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15 Maggio Mag 2015 1600 15 maggio 2015

Sud Sudan: medici e missionari lasciano Stato di Unity

Il Sud Sudan è alla fame. Mentre le due fazioni dell'ex partito unico si fanno la guerra, nel paese si spostano un milione e 100 mila sfollati, la metà dei quali sono bambini. Migliaia di vittime, 500 mila persone fuggite all’estero, tre milioni a rischio fame. È il drammatico bilancio del conflitto. Anna Sambo, responsabile AVSI in Sud Sudan, ci descrive il clima che si respira nel paese.

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13 maggio 2015 da Radio Vaticana
Decine di migliaia di persone che abbandonano le loro case, ma anche medici e missionari costretti ad evacuare: è la situazione nello Stato sud sudanese dello Unity. Uno dei tre Stati del Paese africano in cui si fronteggiano i sostenitori del presidente, Salva Kiir, e i ribelli del suo ex vice, Riek Machar, ma la lotta per il potere tra i due uomini forti del più giovane Stato africano sembra aver riaperto le ferite di tensioni tra Dinka e Nuer, principali etnie del Paese, mai sopite. Fausta Speranza ha raggiunto telefonicamente in Sud Sudan, Anna Sambo, responsabile degli operatori della ong Avsi:
R. – Quello che sappiamo è che lo Stato dello Unity è uno dei tre Stati dove i combattimenti vanno avanti dal dicembre del 2013 e in questo momento si sono intensificati. C’è, quindi uno scontro tra l’esercito governativo e l’esercito dei ribelli. Sappiamo anche che dallo Stato dei Laghi, Lake State, dove noi abbiamo dei progetti, stanno passando molti mezzi militari. Oggettivamente, c’è un contrattacco da parte dell’esercito governativo nei confronti dei ribelli, proprio nello Stato dello Unity. Quello che sappiamo è che la Croce Rossa Internazionale e Medici senza Frontiere hanno evacuato gli ospedali in cui stavano lavorando. E’ una notizia grave e anche triste, perché significa che loro che sono lì sempre, da tanto, anche in situazioni molto pericolose, non hanno proprio le condizioni per poter soccorrere le persone. Si vede che non hanno più nessun aiuto dalla popolazione, dalle forze che sono presenti nello Stato dello Unity. E sappiamo che i Comboniani che hanno una missione a Leer, che è nello Stato dello Unity appunto, sono dovuti scappare, cosa che era già successa dopo lo scoppio della guerra a gennaio del 2014. Proprio l’altro giorno, domenica, sono stata a Messa in una Chiesa di Comboniani e c’erano proprio queste persone che erano scappate dalla missione.
D. – Quando pensiamo al Sud Sudan, pensiamo immediatamente al conflitto con il Nord. Ma si tratta di altre situazioni, vero? R. – Sì, infatti. Sembra ci siano state delle tensioni con il Sudan, perché ci sono state recentemente le elezioni. In realtà, però, il conflitto è proprio interno, tra l’esercito governativo, quindi del presidente Salva Kiir, e l’esercito dei ribelli.
D. – Lei dove si trova? R. – In questo momento sono nello Stato dei Laghi, a Rumbek, che è la capitale. Sono in missione per una settimana, per visitare alcuni luoghi dove sono presenti i nostri progetti. Normalmente, però, di base sono a Juba, la capitale del Sud Sudan.
D. – Qual è lo stato d’animo della popolazione? R. – Lo stato d’animo della popolazione è di preoccupazione, soprattutto per la crisi economica che c’è in questo momento. L’elemento più grave è, infatti, che il pound sudanese – la moneta locale – si stia svalutando alla velocità della luce. Nella pratica, dunque, gli stipendi delle persone valgono sempre meno. I prezzi sul mercato aumentano sempre di più e questo causa grosse difficoltà ai sud sudanesi. Di conseguenza, c’è preoccupazione nelle persone, che temono di non poter riuscire a comprarsi da mangiare.


10 maggio 2015 da Sussidiario.net
A Juba da settimane i furti nei compound sono aumentati. Non solo nei compound. L’altra notte hanno cercato di rubare in uno dei tre supermercati di Juba. Le rapine a mano armata delle macchine - continuano. Noi, dello staff di AVSI, dopo le 19 non usciamo con la macchina. È una macchina vecchia, fatta da due macchine vecchie, sperando che ne venga fuori una nuova, col motore di una e la carrozzeria dell’altra.
“Questa macchina non la ruba nessuno” “è troppo vecchia e scassata” e invece no. Non è vero. Non fa la differenza. La fame è troppa. Far West. La gente ha fame. Il pound sud sudanese (la moneta locale) si sta svalutando alla velocità della luce. Ieri un dollaro valeva 8 pound, oggi ne vale 11. Ieri inteso ieri. Mercoledì. Oggi, giovedì, vale 11.
Grace, che lavora con la nostra ong AVSI, torna dal mercato. Ha dovuto litigare per avere i manghi ad un prezzo accettabile. I soldi di ieri non bastano più per la spesa di oggi. I colleghi sud sudanesi dicono che i mezzi di trasporto a Juba stanno diminuendo perché c’è sempre meno benzina. A Torit, la cittadina dove abbiamo alcuni dei nostri progetti, al confine con l’Uganda, la benzina è finita. A Rumbek, al nord, la benzina ce l’hanno ma non la vendono. Il governatore dello Stato dei Laghi ha vietato la vendita perché vuole avere le scorte per lui, per l’esercito. Il Governatore dello Stato dell’eastern equatoria ha preso da dei conti in banca di NGO dei soldi, perché non ne aveva. Non c’è legge. Il Governo, non esiste. Non paga gli stipendi dei funzionari pubblici da due mesi, mi dicono. Mi chiedo cosa possa succedere. La fame. la lotta di tutti contro tutti? Il “si salvi chi può’”?
E noi che facciamo? Nessun desiderio di eroismo, nessun desiderio di trovarsi immezzo alla tempesta, se dovrà scoppiare. Cerchiamo la normalità. E non ci si può credere che succede davvero. Che la gente non ha da mangiare.

3 marzo 2015 da Sussidiario.net
Col nuovo anno dobbiamo rinnovare tutte le Identity card dello staff di AVSI Sud Sudan. Da due mesi ormai dico al responsabile delle risorse umane che è un lavoro urgente. Se la ID è scaduta magari ci fanno storie in aeroporto, quando si vola da Juba a Bahrgel, nello stato dei Laghi, con i voli del World Food Program. Eppure ritarda, rimanda, ritarda. E io insisto. Sempre cosi l’Africa e gli africani. Tu chiedi e loro dicono si e poi richiedi e loro dicono si e poi ricordi che devono mandarti un documento e loro dicono si e poi dici che te lo devono mandare subito “now now” e loro dicono si.
Ma nulla arriva e quel lavoro è ancora da fare. Aspettano che ti stanchi, rinunci e poi ti dimentichi. E te lo ricordi dopo settimane. e poi finalmente succede. Qui ti accorgi davvero di quanto poco dipenda da te che le cose accadano. Stamattina una mail di Alana, il capo logista di Isohe. Una mail dalle montagne. E’ un wetransfer. Penso sia spam, invece no. Allora scarico. 22 MB. Arriva. Fotografie.
Il responsabile delle risorse umane aveva chiesto mesi fa se lo staff voleva usare le stesse foto dello scorso anno. E la risposta è stata “No, sono brutte”. Così oggi arrivano. Le apro, una ad una. Guardo i volti. Penso che “noi” avremmo usato la stessa foto, vecchia e magari brutta. Loro no. Si mettono in posa. Makmoi, uno dei nostri assistenti sociali, si è messo la camicia. Betty Justine, un' infermiera che da sola mantiene i suoi cinque figli dopo una vita di maltrattamenti da parte del marito, anche lei nella sua foto. E’ strabica. Eppure bella sorridente sempre solare. Quando la vedo mi abbraccia sempre come fosse una festa.
Mi piace vedere che li riconosco tutti. Ora grazie a Maria so anche le storie di qualcuno. Penso alla cura per la loro identità. Per come appaiono. Vogliono vedersi belli. Valeva la pena il ritardo. Le ID cards saranno pronte, in ritardo, ma con delle belle facce.

2 febbraio 2015
Il due febbraio è lunedì. Martina, collega di AVSI, mi scrive, da Juba "Hai visto? Un trattato di pace! hanno firmato un trattato di pace!!" e come sempre, da un anno a questa parte, il pensiero è subito "Si, speriamo che stavolta sia vero". E nemmeno lo speri. Ma stavolta il pensiero non diventa parola. Rimangono quelle di Martina, quel suo sguardo pulito. Ce ne deve sempre essere uno, almeno. Almeno uno. Basta quello.
E provo a pensare, allora, ma che bello un Sud Sudan in pace. Come sarebbe smettere di temere gli spari di notte? O smettere di aspettarsi continuamente casini, problemi, complicazioni, guerra. E' questione di un attimo. L’alternativa è semplice: o quello sguardo o il buio. Meglio vederci, allora, anche solo con una candela.
Il ventisette gennaio è stato giovedì. Si legge, in Sud Sudan hanno liberato 3000 bambini soldato. Anzi, leggo meglio, 3000 dei 12000 bambini soldato reclutati negli ultimi 4 anni in sud sudan hanno deposto le armi. Bambini tra i 7 e gli 11 anni. Bambini che depongono le armi. Bambini reclutati, fatti grandi improvvisamente. come per l’Africa, improvvisamente Lo Sviluppo. Così per i bambini, 12.000, improvvisamente le armi, da sempre, già in culla. Penso a quel soggetto, il soggetto bambino che decide di deporre le armi. Forse già a 8, 9 anni, si tratta di una scelta. Spaventosa possibilità di scelta, ma forse luci di speranza. Come lo sguardo pulito di Martina.
Il 2015 è un altro anno di carestia. Ci stanchiamo a dirlo, eppure ogni volta che lo diciamo fa spavento. Due milioni e mezzo di persone a rischio carestia. Se solo davvero ad Addis Abeba si stringessero la mano. Per una pace vera e per cibo e nutrimento. Non basta il cibo, ma serve. Non basta la pace, ma è necessaria.

