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24 Giugno Giu 2015 1302 24 giugno 2015

Nell’inferno del Sud Sudan

Corriere della Sera - Sette - di Alessandra Muglia

Il Paese ha un tasso di analfabetismo tra più alti al mondo, oltre il 75% . Annette si impegna ogni giorno per abbassarlo: fa la maestra. «In prima elementare ci sono anche ragazzi di 16-17 anni, alcuni arrivano a piedi dai villaggi intorno a Juba», racconta dopo aver sfidato una pioggia torrenziale per raggiungerci. Annette è fresca di diploma al St.Mary College di Juba, dove la fondazione Avsi forma maestre, una rarità in Sud Sudan solo 1 insegnante su 10 è donna.

Dopo che i proiettili gli hanno sfiorato la testa se n’è andato, lasciandosi la guerra alle spalle. Via da Malakal e dalle migliaia di sfollati accampati al riparo della base Onu che lui, George Elinama, e i suoi colleghi di Oxfam rifornivano di acqua e di cibo. Via dai feroci combattimenti esplosi nelle ultime settimane in quell’area a nord del Sud Sudan, l’ultimo Paese al mondo non solo per data di nascita. Via dalla nuova fiammata di scontri tra forze governative e ribelli che incendiano la regione petrolifera dell’Alto Nilo, estremo tentativo di guadagnare terreno prima che la stagione delle piogge blocchi tutto, con strade di terra rossa e buche trasformate in corsi d’acqua e paludi. La nuova ondata di violenze, con massacri di civili, stupri e nessun porto franco, ha costretto altre 100 mila persone a lasciare le proprie case. Una folla di diseredati che si è sommata al milione e mezzo di sfollati (metà di loro sono bambini) già presenti nel Paese, mentre oltre 500 mila sono scappati negli Stati vicini. A tutti loro è dedicata la Giornata mondiale del rifugiato  indetta il 20 giugno dall’Onu: perché non siano dimenticati. La loro sopravvivenza è legata a doppio filo agli aiuti delle organizzazioni umanitarie. E a questi  “invisibili” vuole dar voce la compagna Eusaveslives lanciata da Oxfam insieme all’Unione Europea.

Da maggio in settemila si sono rifugiati nell’accampamento sorto nel compound dei caschi blu di Malakal. Già stracolmo e sotto stress, il campo si ritrova oggi con 30 mila profughi a contendersi le scarsissime risorse dopo che molte organizzazioni umanitarie hanno evacuato il proprio personale.

«Dentro ci sono bambini malnutriti, mamme e ragazzi affamati che non possono uscire dal campo a cercare alcunché, fuori è troppo pericoloso. Come potranno sopravvivere senza cibo e acqua? Sono molto in pena per loro», si rammarica George, ora al sicuro nella capitale, Juba, centinaia di chilometri a sud dalla linea del fronte. Il collega Alex Yoele, anche lui reduce da Malakal, non può dimenticare i momenti di panico vissuti lì: «Quando è iniziata la sparatoria, siamo corsi a cercare riparo nel bunker, la ‘stanza di sicurezza’ vicino all’ufficio. Eravamo terrorizzati, siamo rimasti lì immobili per ore ad aspettare che finisse tutto». Non è stato facile andarsene, il suo pensiero resta ai profughi che ha lasciato: «Gli sfollati là hanno bisogno di ogni tipo di aiuto. Ma se non arrivano rifornimenti come fanno a sopravvivere?». Alex lavorava ai progetti di “sviluppo di capacità” appena lanciati da Oxfam anche in altri campi profughi, da Bor a Mingkaman, dove la ong è stata e resta ancora oggi determinante per la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone, consentendo l’accesso a servizi di base che altrimenti non avrebbero avuto. Alex si dava da fare per aiutare la sua gente a riprendere in mano la propria vita, forniva  equipaggiamento, training e contatti con il mercato a chi voleva rimettersi a lavorare: canne da pesca e esche ai pescatori, semi e attrezzi ai contadini. «Avevamo iniziato a far partire dei progetti, abbiamo dovuto fermarli».

