano o nel Nord Europa, chi ricostruirà la Siria appena la guerra finirà?

Se ci sono più medici ugandesi a Londra che in Uganda, abbiamo un problema sia in Uganda che a Londra.

In tutta la vicenda delle migrazioni dimenticato che si tratta di una moneta a due facce: da una parte come accogliere i migranti nei Paesi di arrivo, nel rispetto della loro storia, dei loro diritti, dei loro bisogni; ma dall’altra c’è anche il tema del capitale umano. Ci sono Paesi che hanno bisogno del loro capitale umano, non possono perdere quelli che potrebbero divenire i protagonisti della ripresa e dello sviluppo.

Il fenomeno migrazioni intrecciato alla domanda di sicurezza perciò va visto nella sua complessità, in tutti i fattori che lo compongono e nel suo svilupparsi nel tempo.

Per questo noi ridiciamo che ogni spesa (ogni euro o dollaro) per la cooperazione allo sviluppo, in questa prospettiva, diviene un investimento di lungo periodo, che darà presto interessi molto consistenti.

Noi siamo al lavoro, infaticabili e trasparenti, per questo.

Grazie.

Relatori dell'evento:

  • Angelino Alfano Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Italia
  • Khemaies Jhinaoui Ministro degli Affari Esteri, Tunisia
  • Ibrahim Yacouba Ministro degli Affari Esteri, Niger
  • Henry Oryem Okello Ministro degli Affari Esteri, Uganda
  • Gebran Bassil Ministro degli Affari Esteri, Libano
  • Amina Mohamed Ministro degli Affari Esteri, Kenya
  • Lorenzo Vidino Director of Program on Extremism, George Washington University, Washington
  • Elena Riva Presidente di Panino Giusto
  • Giampaolo Silvestri Segretario Generale di Fondazione AVSI

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