15 dicembre 2014 da Sussidiario.net
“Ma tu hai le mani sporche di sangue come noi?”. Al Governo, al comando, ci entri solo se hai le mani sporche di sangue, in Sud Sudan. Un anno fa gli spari di notte. mi ricordo che sono uscita in veranda per andare nella mia camera a dormire, dopo una bella cena, in cui parlavamo del futuro del Sud Sudan.
Dai, la conferenza che hanno fatto con tutti gli investitori è andata bene. Magari davvero costruiscono le strade e possiamo stare meglio. Apro la porta, razzi con coda rossa, di notte. La notte così, la mattina dopo anche. Non ricordo bene, penso sia normale. Non è mica che il cervello, l’uomo, trattiene solo i ricordi belli, nel tempo? Mi pare sia così. Mi ricordo che tremavo dopo lo sparo, ma senza angoscia, senza parole o lacrime. Sembrava una reazione istintiva del corpo, pura chimica o fisica o non so. Ma tremavamo.
Ci penso e non mi va che ci sia la paura in giro. In questi giorni è così. sotterranea, ma è li. Qualcuno dei colleghi di Fondazione AVSI era qui anche l’anno scorso, qualcuno (molti) è nuovo. Qualcuno lo dice, che ha paura. Qualcuno dice che invece, no, non succederà nulla, di nuovo. Dai, ma no, non possono fare di nuovo tutto quello che hanno fatto un anno fa. L’anniversario. Perchè era il 15 dicembre, 2013.
Dicono che è una settimana critica. Ma se ci pensi, cosa c’è di diverso da quella scorsa e da quella ancora prima e da tutte le settimane da quella sera ad adesso? Rientro in macchina da una riunione e ostinatamente continuo a cercare un pensiero di serenità. Uno di quei pensieri che fanno passare la paura, che fanno smettere di avere paura. Ma nulla. Mi dico che forse è questo il momento in cui vedi cos'è la mancanza di speranza. Non c’e’ nessun pensiero grande che mi salvi. vedremo come andrà la prossima settimana. Stiamo chiusi nel compound, ma viene la voglia di uscire per vedere, per dire a se stessi, che nulla succede. Che c’e una pace in mezzo alla gente per strada.
Il Sud Sudan è un paese sull’orlo del collasso. nessuno se ne preoccupa, da quel 15 dicembre. Non se ne preoccupano quelli che lo governano, che da mesi negoziano su tavole imbandite in altri paesi africani. non se ne preoccupano in Europa, mai una notizia. Non se ne preoccupano i potenti della terra, e mi chiedo perché. Erano 1 milione e mezzo, ora dicono che rischiano di essere 2 milioni e mezzo le persone a rischio carestia. Tutto pare al collasso, ma quasi. un passo prima. Si fanno due passi avanti e 3 indietro.
Un governo di guerrieri e pastori, ma prima di tutto di guerrieri. una vita segnata dalla guerra. Le mani sporche di sangue, allora puoi comandare. così sei il capo. Riconosciuto. Una guerra come una palude - come le paudi del Jonglei, che si formano dal Nilo - che si allarga. Un mostro che attacca, poi si ferma, corre, si ferma, riprende fiato. Un mostro con tante teste e braccia zanne e zampe. tace, poi attacca. Riposa, poi attacca. Ma inspiegabilmente - inspiegabilmente, inspiegabilmente - i giorni passano e sono pieni, belli. Andiamo avanti tutti con lo stesso accanimento. Alla ricerca di quel “ecco, la pace”.


30 novembre 2014 da Sussidiario.net
Stamattina piove. Piove da due ore almeno e io felice della frescura e del poter riposare. Ieri sera Matteo, un collega, mi racconta: A Yrol il Cuamm sta per chiudere l’ospedale perché non arriva nulla, benzina, cibo, tutto ciò che serve per lavorare, medicine, equipaggiamenti. Nulla, chiudono. E noi, mi dice, dobbiamo far arrivare tutto con aerei, elicotteri, a volte portiamo su (nella regione dei Lakes, dove anche noi di Fondazione AVSI abbiamo un progetto) la roba con la macchina perché i camion non riescono a passare, nel fango, nell'acqua dei fiumi che ora esondano per le piogge, da mesi. Le macchine riescono a passare, anche se l’acqua arriva a metà finestrino. La macchina va sott’acqua.
Le piogge non smettono. E Matteo mi dice che il Commissario della zona ha detto che il Governo non sistema le strade perché ha paura che se le strade sono buone, i Nuer si spostano, e ricomincia di nuovo la guerra ovunque. Mi dice: hanno paura che arrivino i Nuer. Io non gli chiedo dove, ma penso a Juba. Ognuno si immagina di nuovo la guerra vicina, fuori dalla porta di casa. Ad un anno da quello che è successo a Dicembre 2013. La guerra, un fantasma. Di Sud Sudan non si parla più.
Qualcuno del World Food Programme ci dice che a febbraio 2015 forse le Nazioni Unite di nuovo annunceranno che la Crisi alimentare, la carestia, si è aggravata. Oggi è la più grave nel mondo. Qualcuno che ha lavorato per il WFP se ne va, per paura di essere accusato di non aver fatto abbastanza.
Ci proviamo, parliamo sempre dei bambini malnutriti, li abbiamo in testa e davanti agli occhi. Ieri una nuova amica collega di AVSI mi dice che ha trovato due gemelli di qualche mese: sono fortissimi, mi dice. Ma la mamma è morta e la nonna non li vuole allattare. Nessuno fa nulla. Stanno li.
I vicini gli hanno comprato qualche scatola di latte. Ma ne hanno bisogno, di più, mi dice Maria Elena. Non sa che fare, arrivata da due settimane, ma già conosce cosa c’è qui. Un popolo - dei gemelli - dimenticato da se stesso e dagli altri e meno male che piove, almeno.


2 novembre 2014 da Sussidiario.net
Ieri finalmente fuori dall’ufficio, che sembra già di essere “sul terreno”. Le strade le scuole e la gente anche a Juba sono come quelle di Isohe e Torit. Sempre della stessa vita si tratta. Martina, mia collega in Fondazione AVSI, è qui a Juba da luglio, per il progetto di costruzione e avviamento di 4 laboratori informatici, finanziato dalla ST foundation, per giovani e adulti. 4 a Juba e 1 a Torit.
Finalmente vado con lei a vedere le scuole dove stiamo finendo di preparare i laboratori. Questo progetto, così come gli altri, significa costruzione di relazioni. A Juba i donatori non credono sia necessario investire fondi per progetti di sviluppo. Eppure se ti ci muovi, capisci che è falso pensare che i bisogni non ci siano.
Prima la scuola secondaria Daniel Comboni, poi la primaria St. Joseph e infine la scuola primaria St. Kizito. La St. Kizito è proprio vicina alla zona dove lo scorso dicembre i Nuer scappavano dalla caccia all’uomo dei Dinka. La scuola è a Gudele, la caccia a Munuki, un quartiere fantasma. La St. Kizito non sembra una scuola, è abbandonata. Solo un cartello per la prevenzione al colera e dei bambini e ragazzi che chiacchierano sotto gli alberi del cortile. Una scuola abbandonata, sembra. Martina mi dice che ci fanno lezione, ma ci sono tanti bambini, pochi insegnanti, poche classi, solo 3 latrine, nessuna cura.
Stanno sistemando l’aula dove ci sarà il laboratorio di informatica, mettono porta e finestre nuove. intorno a porte e finestre, mura e pavimento di un luogo che sembra bombardato. Non smettiamo di pensare a dei muri bianchi, un pavimento pulito e una scuola che sappia di vita e non di abbandono. Juba poverina, una capitale che non è altro che un grande villaggio. Un’anima che non si capisce che identità abbia. Dinka, Nuer, ugandese, etiope, eritrea, keniota. Città di espatriati che provano a costruire una parvenza di vita occidentale. Ma siamo sempre sul Nilo, e Juba se lo ricorda.

12 ottobre da Sussidiario.net
Steve Jobs lo abbiamo visto e sentito parlare tutti insieme, nella aula magna del St. Mary s College a Juba, nel compound dove viviamo. 40 partecipanti, tutto lo staff AVSI che lavora nelle basi di Isohe, Torit, Bahrgel e Juba. 29 e 30 settembre 201 4. Oggi sono tutti ripartiti per tornare al lavoro. Mi sembrava impossibile pensare che davvero saremmo stati tutti insieme qui.
I viaggi sono sempre un casino, eppure sono arrivati tutti: da Barghel, facendo una strada diversa e più lunga, visti i problemi di sicurezza, da Isohe e Torit con due macchine i cui pezzi stanno insieme per puro caso. Arrivati. Hanno raccontato del viaggio. Ci siamo trovati domenica pomeriggio, tutti insieme, contenti. E’ stato bello oggi quando sono arrivati quelli di Isohe e Torit, mi dice la Fausta, che arriva dal nord.
Mauro, che deve tenere il training, mi chiama la domenica pomeriggio dall’aeroporto di Kampala, non può partire, ma noi siamo già qui tutti ad aspettarlo. Prendi il bus, Mauro, via terra si riesce a passare. Viaggia di notte, ci racconta che la frontiera l’ha passata in motorino e poi a piedi, al buio delle 5 di mattina. Ridiamo perché ha un trolley , nessuna somiglianza con l’equipaggiamento da Indiana Jones a cui l’immaginario sul Sud Sudan può dare forma.
Dunque lunedì mattina ci siamo, tutti. Che ognuno si presenti, dice Mauro. Uno ad uno si alzano. Nome, cognome, lavoro per AVSI a Isohe, a Bahrgel, a Torit, a Juba. Un’ incredibile presenza di tutti. Insieme, ma più che il gruppo mi fa impressione ognuno di loro. La mia stanchezza è vinta da quell’appello in cui ognuno richiamava se stesso. Ognuno racconta del suo lavoro: racconta di un momento in cui ti è piaciuto il tuo lavoro, chiede Mauro.
Betty Justine dice “sempre", perché sono completamente libera. Emmanuel, il nuovo meccanico di Isohe, dice che è stato bellissimo quando è arriv ato a Isohe e tutti erano felicissimi di vederlo (me lo immagino, l’eroe della meccanica). Alfred, il logista di Bahrgel, è stato bellissimo quando sono arrivato e mi aspettavano e mi sono sentito a casa. A me pare fuori dall’immaginazione sentire parole così. Eppur succede.