L’emergenza ha ripreso il sopravvento e soffocato ogni tentativo di ritorno alla normalità in un Paese dove un terzo dei suoi 11 milioni di abitanti dipende dagli aiuti umanitari. Un Paese nato nel 2011 strappando l’indipendenza dal Sudan dopo un conflitto ventennale con Khartoum e ripiombato nel caos soltanto due anni dopo, quando il presidente Salva Kiir ha accusato il suo vice Riek Machar di aver tramato un golpe dando il via a una guerra di potere che ha fatto leva su antiche divisioni etniche e sfaldato l’esercito, con i militari dinka fedeli al presidente in lotta contro soldati nuer passati con l’ormai ex vice.

La via del petrolio. L’ultima ondata di combattimenti ha infiammato il nord del Paese, dove si trova il petrolio e dove si concentrano le aree controllate dai ribelli: a iniziare da Leer, città natale di Machar, nella regione dello Unity. Da qui sono scappati anche gli operatori di Medici senza frontiere, Croce Rossa e pure i missionari comboniani. Malakal, già messa a ferro e fuoco un anno fa, è passata di mano più volte nelle ultime settimane: a metà maggio l’offensiva dei ribelli, poi a fine mese i governativi se la sono ripresa. Una città fantasma, ridotta a un cumulo di macerie. Tra le rovine si aggirano soltanto soldati, gli abitanti sono scappati. Molti di loro hanno trovato protezione nel campo, i più fortunati altrove, da parenti e amici. Eliza Achien Doka, 4 figli, viveva a Melut, un’ora d’auto da Malakal, con l’avvicinarsi dei combattimenti ha deciso di fuggire con  la sua famiglia e alcuni amici. «Ho tentato di convincere anche mio fratello maggiore a partire con noi, ma lui è voluto rimanere». Voleva fare la guardia alle loro cose. «Mi ha dato in consegna i suoi  bambini e mi ha invitato ad andare. Con mia sorella ho noleggiato un  pick-up, abbiamo caricato più persone possibili e siamo partiti per Paloch. L’aeroporto di Paloch era pieno, tutti stavano fuggendo. Siamo saliti a bordo di un cargo  diretti a Juba, da un’altra sorella». Una volta arrivata, l’amara notizia: suo fratello era stato ucciso. «Se fosse venuto con noi sarebbe ancora vivo», si affligge oggi. «Sua figlia, mia nipote, è sempre malata e quasi tutti i soldi che abbiamo li spendiamo ora per prenderci cura di lei. Mi sento distrutta. Sto cercando di tenere a bada così tante cose: la mia famiglia, i miei bambini, dove trovare soldi e cibo. La vita è molto cara a Juba. Il cibo costa almeno tre volte di più che a Melut. Sono anche preoccupata per le tante persone che abbiamo lasciato indietro, parenti e amici. Voglio soltanto che i combattimenti finiscano, non sono una soluzione a nulla».
Vallo a spiegare ai due leader che non riescono a trovare un’intesa su come condividere il potere per formare un governo provvisorio capace di portare il Paese fuori dalla crisi. Già quattro scadenze poste ad Addis Abeba dai mediatori dell’Igad (l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo del Corno d’Africa) sono passate senza che nulla succedesse. Ora si attende la partenza di nuovi colloqui di pace dopo il rilancio del negoziato a livello allargato con il cosiddetto “Igad plus”: al tavolo altri cinque Stati africani in rappresentanza delle diverse aree del continente insieme a Ue, Onu, Usa, Gran Bretagna, Norvegia e Cina. Pechino, che ha appena inviato proprio  in Sud Sudan il suo primo contingente di caschi blu,  è particolarmente interessata alla risoluzione di un conflitto che mette a rischio i suoi grandi investimenti nell’area. A Paloch si trova l’unico sito petrolifero rimasto in funzione nel Paese dove il greggio rappresenta la totalità dell’export. I ribelli puntano a colpire la produzione di oro nero con cui Juba finanzia la guerra. E quando nei giorni scorsi hanno annunciato un loro imminente attacco nell’area, anche le compagnie petrolifere per lo più cinesi hanno evacuato il personale.
Il petrolio forniva il 98% delle entrate, ma ora produzione e prezzi sono crollati, il costo della vita raddoppia di settimana in settimana e molte cose iniziano a scarseggiare anche nella capitale. Già ad aprile Toby Lanzer, da responsabile Onu per il Sud Sudan, ci aveva preannunciato a Juba l’arrivo di una crisi senza precedenti: l’effetto combinato di guerra e collasso economico pone il Sud Sudan sul bordo del baratro, aveva detto. Poi riprendendo l’ultimo dato lanciato dalla Fao, aveva calcolato che “entro luglio quattro sudsudanesi su dieci patiranno gravemente la fame, 800 mila in più rispetto allo scorso anno”: un record agghiacciante. Lanzer ai primi di giugno è stato espulso dal Paese per i suoi commenti “contro il governo”. Un’azione decisamente condannata dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e dal commissario europeo per gli aiuti umanitari Christos Stylianides, fresco di visita in Sud Sudan (dall’Europa arrivano un terzo degli aiuti mondiali per il Paese).  La “cacciata” di Lanzer a poche settimane dalla scadenza del suo mandato ha il sapore di una lezione-punizione al diplomatico che ha denunciato, anche su Twitter, responsabilità e conseguenze di questa guerra, con centinaia di migliaia di sfollati tagliati fuori dagli aiuti e un’escalation di violenze e abusi sui civili. Come i colpi di mortaio sparati sugli sfollati accampati al riparo della base Onu di Melut due settimane fa che hanno ucciso anche una donna e un bambino. Come i ragazzini prelevati di continuo anche appena fuori dal campo della base di Malakal dalle forze governative (denuncia di Human Rights Watch). Presi e buttati a combattere, a volte senza neanche essere addestrati, da militari che con una mano liberano i  bambini soldato (si è da poco concluso il mega rilascio di 3 mila piccoli) e con l’altra vanno avanti a prenderne di nuovi: soltanto in un villaggio a pochi chilometri da Malakal ne hanno rapiti un centinaio a febbraio in un raid con rastrellamenti casa per casa. Citando l’Onu e le agenzie umanitarie, anche l’Igad ha denunciato l’esercito sudsudanese per le “gravi” violazioni dei diritti umani nella sua ultima offensiva, con violenze sui civili, distruzione di villaggi, massacri e abusi sessuali su cui le autorità, dalle due parti, non hanno finora mostrato l’intenzione di fare chiarezza.

