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23 Giugno Giu 2017 1506 23 giugno 2017

Una possibilità per Berry. Dalla Nigeria alla cucina di Panino Giusto

“RifugiatiMigranti. Al lavoro per cambiare passo” è il titolo della Campagna Tende di AVSI di quest’anno. Il lavoro è una delle parole chiave, perché per ogni uomo e ogni donna di qualsiasi latitudine è il mezzo per guadagnarsi da vivere con dignità, per divenire indipendenti e lanciarsi nella vita.

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AVSI promuove opportunità di formazione e lavoro nei Paesi di origine delle migrazioni, perché le persone come Berry non siano costrette a fuggire; ma la realtà dei fatti chiama a interventi e progetti anche qui, a casa nostra. Come quello di AVSI con la cooperativa Farsi Prossimo e l’impresa Panino Giusto. Perché chi arriva da terre lontane ed è riconosciuto come bisognoso di protezione internazionale possa prendere in mano la sua vita e non sentirsi un peso inutile per la società che lo accoglie.

“Fidati di me, papà”. Se vuoi andar via dalla Nigeria, a diciotto anni, il primo grande ostacolo sono i tuoi genitori. Bisogna che accettino l’idea di non vederti più per mesi, forse anni, che capiscano che sì, è vero, vi sentirete al telefono solo quando capita, non vedrai più crescere tuo fratello, spezzerai il cuore di tua madre e dovranno prestarti i soldi per il viaggio, ma anche che quella è la tua unica strada. Il solo modo per riuscire a sopravvivere.

Berry ci ha messo mesi a convincere i suoi. Non ne volevano sapere di lasciarlo andar via, ma le cose stavano andando sempre peggio. Una malattia improvvisa e sconosciuta aveva costretto a letto il papà e il solo stipendio della mamma non poteva bastare a pagare il cibo, le cure, gli studi dei figli.

“Ancora oggi papà fa fatica a camminare — racconta Berry — non volevo lasciarlo, ma mi serviva un lavoro e Benin Town, la città dove sono cresciuto, non ne offriva. Sono stato costretto ad andar via dalla Nigeria”. Berry oggi di anni ne ha ventuno e sorride imbarazzato dopo ogni domanda. Prima di tornare serio e ripensare al suo recente passato, fatto di viaggi interminabili, lavori precari, sacrifici, paure e giorni di prigione.

Racconta quello che ha vissuto nel suo inglese nigeriano, ormai contaminato da tante parole italiane. È nel nostro Paese da più di due anni, ma solo a settembre è riuscito a ottenere il suo primo vero lavoro. Farà il cuoco, grazie a un progetto realizzato in Italia da AVSI con Farsi Prossimo, in collaborazione con Panino Giusto, una grande catena di ristorazione milanese che ha messo la sua accademia di cucina a disposizione di sedici rifugiati e richiedenti asilo. E quattro contratti di lavoro per i più meritevoli.

“Il primo giorno quasi non ci credevo — continua Berry — ma ho capito subito che era una grande opportunità. Prima del corso di formazione non avevo mai nemmeno toccato una padella, ci ho messo tutto me stesso per imparare”. Prima del lavoro, però, per Berry c’è stato l’inferno della Libia. Dodici mesi passati a lavare auto e a dormire nelle celle di una prigione di Tripoli, arrestato tre volte per la sola colpa di essere straniero. E poi il purgatorio dei centri di accoglienza italiani, dalla Sicilia fino a Pavia, ad aspettare — e sperare — che arrivassero i documenti per il soggiorno in Italia: “Ho pianto di gioia quando ho visto il permesso”.

Milano e la cucina di Panino Giusto sono stati la sua ultima tappa. Ci mette sempre un po’ a vestirsi prima del suo turno, ma quando esce dal retro Berry è impeccabile. Cappellino, divisa nera con il logo dell’azienda sul petto e grembiule verde legato ai fianchi. “È sempre il primo ad arrivare, l’ultimo ad andare via — spiega la responsabile del ristorante di largo Carrobbio — E la sua soddisfazione si percepisce, così come la sua fierezza ogni volta che entra in cucina”.

Dopo i centri di accoglienza, oggi Berry ha un appartamento in periferia, che condivide con altri due giovani lavoratori, un italiano e un egiziano. La sua vita è fatta di quelle piccole cose “normali”, che per chi ha conosciuto la miseria sono sinonimo di libertà. Sveglie, turni di lavoro, rapporto con i colleghi.

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