21 settembre 2014
da Sussidiario.net Sembra che non succeda nulla, anche se la guerra è accanto. Nello stato dei lakes stiamo facendo un progetto che supporta una scuola di formazione professionale. Saranno muratori, i ragazzi. Continuare a vedere questo futuro è l’unico modo per rimanere qui.
La settimana scorsa, per una settimana intera, Dominic, James e Alfred, tre colleghi sud sudanesi che vengono da una zona del sud, sono rimasti bloccati a Rumbek, la città, perche muoversi per le strade era troppo pericoloso. La gente non si ammazza ora per il conflitto politico di cui tutti parlano, ma si ammazza perché due gruppi della stessa etnia (quella Dinka) sono uno contro l’altro. Un conflitto nel conflitto. Dinka Gok e Dinka Agar si ammazzano. Ora c’è la caccia al Gok, perché gli Agar hanno ammazzato. E noi immezzo, conflitto nel conflitto, una matrioska. La passione per ammazzarsi è irrefrenabile, da queste parti.
La settimana fermi a Rumbek, a Paola, nostra collega di AVSI, che è responsabile dei progetti nella zona, è sembrata un mese. Sono arrivati, finalmente, a casa, nel nostro compound, dopo giorni di tentativi per organizzare il viaggio, in convoglio. Sono arrivati, mi dice. Voce che trema. Facciamo in fretta, me lo comunica solo, sono la responsabile della sicurezza qui. Serviva saperlo subito, dopo aver seguito passo passo il viaggio. Vedessi che facce che avevano, Anna, quando sono arrivati qui, mi dice Paola. Me li immagino, consumati dalla tensione. Hanno visto ragazzi sulla strada che al loro passaggio nascondevano le armi. Che posto è questo? mi chiede Paola.
Dominic, James e Alfred hanno visto la guerra per 25 anni della loro vita. James è stato anche soldato, da quando aveva 16 anni a quando ne aveva 21. Ora ne ha 29. Passa sulle strade, vede le armi nascoste, e ha paura. Paola, pazzesco, le dico, hanno la stessa paura nostra. Universale. Siamo immancabilmente ed eccezionalmente attaccati alla vita. Cerchiamo tutti disperatamente la pace. Ma c’è la guerra. L’esercito è un lavoro, pagati per sparare, uccidere. Ma alla fine un corpo, e gente armata senza scarpe che si avvicina. Avvoltoi forse. A tutto, ma non al futuro stanno guardando.


14 settembre 2014
da Sussidiario.net
Un ragazzo è morto sulla strada tra Burung e Isohe, dopo 3-4 ore di diarrea. Il tempo in cui ti disidrati. Il colera si può curare, ma prima ancora se bevi entro due ore stai meglio e vivi. Ma su quelle montagne che acqua c’è? Una strada, fango. Acqua sporca. Gente che non sa cosa fare. Glielo spieghi. Ma vogliono arrivare a Isohe, al St. Teresa Hospital, perché la medicina non è solo questione di medicine.
Non vuoi rimanere solo, prima di tutto. E dunque qui, camminano, nel bush. Camminano. La solitudine ti uccide. Vogliono stare vicini. Dunque camminano. Una stanza da maternità che deve essere resa accogliente, nei piccoli centri sanitari, se no le donne non ci vanno a far nascere i loro bambini. Allora è lo stesso, per noi e per loro. Desiderio di cura, casa e bello. Sento i colleghi che stanno a Isohe, cerco di aiutarli per la logistica. Medicine da comprare – semplice – e da portare fino a Isohe – così difficile.
Questione di velocità di reazione, in un luogo dove tutto ha il peso dell’immobilità. Ad un certo punto tutto si mischia nella fatica. Ma ieri sera la mia collega di Avsi, Maria, da Isohe mi scrive: Siamo stati nelle scuole, a fare health education, è stato bello. Vado a fare una passeggiata... Me la immagino che cammina sulla strada di Isohe, forse sempre con lo sguardo di chi sta a guardare cosa succede. Name Village    Age    Sex           Comments Dominic Mairo  28     Male        No family member affected Madallena Mairo 28  Female   No family member affected Peter Mairo            11   Male       His Mother affected later Fausino Mairo      72   Male       His son affected Lucarasia Mairo   49   Female  She was affected before her son fall sick Vitoria Mairo       33    Female   Affected neighbor Lokwali Woroworo  20  Male    No family member affected NB: one boy died on the way from Burung village of 3-4 hours diarrhoea

27 luglio 2014
da Sussidiario.net
Torit East. Scuola aperta, dopo la chiusura per l’emergenza colera. Ma oggi Albino (un insegnante in camicia rosa e pantaloni eleganti, nel solito cortile scolastico di fango) ci dice che il governo dell’Eastern Equatoria ha decretato di chiudere di nuovo le scuole. Davanti a delle aule che stiamo riabilitando, discutiamo con i colleghi. Non va bene chiudere le scuole. James dice, e poi quando le riaprono? Così tutti gli studenti se ne vanno e cosa fanno?
Più passa il tempo più gli interventi per il colera sembrano insensati. Non bisogna spaventare la gente. Diciamo ad Albino che se una persona sta nella stessa stanza in cui c’è qualcuno col colera, non viene contagiato. Ah, ci dice Albino. Allora è vero che i “rumors” sono più forti dell’informazione “istituzionale”. E’ vero quello che ci dice Alfonso, collega e amico di AVSI, quando ci racconta che bisogna spiegare bene cosa succede, cosa bisogna fare, che si può guarire. E’ vero che con il passaparola si passano anche le malattie e l’isolamento. Ecco di nuovo la povertà.
Tre gradini. Taban mi spiega: “Sai ci sono i bambini che non camminano bene, zoppi o che usano le stampelle, ora possono entrare in classe e venire a scuola. Prima non ci venivano”. Guardo di nuovo, cerco uno scivolo che porti alla porta. No, tre gradini. Penso che lo scivolo lo devono ancora fare. Poi capisco. Prima, dice Taban, il salto da fare per entrare in classe era di quasi un metro. Ora coi gradini possono entrare anche i bambini che fanno fatica a camminare.
Io non capisco come sia possibile essere ancora colpita. Eppure è evidente. La relatività in questo caso delle barriere architettoniche: tre magici gradini.
23 luglio 2014
Da Sussidiario.net
Cosa mi manca, mi chiedo oggi?
Me lo chiedo quando esco nel cortile dell’ufficio di AVSI e mi metto sul retro. E sento il profumo di quel detersivo che vendono nei negozietti per strada, li trovi dappertutto in Africa. Il detersivo in piccoli sacchetti. Quasi monouso, ma qui lo usi anche di più. Sento quel profumo e mi accorgo di cosa mi manca. Mi manca quello, quel profumo. Come quello della legna bruciata, del carbone nelle stufette con cui si fa da mangiare dappertutto, in Africa. E’ vero.
L’Africa è soprattutto odori e luci. Così nel cortile sento la mancanza e la assaporo e mi accorgo che è tutto quello che mi manca, quegli odori, comprare il detersivo nei baracchini per strada. Quella luce del cielo azzurro e del vento, che stasera c’è, dopo una giornata difficile, come ce ne sono tante ultimamente. Un magone che si fa spazio. Lo sento che è li, che vuole uscire. Tanti i motivi, ma sta li.
Poi torno a casa e vedo sul tavolino accanto alla porta una busta, con il suo nome “Grace”. Ci guardo dentro. Sono i documenti che deve compilare per chiedere il permesso di lavoro qui. E’ ugandese. E’ arrivata in Sud Sudan con noi, a gennaio, quando siamo rientrati nel paese. A Gulu è salita in macchina con noi, la baby sitter del figlio di Vicky, la nostra contabile. In macchina strettissimi. Ma anche lei è salita.
E’ andata in Uganda in due giorni, per mettersi in regola, è tornata di corsa, per lavorare. Arriva sempre puntuale, sorride sempre. Quei documenti da compilare mi fanno piangere. Forse, penso, è analfabeta e non sa cosa deve scrivere. Me la immagino in un ufficio immigrazione dove cerca di capire cosa deve fare, dove le chiedono qualche soldo in più come tangente. E lei che subito torna, per non mancare troppo da qui. E qualcuno la deve aiutare a compilarli. Sono contenta di essere qui, ecco.
Oggi mi ha regalato un portamonete. La Grace mi ha regalato un piccolo portamonete a pois e con dei bordi dorati. Brutto. Ma bellissimo.
Penso, ecco, quello che supera il magone è il pensiero di poter esserci, qui. Anche con la Grace. E’ un magone potente, difficile da spiegare. Ma se lo provi lo capisci. E rimani.

