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14 Dicembre Dic 2015 1152 14 dicembre 2015

Tra i rifugiati siriani in Libano, dove ho capito che indignarsi è giusto

Paolo Rozera, Direttore generale dell'UNICEF Italia, racconta la sua missione sul campo per visitare i progetti dell'UNICEF per i bambini siriani rifugiati in Libano (8-11 dicembre 2015).

11 dicembre 2015 - Sono partito da un'Italia dove una petizione contro i macelli che fanno violenza sul bestiame anche con grossa insicurezza per l'igiene delle carni che mangiamo (petizione sacrosanta che anche io ho sottoscritto e condivido) raggiunge in tre o quattro giorni le 155.000 firme, mentre la nostra petizione per indignarsi contro il dramma dei migranti e rifugiati con particolare focus sui bambini che nessuna colpa hanno se non quella di nascere nel posto sbagliato, ha raggiunto appena 9.000 sottoscrizioni in tre settimane,
Sono partito da questa Italia per arrivare in Libano dove 1/3 della popolazione è composta da rifugiati provenienti dalla Siria martoriata da 5 anni dalla guerra. Per dare un'idea della situazione, in proporzione è come se in Italia fossero arrivati 19 milioni di profughi! (il numero reale è inferiore a 100.000)
Provo molto rispetto per il Libano, per il suo spirito di accoglienza e per la sua popolazione che tra mille difficoltà sopporta e supporta tutto questo. Ma anche il Libano è allo stremo, e non si sa per quanto si potrà andare avanti.
Ieri, primo giorno di una visita lampo, abbiamo incontrato oltre ai nostri mitici operatori UNICEF i volontari dell'AVSI, organizzazione non governativa italiana che è presente in questi territori da circa 20 anni.UNICEF e AVSI collaborano per rendere un poco migliori le dure condizioni di vita dei rifugiati siriani qui in questo paese. Le due organizzazioni lavorano su progetti di messa in sicurezza dei servizi igienici, fornitura di acqua potabile, educazione informale e protezione di bambini, bambine e adolescenti. Progetti che promuovono la dignità della persona e i diritti dei bambini. I siriani sono arrivati qui fuggendo dalla guerra. Speravano che la guerra sarebbe finita in poco tempo. Si sbagliavano, purtroppo.
In Libano gli insediamenti di rifugiati sono del tipo definito "informale". Solo così è possibile per questi profughi rimanere qui. Questo significa che le strutture siano anche fisicamente informali, con situazioni igieniche a un livello molto basso.
Andiamo a visitare l'insediamento (informale, appunto) di Marjaayoun, nel sud del paese. Ci vivono 970 persone, di cui più della metà sono bambini.
Alcuni mesi fa avevo visitato i campi profughi di Zaatari e Azraq in Giordania. Pensavo di avere visto l'inferno laggiù, ma qui è molto peggio.Ogni"casa" è un misto di teli, lamiere, muri posticci, tavole di legno. Insomma, sono abitazioni "informali", anche loro. Dentro le abitazioni ci sono acqua e fango, anche in una giornata di sole splendente come oggi.
Siamo nel sud del Libano, a pochi chilometri dalla frontiera con Israele e non lontani anche dal confine con la Siria, quella parte della Siria controllata dall'ISIS.
Ai siriani ora non restano più molte scelte: in Siria infuria ancora la guerra, le loro case sono distrutte o le hanno vendute per avere i soldi per arrivare sino a qui. Affrontare il viaggio verso l'Europa costa troppo, per loro. L'unica loro speranza è che torni la pace in Siria.
Gli operatori di UNICEF e AVSI qui fanno un lavoro fantastico per i diritti dei bambini e degli adolescenti. Le attività che organizzano sono l'unica occasione per i bambini per dimenticare la loro situazione attuale, riscoprire attraverso l'educazione informale la storia e la cultura del loro paese d'origine.Quello che si cerca di costruire qui è un futuro che vada oltre la guerra. C'è ancora molto da fare, e soprattutto c'è ancora molto bisogno di aiuto.