Paranoia diffusa. Orrori la cui consistenza è appesa al filo delle parole: nessuna immagine a documentarli. Guerra e soprusi in Sud Sudan restano invisibili ai più. A differenza del conflitto siriano le cui immagini riprese con i telefonini e postate in rete hanno indignato il mondo (anche se poi si è girato a lungo dall’altra parte), qui non ci sono foto di scontri e combattimenti, nessuno scatto delle atrocità che si consumano quotidianamente. La scarsa copertura di rete in gran parte del Paese e i pochi smartphone (solo 2 su 10 hanno un normale telefonino) spiegano soltanto in parte quest’assenza. Il fatto è che i sudsudanesi evitano di scattare foto in pubblico. Il motivo lo si capisce subito appena si atterra a Juba. Se vai in giro con la fotocamera al collo rischi di essere fermato dagli agenti della sicurezza: in aeroporto scattare foto è vietato e comunque per fare foto nel Paese devi essere autorizzato, devi procurarti un permesso speciale. E per la trafila burocratica se ne va mezza giornata. Non è poi detto che questo basti a tenere lontano agenti e soldati. Molti di loro, del resto, non sanno neppure leggere cosa c’è scritto. Il Paese ha un tasso di analfabetismo tra più alti al mondo, oltre il 75% . Annette si impegna ogni giorno per abbassarlo: fa la maestra. «In prima elementare ci sono anche ragazzi di 16-17 anni, alcuni arrivano a piedi dai villaggi intorno a Juba», racconta dopo aver sfidato una pioggia torrenziale per raggiungerci. Annette è fresca di diploma al St.Mary College di Juba, dove la fondazione Avsi forma maestre, una rarità in Sud Sudan solo 1 insegnante su 10 è donna. Fatto che scoraggia le bambine a frequentare le aule. Le ragazzine lasciano la scuola anche per via del banale ciclo mestruale: un motivo di vergogna in un Paese privo di pannolini. Per questo Avsi si è impegnata — come partner locale dell’Unicef e della Ue — in corsi di formazione su come fabbricare e usare gli assorbenti igienici.