8 luglio 2014 Da Sussidiario.net
Prima a Juba e ora a Torit, ma anche in altri Stati del Sud Sudan, il colera. È una malattia che si cura e si previene ma se non sei veloce, nulla. Si teme la diffusione nei luoghi malsani come i campi degli sfollati e dove il sovraffollamento ormai non lo si misura più. A Torit ci muoviamo: i nostri con qualcuno di altre NGO ed il Ministero della Salute dello Stato dell’Eastern Equatoria vanno in giro, in città, a spiegare alla gente che deve lavarsi le mani e che se sta male deve correre in ospedale. All’ospedale pubblico di Torit stanno montando delle tende, dove arrivano i pazienti per tenerli lontani dal resto dei malati.
Una malattia semplice, curabile ma nelle condizioni che ci sono oggi nel paese diventa pericolosa. A Ikotos nella zona vicino alle montagne ancora nessun caso, ma ci prepariamo con un Response Plan, dove il Dipartimento della Salute della contea lavora con noi e con chi altro c’è per prevenire ed eventualmente per curare. A Juba i numeri si sono stabilizzati. Come succede a Torit, anche a Juba all’inizio un aumento vertiginoso. A Torit, in una settimana, i casi sono diventati quasi 250. Chi c’è fa qualcosa ma le medicine (non solo quelle per il colera) arrivano con difficoltà per il passaggio alla dogana e per le strade che con le piogge sono difficilmente percorribili. Facciamo quel poco che possiamo. Diciamo ai nostri colleghi di stare attenti. Tante cose che fanno paura, ma poi si fa.


 3 luglio 2014
Ascolta l'intervento a Radio Vaticana di Anna Sambo dal minuto 11:01
Aria di nuovo in un paese in guerra. Da Torit non sembra la guerra. Aria di nuovo, un nuovo collega di AVSI, Francesco, appena arrivato e sembra da sempre qui. Curioso delle persone.
Maria, da sempre collega AVSI, mi dice che adesso Torit è casa, anche qui. Lei che è abituata a stare a Isohe, tra le montagne e che Torit non le è mai piaciuta. Ma adesso che ci sta più spesso, che può metterla in ordine, ora è casa anche qui.
Ha fatto i biscotti, seduti in soggiorno, ognuno con sé, ma insieme, godiamo del profumo del pane che si sta cucinando nel forno, pane caldo, appena sfornato. Francesco si avvicina e lo guarda come se fosse la prima volta che vede del pane. Quest’estate, mi dice, mentre sono in Italia, voglio andare a lavorare un po’ in un’officina di un mio amico, per capirci qualcosa di motori, così almeno queste macchine le possiamo guardare con occhio diverso.
Andiamo a cena, con una macchina che a male pena si regge in piedi. Ci guardo camminare, insieme e mi chiedo chi sono qui, io. Chi sono per loro. Ma siamo sulla stessa strada. Sorrido a guardarci mentre verso sera sotto il portico davanti a casa chiacchieriamo con Patrick, clinical officer ugandese. Ha pazienza con quelli con cui lavora. Mentre ne parla, sorride. Affetto, o forse solo curiosità e divertimento.
Piacere dello stare insieme. Ogni minuto è pieno, anche se non facciamo nulla di significativo. Eppure sono ore piene, silenzi, poi domande per conoscersi. Ci guardo, li guardo, mi guardo.
Stanotte ho sognato la guerra. Ma poi mi sveglio e non posso non vedere che sono felice. Di nuovo, nessun pensiero pesante. Nemmeno la guerra può toglierti la tua felicita. E mi accorgo di come ovunque mi giro sono a casa. Accompagnata, curiosa del nuovo di ogni momento. Nuovo, ancora, in un paese in guerra. Il paese più instabile del mondo, così scrivono oggi su un giornale.
Machar e Salva kir non si accordano.Vogliono accordarsi senza che intervenga qualcuno dall’esterno, così mi pare di capire. Il numero di sfollati all’interno del paese aumenta. Il numero di persone a rischio carestia aumenta. Non si vedono aiuti.
I comboniani sono riusciti a tornare in una delle loro missioni al nord, nello Unity State. Nessuno ha macchine per muoversi. Distribuiscono il cibo andando a piedi dalla gente.
Nel villaggio vicino al compound di AVSI nel nord del paese si sono sparati per un giorno intero per vendette tra clan della stessa etnia. Tra la sensazione di impotenza dello staff AVSI. Siamo degli estranei per la guerra. Una pace che non si riesce a raccontare a chi non l’ha vista. Il paradosso di una unione che si vuole, tenacemente, divisa. Si parla di federalismo. Di un sud “ricco” che vuole essere indipendente da un nord “povero”.
La guerra tra poveri è una realtà. Oggi a bassa intensità. E stasera notizie di un coprifuoco governativo alle 18. Hanno tentato di ammazzare il governatore dell’Eastern Equatoria, che parlava di federalismo non ne vogliono sentir parlare qualcuno con sarcasmo mi ha detto “Insomma, è in corso un dibattito democratico”.

21 giugno 2014 Da Sussidiario.net
Dall’alto cerco tracce del deserto. Immaginavo la savana, immaginavo tutto giallo, secco. Nessun verde. E invece verde, strisce di terra che sembrano prato, dal cielo, ma forse sono palude. Non so, e i serpentoni dei fiumi. Un ponte. Poi scopro che è quello nel Warrap, prima di Tonj. Ancora non siamo sopra il Northern Bahr El Ghazal, dove mi aspetta Wau.
Atterriamo. Fausta mi ha raccontato che le hanno raccontato che Wau ha tracce di islam, tracce di Sudan, tracce arabe. Trovo quello che non mi aspetto: un fiume, che porta il verde. Alberi. Una cittadina dove le strade, rossissime, fanno su e giu. In un paese piatto come questo ogni salita e discesa ti pare una collina. Strade asfaltate. Ma ancora meglio: tracce di strade selciate. Mi spiega Angelo - lui dirige i lavori di costruzione di una parte nuova dell’Ospedale Missionario di Wau da 6 mesi - che le strade le hanno fatte gli inglesi, con una specie di catrame. Nel catrame, incastrati i sassi.
E poi i muri rossi. Mattoni. Quelli dei comboniani. Colore che rende inconfondibile la loro presenza, il loro passaggio. Un libro di mille pagine ne racconta la presenza in Sudan, dagli inizi del secolo Ventesimo. Vorrei leggerlo, ma non c’e’ tempo. Allora cerco i nomi dei posti che conosco. Prima fra tutti, Isohe con i nostri progetti AVSI. C’è. Fa caldo, ma c’è vento. Un vento bellissimo e una Cattedrale.
Angelo, mentre camminiamo verso l’ospedale, mi racconta che quella cattedrale l’hanno cominciata a costruire molto prima di cominciare con i mattoni. Lascia intendere. E io capisco che significa un dialogo, con la gente. Per la costruzione di una presenza diversa e originale che trascina. Insieme agli inglese e agli arabi hanno portato qualcosa di visibile che a Juba non trovi: i carretti trainati da asini per portare l’acqua, i carretti trainati da cavalli per portare il materiale. La trazione animale significa evoluzione. Una strada selciata. Un mercato pieno di merci. I ragazzi che ogni sera si trovano per giocare a palla a mano, maschi e femmine.
E i binari di una ferrovia. Ora ci cresce sopra l’erba. Ma gli occhi mi si illuminano quando la vedo. Suor Maria Dolores lavora all’ospedale missionario, dove lavorano suore di congregazioni diverse, tutte insieme. Mi racconta che lei era qui prima della guerra. E che negli anni '80 Wau era “ancora più città di adesso’”. Arrivava il treno da Karthoum, che portava cibo e altro, per il mercato. Una città ancora più viva. Ma poi la guerra. allora penso che spesso me lo dimentico che c’e’ stata la guerra. mi dimentico che non e’ un passato lontano. bisogna farci i conti. Era una Città ancora più Città! Mi dice. Le brillano gli occhi.
Mi accompagna al cancello, sul retro dell’ospedale. Passa da qui che fai prima. Devo andare a prendere l’aereo per tornare a Juba. Mi indica una pianta ai piedi del muro di recinzione: è una buganvillee, l’ho piantata ma non sta crescendo perché non ha piovuto. L’ho piantata perché poi quando cresce arrampicandosi sul muro è così bella.


12 giugno 2014 Da Sussidiario.net
Mattina. Aeroporto di Juba, un girone infernale. La sera prima preparo la valigia nella sede di AVSI, la mattina presto la chiudo, con macchina fotografica e occhi pronti a viaggiare e vedere. “La tigre non perde il sonno per il parere della pecora”, dunque pronta per partire. I voli del World Food Program sono sempre pieni, l’aeroporto di Juba (che si fa chiamare “international”, ma la scritta che lo indica ormai è sbiadita per la polvere) la mattina è sempre pieno. Quasi pensi che ci siano voli per andare dappertutto.
Stamattina però il muro umano è più imponente del solito. Spintoni per un’ora, in coda per il check in. Mentre faccio il check in mi passano davanti un paio di persone mentre qualcun’altro spinge, come sempre, come prima, ma stamattina più del solito. Ogni spinta, ogni urlo, ogni incazzatura di qualcuno mi provoca soffocamento, ma più di tutto rabbia. Insofferenza. “Vuoi arrivare a non sopportarli, Anna?”. In coda per il check in mi passano sui piedi con valige e sacchetti enormi i sudanesi o sud sudanesi che cercano l’aereo per Kartoum. Nulla, proprio nulla di avventuroso e romantico, come pensavo in macchina, stamattina, verso l’aeroporto.
Dopo la coda per il check in un altro muro umano. Non riesco, fisicamente non riesco a mettermi in coda per i controlli e per entrare nella Waiting Room (una stanza con i cessi senza soffitto ma con delle splendide porte importate dall’Uganda, in vendita. Uno showroom come porte dei cessi dell’aeroporto di Juba. Dei cessi senza soffitto, ma con porte splendenti). L’unica possibilità è spingere, strattonare qualcuno, litigare, pestare i piedi a qualcun’altro. Poi magari alla fine ce la faccio.
Sto immobile, aspetto, respiro un po’ di aria, sono vicina all’uscita. Potrei. Spingere. Litigare. No. Sono troppo piccola. Debole. E non ho voglia di litigare, di incattivirmi, di essere infastidita da tutto e da tutti. Non ho voglia di quella bruttezza. Di quel modo di trattarsi disumano, che ti capita di vedere da queste parti. Oggi così vivo, presente. Quella bruttezza non chiamava me. Non si può morire per quella disumanità. Sarà un viaggio che farò tra un paio di giorni, ma stavolta non da sola. Voglio la bellezza. Umanità. E compagnia.

