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26 Luglio Lug 2016 1248 26 luglio 2016

Così i profughi imparano che il diverso non è nemico

Giampaolo Silvestri al Corriere della Sera

dal Corriere della Sera, 26 luglio 2016

Caro direttore,

Passano casa per casa, tenda per tenda, fino agli ultimi sperduti villaggi della campagna libanese, gli educatori che cercano di riportare a scuola i bambini siriani rifugiati in Libano con le loro famiglie. Parlano con i genitori, troppo spesso spaventati, e cercano di convincerli che sì, anche in una situazione di emergenza, è possibile, anzi di più, è fondamentale, che i loro figli vadano a scuola. Imparino a leggere e scrivere, ma soprattutto a stare insieme, a scoprire il gusto dell’appartenenza a una comunità.

Lo ha raccontato Rana Najib, siriana, che cura i progetti educativi di AVSI cofinanziati da Unicef in Libano, all’hearing promosso dalle Nazioni Unite in vista del summit di settembre sul tema migranti e rifugiati, e non ha lasciato indifferenti. Perché dentro lo smarrimento globale sul tema delle migrazioni, continuamente associato alla ferita profonda del terrorismo rispetto al quale ci scopriamo ogni ora più vulnerabili, emerge l’urgenza ultima di ripartire ancora dall’educazione. Non è una ricetta dalla soluzione immediata, ma un investimento di lungo periodo. Eppure dall’Africa subsahariana al Medio Oriente, si tocca con mano come sia questo l’ambito più sfidante e decisivo per chi sa guardare un po’ oltre l’immediato.
La domanda è però quale educazione serva. Perché non basta concentrarsi sul garantire programmi seri, competenze e un’adeguata cancelleria… Anche Isis e gli estremisti violenti hanno le loro scuole e preparano molto bene. Ottengono prestazioni altissime dai loro allievi che “per la causa” arrivano a uccidere e a uccidersi.
Perché? Perché alla fine con la loro proposta radicale i terroristi sembrano rispondere al bisogno di buone ragioni per cui dare la vita che avverte in sé ogni ragazzo e ragazza del nostro tempo e di ogni continente, in modo consapevole o meno, disordinato o folle. E se in un’epoca in cui sia la cultura occidentale che quella islamica appaiono segnate da un crisi profonda, questa radicalità implica l’uso delle armi, non importa. Niente ferma. Dal prendere sul serio questo bisogno partono proposte educative alternative in Kenya e in Libano, per citare solo due casi trai tanti.
A Dadaab, campo dove vivono circa 400.00 profughi somali e dove è stata arruolata la squadra assassina della strage di Garissa, o tra gli adolescenti siriani in attesa di una pace sempre più inafferrabile. A Dadaab sono stati avviati dei gruppi educativi e ricreativi che si ispirano allo scoutismo: nel giro di poco la proposta ha coinvolto centinaia di ragazzi, che nella scoperta del gusto di appartenere a una comunità aperta, dinamica, costruttiva, hanno voltato le spalle al fascino dell’opzione violenta.
Hanno scoperto, vivendo l’esperienza dello stare insieme, che chi siede accanto, anche se viene da un'altra città, se frequenta un’altra moschea o chiesa, se parla un’altra lingua, se ha dei costumi diversi, non è un ostacolo da abbattere, ma una possibilità di crescita. Che il diverso da me non è un problema, ma un’occasione per costruire qualcosa di buono per me e quindi per l’intera comunità.
In Libano sui banchi di scuola e giocando insieme i bambini siriani, sunniti e sciiti, sono accompagnati a scoprire in primo luogo che chi viene dalla città “nemica”, non è per forza un nemico. Ma questo non viene “insegnato” a parole, ne fanno esperienza. E l’esperienza resta nella carne. Un’esperienza di appartenenza che come ogni bene contagia e sa disarmare.
di Giampaolo Silvestri, segretario generale Fondazione AVSI, da Il Corriere della Sera