Anche nell’accampamento di Mingkaman, dove Oxfam è in prima linea nel fornire acqua, cibo, bagni e regole d’igiene agli sfollati, i cooperanti ne hanno distribuito alcune confezioni. Kale, 14 anni, che vende zucchero sul bordo della strada, li ha provati per la prima volta. Com’è andata? Risata d’imbarazzo, poi un timido «bene». A Juba Annette è una delle poche allieve ad aver ripreso e portato a termine il corso triennale che si era interrotto nel 2013 per via della guerra. Otto figli e un marito guardia di sicurezza nella missione Onu della capitale, non si è mai mossa da lì. «Per me è stato più facile restare: non sono né dinka, né nuer, sono madi. Comunque metà degli abitanti sono rimasti in città anche  durante il clou dei combattimenti nel dicembre 2013. Ci siamo chiusi in casa per giorni». Ma anche oggi a Juba c’è poco da star tranquilli: «Sono frequenti rapine e omicidi, gli agenti non ci proteggono. Cinque giorni fa, per dire, sono entrati in casa da una vicina, l’hanno derubata di computer e soldi e poi stuprata e uccisa sotto gli occhi dei suoi due bambini».

A Juba la «grande guerra» tace ma si vive nella paura di furti e attacchi criminali  sempre più diffusi. Sembra una città uscita da un film di Sergio Leone con le sue strade di terra rossa, poche case di mattoni mischiate a quelle di paglia e lamiera e alle tendopoli. I giovani guidano i “boda boda”, mototaxi cinesi, hanno negozi dove vendono un po’ di tutto, dall’acqua alle carte telefoniche, tutta roba importata, qui non si produce nulla. Il Paese non ha industrie, nessuna grande azienda e mano d’opera qualificata: pur galleggiando su petrolio e minerali pregiati, i sudsudanesi sono per tradizione pastori-allevatori e contadini. C’è poi l’esercito degli espatriati, per lo più cooperanti di ong e agenzie Onu, e del personale del posto che lavora per loro: la loro presenza ha contribuito a fare di Juba una delle più care città africane. Contro di loro il Parlamento ha appena approvato una legge che introduce l’obbligo per le ong di limitare gli stranieri al 20% del loro personale anche nelle posizioni dirigenziali e di coordinamento. Le organizzazioni umanitarie temono “un effetto catastrofico” in un momento in cui le esigenze della popolazione stanno aumentando di giorno in giorno.

«Più che temere gli stranieri, i politici dovrebbero lavorare sulla riconciliazione interna, per interrompere la catena infinita di ritorsioni e vendette e liberare energie per costruire il Paese», sostiene Edmund Yakani Berizilious, dinamico leader della società civile sudsudanese. «A tutti i livelli oggi in Sud Sudan l’appartenenza etnico-tribale viene prima di tutto. Anche dai preti ci si aspetta che favoriscano quelli del proprio gruppo” dice dalla scalcagnata sede della sua ong, Cepo, a Juba, da dove irradia in tutto il Paese progetti per promuovere il dialogo interetnico e formare comunità capaci di esigere inchieste sulle atrocità compiute e sul mancato rispetto dei diritti umani. Compresa la libertà di espressione, primo obiettivo anche per l’Agenzia dei media indipendenti di Juba. Il suo direttore, David De Dau, organizza training per aiutare i giornalisti ad andare oltre la “visione tribale” della realtà. E, nonostante tutto, è ottimista.