5 giugno 2014 Da Sussidiario.net
Ho l’impressione che stia prendendo forma di nuovo quello che per tanto tempo ho studiato. Il confine. La permeabilità del confine. Un’area di libertà tra le leggi. Il confine tra “formale” e informale”, quello che ho studiato. Lo studio ma non arrivo ad una conclusione. Non arrivo a dire “bene, è così".
Sono dappertutto, in città, gli Internally Displaced People, gli IDP, gli sfollati, quelli, come li posso chiamare, come li posso spiegare. Si spostano, sono scappati, continuano a scappare, da dicembre, da quando si parla di nuovo di guerra.
C’è un posto a Juba che si chiama Jebel Peace. Sembra quasi una storia che si racconta la sera, la storia che non si scrive ma solo si racconta. Jebel Peace, si chiama. Vicino alla montagna, il Jebel. Li vicino ci sono i campi degli sfollati che si sono rifugiati nella Missione di Pace delle Nazione Unite in Sud Sudan (UNMISS). Ma Jebel Peace è un’altra cosa, non sono quei campi dove tutto è precario, sporco, malato, scuro ma dentro un perimetro protetto. Un perimetro che non è casa e famiglia, ma dove tanti portano da bere, da mangiare, le medicine, i quaderni per la scuola.
Jebel Peace è un’altra cosa. E’ intorno alla montagna. Dai racconti è un quartiere dove stanno tutti quelli che sono arrivati che sono scappati ma si sono fermati prima di entrare nei campi UNMISS. Zone inesplorate, in città ma lontane. Hanno detto che nei quartieri - nuovi e diversi per le persone che sono arrivate, da lontano - come Jebel Peace c’è “la sicurezza”. Qualcuno, armato, che si occupa di controllare chi entra e chi esce. Entra dove? Esce da dove? Uno spazio neutrale? Una terra di nessuno? Uno spazio di confine, di persone al confine. Dove non c’è legge se non una legge stabilita dalle parti in causa, per un attimo. Queste le leggi di qui, quelle che ogni giorno cambiano. La stessa, ma diversa. Uno spazio di movimento infinito, poiché la legge oggi è così e domani diversa e poi si vedrà.
Quartieri di persone arrivate, che stanno. Ospitate dai parenti. O solo ospitate, a pagamento, chissà. Non ci sono dati. Chi pensa di saperne di più dice che i dati ci sono ma non sono ufficiali, non divulgabili. Le notizie che arrivano anche a noi staff di AVSI parlano di sfollati, di progetti di emergenza. Ma non sembra emergenza. A dirla tutta. Non pare emergenza. Sembra una ridistribuzione della popolazione avvenuta senza alcun criterio se non quello della fuga e della sopravvivenza. Per poi stare.
Abbiamo a che fare con qualche cosa che durerà, a lungo. Degli spostamenti stabili. Nessuno ha intenzione di tornare a casa sua perché ha paura perché non sa cosa trova a casa. Nessuna illusione sull’emergenza. E’ solo povertà, in guerra. Voglio vederlo questo Jebel Peace. Voglio vedere cosa succede in città, vicino alla montagna.


26 maggio 2014 Da Sussidiario.net
Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa di allegro, di divertente, di leggero. Troppo spazio alla guerra e alla tristezza, che ci sono ma i pensieri sperano di tenerle lontana entrambe, sorelle. Qualcosa di leggero. Un generatore pesa, ma la storia è curiosa.
Scriviamo progetti, mandiamo report, cerchiamo di implementare i progetti, di raggiungere i beneficiari, nei villaggi. Ma la teoria si scontra con la pratica, l’intenzione stride con l’esperienza. Le parole non servono per far funzionare i motori.
In Sud Sudan l’equilibrio logistico è precario. Se mancano i motori si ferma tutto. E oggi: il generatore dell’ufficio di AVSI a Juba è vecchio e rumoroso. Tanti vicini del quartiere sono venuti in ufficio per una visita di cortesia. E hanno detto la loro sul rumore del nostro generatore. Abbiamo fatto amicizia nel rumore. Il generatore di Isohe, la nostra base in mezzo alle montagne, si è allagato per una pioggia micidiale, due settimane fa.
Rufus, un simil eroe meccanico, ha fatto su e giù tra Isohe e Juba per aggiustarlo, per comprare i pezzi di ricambio. Ancora non funziona. Forse dovranno usare il pozzo manuale. Anche l’Uganda è in fibrillazione per quel motore che non va. Un affare internazionale, insomma.
Nel frattempo davanti ad un computer rispondo alle richieste di report dei donatori. Qui molti soldi servono per la meccanica. Senza quella siamo fermi, senza strade siamo fermi, senza case gli sfollati dormono nella pioggia e nel fango, senza macchine la gente non si sposta, non si muove, non vede, non conosce. Si ferma. Si impara la pazienza. Forse la rassegnazione, mal sopportata. Lo spazio di movimento è limitato. Vita semplice. E il desiderio migliore della giornata è quello di benzina e gasolio per i nostri motori.

9 maggio 2014 Da Sussidiario.net
Stagione delle piogge. Una pioggia torrenziale apre il festeggiamento del 9 maggio presso la Delegazione dell’Unione Europea. Juba. La pioggia entra infiltrandosi dal tettuccio apribile della macchina di AVSI. Non lo abbiamo mai aperto, eppure entra acqua e ci bagniamo. Massimo è alla guida, si bagna. Ride, anche se non ha voglia di andare alla festa. I cuori sono pesanti, per un inizio difficile dopo le ferie. Distanza da “casa”, distanza dalla famiglia.
Quel pensiero che casa è nel luogo dove sei mi ronza in testa, eppure non trova spazio nella pesantezza dei primi giorni. Pioggia. Al cancello della delegazione ci rifugiamo sotto l’ombrello di un guardiano, che ci scorta fino alla tettoia dove gli invitati stanno già chiacchierando. Troviamo Michela e Massimo, volti amici. Nella sala conferenze un tavolino con un calice di vino bianco e un microfono dorato attendono i discorsi del delegato della EU e del Ministro della Giustizia del Sud Sudan. Prima l’inno alla gioia e poi l’inno nazionale del Sud Sudan, che stride come una marcetta per bambini a fianco di una grande composizione di musica con una lunga storia.
Sven parla della guerra del Sud Sudan. Lui è il delegato della EU, dice che tra poco se ne andrà e parla della guerra. Guarda il Ministro e gli dice che bisogna fare qualcosa, che bisogna mettere da parte gli odi. Che ci vuole il perdono. Perché il paese non precipiti nel caos e perché questo Sud Sudan neonato possa cominciare a crescere. Il Ministro dice tante parole. Usa toni africani conosciuti. La frase che mi rimane in testa “Il problema è che un’etnia ha deciso di attaccare, aggredire”. Poi frasi prive di anima.
Come ha detto Sven, il 9 maggio, giorno dell’Europa, Salva Kir e Riek Machar (i due elefanti) si sono incontrati ad Addis Abeba. Immagino Riek Machar in viaggio verso l’Etiopia, partito dal suo nascondiglio. Ieri sera la notizia, finalmente si sono trovati. La prima volta dopo il 15 dicembre. Cerco le notizie, controllo le fotografie. Si, si sono stretti la mano.
Massimo mi chiede se è davvero un accordo o se hanno solo detto che lo faranno. Controllo di nuovo le notizie. Stavolta è un accordo, e ci sono delle firme. Stamattina incontriamo il signore che ci vende i giornali. Compro il giornale e gli dico che oggi is a good day. Si, mi dice. Sottintendo una comune timida felicità per gli accordi di ieri. Ma il giornale ancora non riporta la notizia. Lo hanno mandato in stampa troppo presto.
Ci sarà sul giornale di lunedì. Lascio che il pensiero leggero della pace prenda spazio. Inizio un nuovo libro. La prima frase è di Camus “Non v’è sole senz’ombra ed è essenziale conoscere la notte".


7 maggio 2014 Da Sussidiario.net
In viaggio tra Addis Abeba e juba. Sotto l'aereo a eliche, le nuvole. Sotto le nuvole vedo il verde del Sud Sudan nella stagione delle piogge. Il verde attraversato da serpenti marroni, rossicci. Strade, penso. Poi invece si capisce dalla traccia curvilinea che sono fiumi. Una strada forse l'avrebbero tracciata più dritta, per raggiungere prima la destinazione.
Io rientro a juba e più ci avviciniamo più il sorriso si allarga. Che posto il Sud Sudan. E' Africa. E in Africa c'è posto per tutto. Anche - e sempre di più - per la guerra. Al nord si combatte ancora e forse più di prima. Bentiu l'hanno presa i ribelli la settimana scorsa. Ora sono di nuovo le truppe governative che si fanno sotto. Nassir, in Upper Nile, nuovo teatro di guerra. E Twic County, Warrap. Quest'ultima zona non di guerra, fino a due o tre settimane fa.
La guerra negli stati petroliferi e ribelli oltrepassa i confini. Soprattutto facendo sfollati, gente che scappa che noi di AVSI insieme alle altre realtà presenti sul territorio ci prepariamo ad accogliere. Gente che si rifugia negli stati confinanti, dove non sembrano esser previsti aiuti. Tutto nelle zone in guerra. Ma nelle zone in guerra non si può andare e non si riesce a stare. Sappiamo di devastazioni e di nulla dopo i combattimenti. Un paradosso i fondi per l'emergenza umanitaria dove muovere un passo è la morte o la vita.
Ban-Ki - Moon ieri è arrivato a juba. Nelle fotografie indossa una camicia quasi mimetica militare, color della terra. Qualche giorno fa anche il segretario di stato americano Kerry è stato qui. Ha provato a mettere i due elefanti seduti allo stesso tavolo. Ma nulla. Forse non vogliono mediazioni americane. Non ne vogliono la presenza. Eppure un parente che sta negli USA ci racconta che la sua impresa di costruzioni verrà a costruire proprio qui.
Durante questa guerra, forse anomala. O forse si tratta piuttosto di una scossa di assestamento. Il 2011 - con la nascita del Sud Sudan - è stato solo un primo passo. Forse solo le doglie. Si attende il parto.

