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18 Dicembre Dic 2015 1233 18 dicembre 2015

Rivoluzione filantropia: la proposta di G.Silvestri su Il Foglio

Da Il Foglio

Caro direttore

a proposito di filantropia, al centro negli ultimi giorni di uno scambio vivace sulle pagine del Foglio, le proporrei un titolo: “Ferrero, Del Vecchio, Renzi, stupiteci!”. Abbiamo bisogno di una sorpresa, una rivoluzione che definirei della convenienza, non del buonismo.

Lo snodo centrale, infatti, per quel che riguarda il nostro Paese è che qui la filantropia e la solidarietà la fa la classe media, non i ricchi. Mentre sarebbe giunto il tempo di chiamare in campo i Rockefeller italiani, di innescare un cambiamento del sistema che sostenga gli slanci filantropici del tipo che ci ha abbagliato dall’altra parte dell’oceano.
Un italiano su 8 fa volontariato in Italia (il 12,6 per cento della popolazione secondo l’Istat, un trend in crescita visto che era il 10 per cento nel 2011) e in genere i nostri connazionali optano per le micro-donazioni. Fino a qualche anno fa le donazioni passavano soprattutto attraverso i bollettini postali, lo strumento preferito per esempio per le adozioni a distanza: una donazione piccola, in media va dai 200 ai 500 euro all’anno, che una famiglia di reddito anche medio-basso si può permettere, anzi più precisamente, sceglie di permettersi.
Questa forma del sostegno a distanza attraverso contributi che, spalmati sui dodici mesi, pesano su una famiglia al massimo per 50 euro al mese, ha avuto una notevole diffusione nel Bel Paese al punto che sono venute qui a promuovere le loro adozioni a distanza anche organizzazioni straniere.
Invece la realtà – triste o meno, il punto è che è un dato di fatto -  è che i ricchi in Italia i soldi se li tengono, tendenzialmente. Un paragone con l’ America non vale, perché non c’è lo stesso contesto né legislativo né fiscale. In Italia una persona fisica può detrarre una donazione alle onlus fino al 26% e dentro certi limiti, che aumentano e si complicano per le imprese; negli Usa invece si possono detrarre totalmente.  Al momento è in discussione in parlamento la legge delega sul No Profit, ma dal punto di vista degli sgravi fiscali non si annuncia molto audace, purtroppo.
Quindi la provocazione che vorrei lanciare è questa: «Famiglia Ferrero, signor Leonardo Del Vecchio, signor Stefano Pessina, signor Giorgio Armani… (solo per citarne alcuni) stupiteci e spiazzateci! Donate metà del vostro patrimonio come ha fatto Zuckerberg e prima di lui Gates!». Ma nello stesso oserei chiedere a Renzi con la stessa forza: «Presidente, renda la donazione conveniente ai ricchi, faccia sì che donare sia detraibile totalmente sia per le imprese che per le persone. Se lo fa l’America, perché noi no?».
Vanno innescati dei meccanismi virtuosi per sviluppare il No Profit: obbligo di bilanci certificati e pubblici per le onlus, possibilità di rendere l’IVA detraibile, controlli sostanziali e non formali, semplificazione dei vari regimi fiscali, imposizione di un tetto alle spese di raccolta fondi e comunicazione.
Ma prima viene una scelta decisiva, un’opzione win-win: rendere la filantropia conveniente per tutti gli attori in gioco. Perché il mondo gira intorno al cardine della convenienza: non è questione di bontà e neppure di moralismi, solo di lungimiranza.

Giampaolo Silvestri, segretario generale Fondazione AVSI