Prima di andare via incontriamo Omar, un ragazzo di 19 anni che l'anno scorso è stato costretto a sposare una ragazzina di 13 anniFariad,  Il matrimonio è stato deciso per riappacificare due famiglie che litigavano fra loro perché provenivano da due diverse città della Siria.
Omar non voleva sposarsi, ma prima di salutarci racconta fiero che sua "moglie" (per me le virgolette sono d'obbligo, trattandosi di una bambina) è incinta di 4 mesi. Lo saluto e penso a Fariad: alla sua gravidanza precoce, ai rischi per la sua giovane vita, e mi assalgono rabbia e dolore .
Sono indignato perché noi permettiamo tutto ciò, ignari e ignavi di come questo prima o poi (probabilmente molto presto) si rivelerà un boomerang per noi occidentali.
Ci spostiamo ad al-Wazzani, altro insediamento informale. Qui sono ospitate circa 350 persone, oltre metà delle quali minorenni. Sono quasi tutti scappati da zone controllate dall'ISIS.
La guerra in Siria ha fatto tanti brutti regali all'infanzia e all'adolescenza. Uno di questi è la tratta delle bambine per i matrimoni precoci. Ragazzine che a 13 anni sono costrette a sposarsi spesso con adulti molto più grandi di loro.
Qui le componenti femminili della nostra missione (due giornaliste italiane e una collega di UNICEF Libano) partecipano a una riunione di formazione organizzata da UNICEF e AVSI per le donne di questo insediamento informale.
Si spiega alle donne siriane come e perché opporsi a questi matrimoni. coinvolgendo alcune animatrici che hanno seguito una formazione apposita. Dopo una certa indecisione iniziale, vengono fuori i racconti personali: quasi tutte si sono sposate da bambine...
Qui incontro Aziz. Ha tre figli: Mohamed di 18 anni, Asha (7) e Mustafa di (5). Sua moglie è morta quando ha dato alla luce Mustafa. Mohamed ha una gamba sola. Mi racconta che vivevano a Damasco da dove scapparono nel 2012 a causa dei combattimenti. Si rifugiarono nel campo profughi di Yarmouk ma qui a seguito di un bombardamento Mohamed perse la gamba sinistra.
A raccontarmelo è proprio Mohamed. Non è triste, anzi è felice che lui e i suoi familiari si siano comunque salvati. Hanno raggiunto questo insediamento, ma a provocare in loro disperazione non è più ciò che hanno passato prima, ma la situazione in cui si trovano.Non possono uscire dall'insediamento, non hanno i soldi per tornare in Siria né per andare in Europa. Si sentono in prigione, vivendo in case che sono peggiori di baracche.
Chiedo ad Aziz cosa sogna per la Siria. Con la disperazione negli occhi mi dice «Vivrò ancora 10 anni, non di più. Non vedrò più una Siria senza guerra
Vuole che i figli vadano in Europa per studiare, per loro non c'è un futuro in Siria. Mohamed sorride, lui che pure ha una gamba amputata mostra di avere più speranza del padre. Mi aggrappo ai suoi occhi pieni di vita per un sano ed egoistico senza di auto-protezione.
Devo evitare che l'angoscia diventi disperazione, devo fare in modo che l'angoscia si tramuti in coraggio, in quell'indignazione che si trasforma in azione concreta. Saluto Aziz e la sua famiglia, ripenso a quelle 9.000 firme raccolte in tre settimane. Sono molto orgoglioso di quei 9.000 italiani che, come me, si indignano.
Non possiamo lasciare che la disperazione si insinui tra i rifugiati siriani in Libano, dobbiamo reagire altrimenti poi non dobbiamo sorprenderci se questa disperazione arriva in Europa?.
Ora siamo in viaggio per altri insediamenti. Vi aggiornerò. Nel frattempo, buona indignazione a tutti!