3 maggio 2014 Da Sussidiario.net
Navy Pillar, UN High Commissioner for Human Rights, in questi giorni è stata in South Sudan. A vederla nei video che girano su internet ha un’aria sveglia e comincia con un proverbio africano. Mi colpisce. Dai palazzi delle UN un proverbio africano che rappresenta quello che sta succedendo. E dunque mi sembra che qualcuno finalmente stia guardando quello che accade. E cerchi di avvicinarsi agli elefanti, Che però sono in tenuta da guerra.
“Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata”. Non c’è bisogno di spiegare, ma solo di annotare che Navy Pillar ha parlato prima con Salva Kiir a Juba e poi è andata a cercare Machar, dove sta nascosto. Mi ha sempre fatto impressione vedere come in questi casi ci sia la possibilità di muoversi in spazio neutrale. Forse più che altro un “tempo” neutrale, quello dell’incontro. Poi si ricomincia a combattere, su quella stessa terra che per un attimo è stata bagnata da acqua di pace e di dialogo.
E poi una proposta, “One month of Tranquillity in May”: lasciate che la popolazione possa muoversi senza correre il rischio di essere ammazzata, lasciate che possano tornare a casa, ai campi, e piantare, seminare, per avere cibo, prima che inizino le piogge, che poi è la fine.
Solo per un mese. Maggio. Trenta giorni. Ma i due elefanti sono bambini: smetto solo se smette lui. Prima tu. No dai, prima tu. Capricci, sembrano. Ma finalmente un’idea, una proposta, una presenza, una ragione e una proposta di qualcosa di logico. Un mese per seminare. Trenta giorni.
Un’altra notizia mi piomba addosso: 9000 bambini soldato. eppure noi non vediamo nulla. Ma stavolta comincio a credere che le notizie siano vere e comincio a vedere meglio il South Sudan. Ad una certa distanza si vedono gli elefanti combattere e l’erba rimanere schiacciata.
 L’importante è che ci sia un pensiero. Non il caos, ma un pensiero.


24 aprile 2014 Da Sussidiario.net
Difficile da capire quello che sta succedendo in queste settimane in Sud Sudan. Difficile capire cosa accadrà. Partire da ciò che abbiamo più vicino è la cosa più semplice e sincera. E' giovedì 17 aprile e nell'ufficio sud sudanese di AVSI arriva Francesco, amico e collega di un'altra Ong italiana: è stanco e affannato, sta lavorando a un progetto di distribuzione di sementi per gli agricoltori, nello Unity.
Lo Unity è uno dei tre stati a nord del Sud Sudan, la regione dei pozzi petroliferi. Uno dei tre stati in cui la guerra c'è per davvero. Francesco ha il fiatone. Due giorni prima ha messo dei colleghi su un aereo verso il nord, in missione per portare uomini e aiuti. Sono partiti, ma appena arrivati sul posto lo hanno chiamato: vogliamo tornare a Juba, subito, oggi stesso, domani, appena c'è un aereo che rientra nella capitale. Abbiamo paura.
Pensavano si potessero riprendere le attività. Le Ong ora hanno la capacità di muoversi nelle zone dove il conflitto è in atto. Sono le organizzazioni che lavorano con le associazioni locali, con la gente. Perché i sud sudanesi sanno cosa succede e capiscono come è meglio muoversi. Le informazioni passano da lì, come un telefono senza fili. Le notizie ufficiali invece dicono che la zona dello Unity è tranquilla. Certo, si combatte, ma non è impossibile proseguire con le attività. Eppure i sud sudanesi hanno paura, vogliono tornare indietro.
Nei tre stati in guerra si combatte e noi siamo impotenti. Anche le grosse organizzazioni lo sono. Hanno i mezzi, ma non sanno prevedere cosa succederà domani. Io e Francesco pranziamo insieme e a me rimane tutto sullo stomaco. Non è successo nulla, eppure l'insicurezza e la paura ci fa parlare e non mangiare. Strage di civili, si legge in questi giorni. Prima i Dinka, poi i Nuer. Uccisori e uccisi.
Si parla di conflitto etnico, me ne hanno parlato per anni i miei professori di antropologia. Ma i docenti, i ricercatori, dicevano anche che l'etnia è una "costruzione", una categoria facilmente manipolabile. Dunque non bisogna perdere di vista la realtà, che è fatta di petrolio, acqua e risorse naturali. Sulla mappa, dal satellite, il Sud Sudan è verde. Colpisce il contrasto col giallo desertico del Sudan. Una terra appetibile. E di mezzo organizzazioni non governative e Nazioni Unite. L'UNMISS è l'unica massiccia presenza straniera nelle regioni in guerra. Una missione di pace, che sta costruendo nuove regole per rispondere a un contesto così poco decifrabile, dove è chiaro solo che l'etnia è il contorno.
Vendette, e di mezzo le Nazioni Unite. Una pace che passa dalla guerra. Forse bisogna cominciare a crederci. Ma ancora una volta, bisogna guardare attentamente la realtà, mai uguale. Ogni paese è diverso, ogni uomo è diverso. E il passato dei Paesi dell'Africa dell'est non è uguale al presente e al futuro del paese più giovane del mondo. Proprio per questo, occorre guardarne i dettagli, per vederci chiaro.
Le UN ospitano chi sta scappando, senza distinzione di etnia. Chi scappa bussa alla loro porta. L'unica nostra forza è il quotidiano. Facendo attenzione all'uomo. Francesco torna a casa. In ufficio. Prenota un volo di rientro per i suoi colleghi. Non si può fare altro. Si continua piano piano, nella certezza che la nostra posizione va costruita e tenuta giorno per giorno, oltre qualsiasi ideologia o etnia.

15 aprile 2014
Da Sussidiario.net
Stamattina sono stata in una prigione qui dietro al compound di Fondazione AVSI, su Malakia road. Cercavo Matthew, uno dei ragazzi locali che collabora con AVSI: una ventina di anni, alto, magro, bello. Un sorriso da ragazzino. Lo hanno fermato sulla strada per Torit, quasi una settimana fa, perché non aveva ancora pagato la dote alla famiglia di sua moglie. Suo fratello mi ha raccontato che era finito in ospedale perché delirava, aveva le allucinazioni. Dall’ospedale è scappato e lo hanno messo in prigione, per proteggerlo dall’ira di suo suocero. Così sono andata alla prigione di Malakia road, qui dietro dove noi di AVSI abitiamo. I poliziotti mi hanno detto che Matthew non era lì, ma sapevo che era traumatizzato e dunque temevo che non rispondesse quando i poliziotti lo chiamavano. Allora ho guardato nelle celle. Non c’era, il fratello mi ha detto che si era sbagliato, che Matthew era in un’altra prigione.
Ci sono andata, con Michael, il nostro logista. Non mi hanno lasciata entrare subito, hanno prima parlato con Michael. E’ una stazione della polizia in mezzo alle capanne, è una capanna di fango e paglia. Dopo un po’ sono entrata: era tutto buio, ci ho messo un po’ ad abituare gli occhi e ho visto Matthew dall’altra parte delle sbarre. Era da solo nella “stanza”. Gli ho preso la mano e mi sono fatta raccontare. Mi ha detto che il fratello ha pagato una parte della dote e che ora stava aspettando che arrivasse con una macchina per portarlo in ospedale. Mi ha detto che doveva fare un’iniezione perché ha il tifo.
Poi è arrivato David, un altro fratello con dei foglietti su cui il medico aveva scritto la diagnosi e le medicine da prendere. C’era scritto “allucinazioni” e poi alcune medicine per i nervi e per la malaria. Matthew sembrava quasi pacificato. Difficile da spiegare, sembrava un bambino. Mi ha fatto vedere le botte che ha preso in testa e un taglio sotto l’occhio. Il taglio se lo è fatto rompendo una recinzione per mettersi al riparo da suo suocero.

9  aprile 2014 Da Sussidiario.net Sono a Isohe. Devo rientrare a Juba, con Alfredo e Pablo e Maria. Maria non sta bene, la colazione diventa più lunga. Dobbiamo partire ma è meglio se Maria sta bene. Il viaggio fino a Torit, a metà strada tra Isohe e Juba, a metà della strada che devo fare io, dove lei scenderà, è solo di tre ore. Ma su strada sterrata e disastrata. Allora è meglio se lo stomaco di Maria è a posto.
Chiacchieriamo. Poi lei sente e vede qualcuno al di là della recinzione del compound. Vede l’anestesista del St. Teresa Missionary Hospital. La clinica, centro di eccellenza della Contea di Ikotos, potrebbe curare tanti. Eppure la gente non riesce ad arrivarci. I villaggi sono remoti, isolati. E oggi le medicine non ci sono. Per la crisi ed il conflitto nel paese, per la difficoltà dei trasporti, per le lungaggini burocratiche alle dogane.
Maria si avvicina alla recinzione e John, l’anestesista, le dice qualcosa. Lei si gira verso di me: Anna! Una bellissima notizia! Sono nati due gemelli stanotte! Un cesareo, nella nuova sala operatoria su cui AVSI ha lavorato tanto, tra staff AVSI e volontari, una storia lunga insieme alla Diocesi di Torit. La nuova sala operatoria. I primi nati. Opio e Achen. il primo maschio, 2.8 kg, la seconda femmina, 2.5 kg.
Maria, andiamo a vedere! Le dico. Eccoci. La mamma la vediamo già dalla finestra. Le stanno disinfettando la ferita. Due infermiere sud sudanesi, dietro una tenda azzurra. Entriamo. Nel letto accanto a lei due fagotti fatti di stoffe di colori diversi. Dentro i fagotti, loro, appena nati. Chiediamo come si chiamano, chiediamo cosa serve ancora per la sala operatoria. Il chirurgo appena arrivato ci dice che ha dovuto fare l’operazione con delle medicine scadute. E speriamo che vada bene. Servono medicine. Serve tutto, manca tutto. Come ha detto Maria, sabato. Qui i bisogni sono infiniti, è una sfida personale.
Allora si capisce perché siamo qui, provare a rispondere al bisogno infinito, così evidente e palpabile, qui. Usciamo dalla clinica. Due gemelli in più a Isohe, una mamma che non ha perso i suoi bambini alla nascita e Maria non ha più mal di stomaco. Partiamo.

