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3 Febbraio Feb 2016 1842 03 febbraio 2016

La disperata speranza di Damasco

“La popolazione è stremata, qui è una continua emergenza”, spiega Anton Barbu da Damasco, dove da 5 mesi vive e lavora per avviare i progetti di AVSI a sostegno della popolazione siriana. Gli obiettivi: garantire un accesso sicuro all’acqua e servizi sanitari e igienici dignitosi nell’area rurale della capitale. Ci ha raccontato cosa vuol dire vivere in una metropoli “dove le granate quotidiane non fanno più notizia”.

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Anton Barbu è cittadino romeno, ma parla perfettamente italiano. Ha solo 29 anni ma ha già lavorato in alcuni dei luoghi in cui le sfide della cooperazione si fanno più dure: prima di diventare responsabile di AVSI a Damasco, ha gestito per quasi quattro anni i progetti di educazione a Dadaab, in Kenya,il campo profughi più grande al mondo, dove le condizioni di emergenza sono all’ordine del giorno.

Da Damasco racconta di una città sfinita, con il grave problema di garantire l’accesso all’acqua e la cura della salute dei suoi abitanti. Una città in cui ogni giorno è una lotta trovare il gasolio, collegarsi all’elettricità, avere il cibo o guadagnarsi un lavoro. E dopo cinque anni di guerra “la gente non ce la fa davvero più”.

In che condizioni hai trovato il Paese?
Damasco è una città che da cinque anni vive sotto assedio, con bombardamenti quotidiani. Ci sono tante donne e bambini, mentre la gran parte degli uomini sono al fronte a combattere. È una città che in cinque anni è profondamente cambiata, i suoi abitanti sono cambiati, si sono rassegnati ad accettare la situazione attuale come fosse la normalità.
La Siria ha sofferto tanto e purtroppo è destinata a soffrire ancora a lungo, perché gli orrori che ha vissuto sono così numerosi che non sarà semplice superarli
Per questo sono qui. Con AVSI proviamo a lavorare per riportare la Siria ferita a quello che era prima: un paese sviluppato di grande cultura e tradizione.
Cosa state facendo per sostenere la popolazione di Damasco?
AVSI ha iniziato a collaborare con l’ospedale italiano di Damasco, con le suore del Buon Pastore del quartiere di Babtuma, con le agenzie delle Nazioni Unite, con la Mezzaluna Rossa siriana e con gli enti governativi. In particolar modo, concentriamo il lavoro nelle zone di Sahnaya e Ashrafiet Sahnaya (25 km a Sud di Damasco), nel distretto della Rural Damasco.
AVSI punta a sostenere le persone di queste zone con progetti a favore dell’infanzia e delle donne soprattutto, con la distribuzione di kit per l’igiene personale per le famiglie e con interventi per riabilitare le infrastrutture idriche, le latrine e i pozzi.
In generale ci siamo posti obiettivi specifici per sostenere la popolazione, come garantire servizi igienico-sanitari dignitosi, realizzare luoghi sicuri per dare ospitalità a donne e bambini, offrire assistenza psico-sociale a chi è più fragile e promuovere corsi di formazione al lavoro.
Com’è la vostra situazione sul territorio?
Siamo in una zona sotto il controllo delle forze governative che ospita moltissimi sfollati. Si parla di 350mila persone, per lo più in fuga dalle zone controllate dai ribelli e da Isis.
Come garantite la vostra sicurezza?
Come AVSI siamo ospiti del Governo siriano, siamo tra le poche organizzazioni internazionali alle quali è stato dato il permesso di operare. Ed è per questo che i nostri movimenti sono molto controllati e possibili solo nelle zone che vengono approvate. La Siria è un Paese in guerra, non è semplice lavorare.
Ci sono molte zone in cui le agenzie umanitarie non possono accedere?
Sì, oltre 450 mila persone vivono in zone isolate, assediate dalle forze ribelli. Ogni tantole Nazioni Unite con la Croce Rossa e la Mezzaluna siriana riescono a dare un po’ di supporto in quelle zon, dopo lunghe trattative. Allora le agenzie umanitarie possono far arrivare là dei convogli di aiuti, ma non possono essere parte dei convogli.
Intanto in Europa il tema dei migranti è sempre caldo. E i profughi continuano ad arrivare.
Qui abbiamo 2 milioni di sfollati. Persone che non hanno scelta. Da una parte ci sono i terroristi,dall’altra c’è il Mediterraneo. Voi cosa scegliereste? Tanti di loro sono intellettuali e laureati. Tutti sono professionisti qualificati. L’Europa è chiamata ad accogliere queste persone. È un continente con un tasso di natalità che rasenta lo zero. Non si tratta solo di essere “umani” e aiutare chi è in difficoltà. All’Europa, a ben vedere, queste persone “servono”.