1 aprile 2014 Da Sussidiario.net Lunedì mattina, fine marzo. Mi sveglio. Una nuvola oltre il tetto della casa di fronte - sembra siano davvero arrivate le piogge. Mi chiedo: cosa c’entra? cosa c’entra quello che non è qui, chi non è qui, immediatamente a portata di mano e di sguardo?
Hanno scritto, la settimana scorsa, che i negoziati ad Addis sono ricominciati, alla ricerca di una tregua. Ai meeting chi torna dai posti distrutti urla richieste di intervento. Ma sembrano parole al vento. Bene, mi dico, c’è da fare. Ma come si fa? Giorgio, rappresentante di un’altra Ong, racconta che loro non riescono a mandare il materiale per i progetti che hanno ad Ayod, a nord di Bor, Jonglei. Ci sono stati, ma due giorni dopo l’esercito bloccava il passaggio.
“Siamo in zona ribelle”, “Sono tutti Nuer”. “Dobbiamo provare a cercare luoghi più pacifici, là non si riesce”. L’inaccessibilità, l’impossibilità dei movimenti, gli ostacoli geografici sono concetti che non fanno parte di noi. Talmente tanta pioggia e fango che la strada non la puoi usare. Non c’è verso. Aspetti. Va messa da parte l’idea di riuscire a fare quello che avevi programmato. I limiti, qui, sono talmente evidenti che sono i protagonisti di questa storia.
Allarmismi: arrivano le piogge, un milione di sfollati, 3 milioni di persone a rischio. Posti inarrivabili. Luoghi remoti. Ma se ti fermi a pensare, lo sai che questa è gente nomade, gente abituata a spostarsi, gente abituata. Nulla di sconvolgente. La normalità della povertà. Della precarietà, dei mercati vuoti di cibo.
Eppure domenica a Messa hanno detto: “Noi, il popolo del referendum per l’indipendenza, il popolo della libertà, abbiamo distrutto le tre città (Bor, Malakal, Bentiu) in tre settimane. Dove andremo?”. In apparente pace, continuano i controlli nelle case. Hanno preso le armi. Non sappiamo dove le portano. Finchè non succede, si tratta di attesa.

25 marzo 2014 Da Sussidiario.net
Sono giorni che penso a come la vita prende forma ogni giorno diversamente, qui. non so se sia lo stesso altrove. La stagione delle piogge si fa desiderare, qualche temporale pomeridiano o serale sta abbassando la temperatura, poi il sole non ci risparmia. Ancora caldo.
Pensavo alla casa di AVSI. Qui a Juba. Pensavo di essere una solitaria, invece mi piace la compagnia. I compagni di casa non me li scelgo, arrivano, stanno, poi partono. Chi arriva dall’Italia, per andare al nord del paese (Rumbek, Wau), chi arriva dalle nostre basi di Isohe e Torit.
Oggi è il giorno dell’Annunciazione.
E’ una casa/cosa strana. E’ lavoro e compagnia allo stesso tempo. Serate semplici, arrivano i racconti di quello che succede altrove. Tradizione orale per capire cosa sta succedendo.
Manuela è partita per il nord, Malakal, la capitale del Upper Nile, riconquistata la settimana scorsa dalle forze governative. Ci immaginiamo la distruzione dopo questi tre mesi di razzie, bombardamenti, scontri. Dicono che in piedi è rimasta solo la base della UNMISS. Lei è li. L’altro giorno hanno passato la giornata nel bunker. La sera ne parliamo: ma chi te lo fa fare di fare una guerra che non è la tua? Nessuna risposta.
Padre Giovanni, che sta per ripartire per Bahrgel, dove il nostro progetto con lui e con Ireneo Dud Foundation e SUDIN sta iniziando, ci porta del salame da Est, per il pranzo della domenica. 73 anni. Tra le varie avventure, 52 giorni di viaggio in nave (Trieste - Zambia) per portare un Westfalia alla sua missione. Racconta e ti sembra di vederlo. Pazzo, si direbbe. Vivo, piuttosto.
La casa si fa viva al passaggio delle persone. All’arrivo di confezioni di caffè e biscotti buoni. E’ la verità, abbiamo tutto eppure ci manca tutto. Altrove più che qui.
Si sta sospesi. Ne’ guerra ne’ pace. Ieri dei tuoni sembravano esplosioni. E invece no. La felicità la fa un temporale dopo settimane di torrido.

giovedì 20 marzo 2014 Da Sussidiario.net
Ricominciano le attività della St. Mary's College a Juba, AVSI all’interno dell’università supporta la School of Education. Il Dr. Ben è il Preside della facoltà. Ha studiato all’estero, ha vissuto tanta storia del Sud Sudan. A fine giornata, spesso, passa dal nostro ufficio, e racconta. Durante la guerra era al sud ed è scappato, per giorni e notti, nel bush, nella savana, vicino alle montagne.
Quel giorno non c’è, non è ancora arrivato in ufficio, al St. Mary's è mattina, lui viene a lavorare nel pomeriggio. Al College ci sono gli esami. Mi chiamano, Anna, uno studente è arrivato a scuola in uniforme e con il suo fucile. Anna, mi dicono dall’Università, è entrato perché voleva sostenere gli esami, come gli altri. Perché il guardiano dell’Università lo ha fatto entrare, se sa bene che nessuno in uniforme e con le armi può entrare? Perché lui è entrato, se sa che non si può entrare in uniforme, tanto meno con delle armi? Tanto meno con un fucile?
È in un’aula, da solo, con la sua uniforme, a fare l’esame. Il fucile, quando è entrato, gliel’hanno tolto e hanno tolto la carica. Il segretario della St. Mary ’s prende il fucile. È appoggiato nell’ufficio della logistica. Quel fucile è al centro di tutto, quando un insegnante ci dice che lo studente soldato deve andarsene perché gli hanno mandato un messaggio. Il fratello o il cugino, gli hanno sparato. Via sms. Attenzione nei movimenti. Chi prende il fucile? Chi glielo restituisce? Dove? Quando? È teso. Cosa può fare?
Pensiamo, senza parlarne. Solo quando sarà fuori dal College, per strada, allora avrà il fucile. Lì tutto può succedere. Qui è luogo di pace. Questa differenza dentro/fuori la desideri. Potrebbe essere diverso. Il confine è sottilissimo. Gli altri studenti si avvicinano al fucile, sembra di vedere oltre la pelle. Sotto.
Il Sud Sudan armato. Non c’è dentro e fuori, ma va stabilito. Per iniziare. Esiste la guerra così come esiste la pace anche se diceva Claudel “la pace in parti uguali di dolore e gioia è fatta”. Alla fine, che pace sia. Al di qua o al di là di un confine per poter decidere se passarlo o no.

martedì 11 marzo 2014 Da Sussidiario.net
Oggi continuavo a pensare a quanto desidero che in questo luogo ci sia la pace. Ho così tanti pensieri e immagini di bellezza del Sud Sudan e di Juba che mi strazia accettare gli spari di nuovo, di giorno e di notte. Il 5 marzo, la mattina, hanno ripreso. Non ci credevo. Non ci credevamo. Pur sapendo che sarebbe potuto succedere, era ovvio. Dallo stesso punto della città del 15 dicembre, arrivavano spari ed esplosioni. Non smettevano. Di nuovo ho cominciato a tremare.
Francesco, che lavora per un’altra ong qui in Sud Sudan, da casa sua, vicino al Jebel, mi racconta che sparano, mi dice che è proprio come quella domenica sera. Solo che è pieno giorno. Poi verso le 11 , mattina, un’esplosione più forte e una colonna di fumo nero sempre in direzione Jebel, di nuovo Francesco: i muri della casa tremavano. Hanno sparato un razzo sul deposito di munizioni, dentro c’erano 17 soldati. Tutti morti.
In ufficio lo staff comincia a telefonare, si fanno dire cosa sta succedendo. E’ una questione di stipendi non pagati ai militari. Dunque i conti si regolano con le armi. Semplice. I negoziati ad Addis sono falliti. Nessuno ha accettato le condizioni di nessuno. Si parla dell’intervento di una forza di interposizione formata dalle milizie dei paesi vicini, dell’ East Africa. Improvvisamente smettono di sparare. Di nuovo la pace. Ci dimentichiamo subito di tutto il fumo e il rumore. Piove, piove forte.
Finalmente la pioggia è arrivata, ironia della sorte, è arrivata con vento, tuoni e lampi e la notte è più fresca. E inaspettatamente si riesce a dormire. Girano mail, telefonate, messaggi. Stiamo tutti bene, ma cosa succederà. Mistero. E allora oggi, una giornata senza spari è bellezza. Perché continuo a pensare a quanto è bello qui, senza guerra. Speriamo nel bene, anche se nessuno ci crede.


lunedì 3 marzo 2014 Da Sussidiario.net
La macchina non funziona. Caldo torrido. Juba. Mattina. Io e Paola partiamo, con due boda (i mototaxi). Destinazione l’ufficio della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), vicino al Jebel Kujur, la montagna di Juba. E’ quasi dentro la città, ma ci vuole mezz’ora di moto per arrivarci. La strada asfaltata diventa sterrata. Le postazioni dei militari lungo la strada aumentano via via che ci avviciniamo alla montagna.
Quella montagna è stata uno dei luoghi che mi hanno fatto sentire bene la prima volta che sono stata a Juba. Ci siamo andati a camminare e ad arrampicare lungo una via aperta da Gabriele e Andrea, primi amici qui. L’aria era fresca. La città sotto di noi. Alle pendici della montagna, uno dei campi della UNMISS (United Nations Mission in the Republic of South Sudan) a Juba. E’ più grande della città, quel compound, mi dice Paola quando rientriamo dalla nostra missione fuori città. Il caldo lì sembra più torrido. Il ritorno sotto il sole di mezzogiorno ci lascia senza fiato e senza parole.
Tra l’andata e il ritorno, una riunione con la FAO e un’attesa al cancello, prima di entrare, dove c’è un continuo via vai di civili misti a caschi blu e guardie della sicurezza del compound. Ogni persona che entra – donne, bambini – viene perquisita. Probabilmente più volte al giorno. Gente che vedi nei villaggi, li immagini accampati dentro il campo delle UNMISS, ad aspettare.Fuori sta nascendo una piccola economia di venditori di acqua, bibite, chapati, sigarette.
I bambini si avvicinano, ma non chiedono nulla. Quanto rimarranno qui? Da dove arrivano? Chi sono? Non se ne andranno più, mi dice Paola. Si può entrare nel campo? Chiedo alla persona della FAO che incontriamo. Sì, ma non si capisce cosa succeda là dentro. Hanno preso a sassate uno dei miei, l’altro giorno, ci racconta Massimo. E a me tornano in mente le lapidazioni. Un passato di violenza sempre più presente. Regole arcaiche per regolare i conti. Il tempo passa. Si lascia che passi, sperando in qualche cambiamento che nessuno sta portando. E’ un pensiero lontano, sia per loro che per noi.
Un’epidemia di morbillo ha fatto una strage, in un altro campo per sfollati. Si muovono, da dentro a fuori, da fuori a dentro il compound alle pendici della montagna, lungo un filo spinato che porta al loro accampamento. Quella sta diventando casa loro, perché fuori non li aspetta nulla di meglio.

27 febbraio 2014 Da Sussidiario.net
Quattro cose: spari di notte, Esteban la mattina dopo, un negoziato del pesce affumicato. Spari nella notte tra mercoledì e giovedì scorso. Alle 3.43 mi sveglio. Non ci credo. Fastidio, poi un filo di paura, attesa e dubbio: la smettono o vanno avanti? Poi dopo mezz’ora di nuovo. Spari. Di nuovo: la smettono o vanno avanti? La smettono e arriva il giorno.
Esteban, amico argentino di amici argentini. Lo cerco perché so che è da qualche parte negli uffici dove abbiamo un meeting. Ci incrociamo e ci conosciamo in un minuto e mezzo e mi sento a casa. Non credo che potranno mettersi d’accordo. I ribelli vanno ai negoziati solo se il governo libera i prigionieri politici e manda a casa l’esercito ugandese, senza  esercito ugandese il governo non può fare. Con l’esercito ugandese i ribelli non possono fare quel “cambiamento” di cui parla Machar, non è un’analisi socio-politica di grande rilevanza, ma è il primo commento logico a cui la logica porta.
Sabato sera, 14 febbraio, in un “albergo” che è una topaia. Eppure sono felice. E so anche che lorodormono, forse, in stanze come questa, senza un letto, forse. senza soldi. Eppure Papa James, un nostro collaboratore, 29 anni, quando siamo tornati da Isohe, io e lui, ha comprato del pesce affumicato per i suoi bambini: “sai, quando il papà torna da un viaggio i bambini v ogliono sempre un regalo”. Una stretta al cuore e io v orrei fare lo stesso. Dunque siamo uguali. Dunque sparavano in città. Il problema è che non sai se smettono o vanno avanti. Hanno smesso e la giornata e' stata col sole e senza spari. Si corre. Sembra emergenza nei meeting. Poi si esce ed è come prima, anche se ci sono militari, armi e un carro armato parcheggiato di fronte alla casa di Salv a Kir.
Guido in città e mi chiedo a cosa pensare. Gli spari nella notte o l'incontro con l'amico argentino che mi ha fatto sentire a casa o quel regalo per i bambini dopo un viaggio. Le Nazioni Unite hanno dichiarato level 3 Humanitarian sy stem. Ma tutti temono che non si concretizzi in veri aiuti, tra un po’ arriveranno le piogge e chi era senza cibo ne avrà ancor meno.
13 febbraio 2014 Da famigliacristiana.it di Francesco Rosati
Nei giorni in cui sono stati sospesi a tempo indeterminato i negoziati di pace tra ribelli e Governo, previsti in Etiopia, ad Addis Abeba, a partire dall'11 febbraio, pubblichiamo integralmente la testimonianza di Anna Sambo, responsabile progetti di Fondazione Avsi in Sud Sudan. Si tratta di riflessioni che vanno a ruota libera, spaziano da considerazioni di ordine pratico, a quelle più alte sul senso del proprio impegno di cooperante in un Paese africano, passando per le osservazioni di paesaggi aspri e incantevoli al tempo stesso. E nel suo racconto c'è posto anche per una grande verità, pronunciata da un dottore sudsudanese: non c'è speranza per chi non impara dal proprio passato. Nelle parole di Anna, invece, c'è disincanto ma anche determinazione, ferma volontà a proseguire una ricerca che è propria di ogni essere umano ovunque esso si trovi. La ricerca del Bene, anche dove meno ce lo si aspetta. Ecco, sono arrivata a Juba oggi pomeriggio. Il viaggio in macchina è stato lungo e caldo. La gente nei villaggi fa la solita vita e il Sud Sudan (in particolare l’Eastern Equatoria) è così bello, anche nella stagione secca. Giallo, nero con qualche macchia di verde e fiori ogni tanto. La musica della radio ci ha accompagnati. Io, Paola e James, l’autista. Juba non è deserta ma quasi. Nessuna traccia di traffico. Negozi aperti, ma molti chiusi. Poca gente per le strade, pochi anche i militari. Ho ritrovato lo staff locale. C’è una pesantezza diffusa e io mi chiedo cosa posso fare, qui, con loro. Ora sembra che l’unico interesse sia lo stipendio. Ora, in questo periodo di rinnovo dei contratti. Ognuno si fa i suoi conti, con il pound sud sudanese che vale sempre meno e i prezzi che salgono, forse anche perché la merce scarseggia. A Juba la frutta e la verdura ci sono. Ma a Torit, dove ero fino a stamattina, i camion che portano frutta e verdura dall’Uganda arrivano con meno frequenza. Quindi noi abbiamo mangiato solo verza e pomodori, banane e qualche ananas, in queste settimane. Siamo qui da poco, ma sembra di non essere mai stati in Italia. Per tutto quello che è successo. E ora Juba. Arrivare in città, accolta dal Nilo, è stato così bello. Poi però la pesantezza negli sguardi dello staff e il Dr. Ben, il preside della nostra facoltà di educazione, che ci racconta la preoccupazione. Ce la racconta con gli occhi e con le parole. Machar ha detto che sta organizzando il movimento di liberazione del Sud Sudan. Si dice che sia da qualche parte nel Jonglei (una terra fatta di paludi, per me piena di fascino, ma piena di morte) e che dica che ha armi sufficienti per portare “il cambiamento”. Il Dr. Ben dice che se questa gente non impara dal passato, non c’è speranza. Racconta che nuer e dinka continuano ad ammazzarsi, come a Juba cosi negli Stati settentrionali del Sud Sudan. Dice che è previsto l’inizio di nuovi negoziati ad Addis Abeba, questo venerdì, il 7 febbraio. E Machar non si vuole presentare se Salva Kir non libera i prigioneri di dicembre, quelli della parte di Machar. Non c’è speranza negli occhi del Dr. Ben: è un’attesa senza durata e senza aspettative. Forse solo paura. Ma non ancora l’altro giorno viaggiando tra Isohe e Torit pensavo che l’unica cosa che ci fa stare qui è il desiderio di stare con loro. Che non è un desiderio di fare del bene ai poveri. Non c’entra con il moralismo. E’ solo qualcosa che accade. Arriva la prima sera a Juba, dopo tutto ciò che è accaduto. Bisogna che si sappia, tutto. Che si sappia, anche, che andare a visitare gli infermi non è una metafora, ma è quello che va fatto. Non avere paura di fronte a una condizione, come la morte, che occupa gran parte della nostra vita. Perché non guardare tutto ciò? Per provare a vederci del Bene.

30 gennaio 2014
“Proprio perché tutto era così bello nasceva dentro di me un desiderio, sempre lo stesso: da qualche parte doveva esserci qualcosa di ancora più bello. Tutto sembrava dirmi, Vieni” (Lewis, A viso scoperto) A Isohe, tra le montagne del Sud Sudan, ci sono arrivata la prima volta quasi 4 anni fa, nel 2010. 4 anni passati ad avere sempre nel cuore l’Africa. Quest’Africa la prima volta sembrava un paradiso. quando abbiamo passato il confine tra l’Uganda ed il Sud Sudan e le capanne dei villaggi accompagnavano la salita delle montagne ho pensato il giardino dell’Eden deve essere qualcosa di molto simile. Anche oggi su quella strada, da Isohe a Ikotos, le montagne sullo sfondo degli alberi, il cielo dell’azzurro mattutino, la gente sulle grandi rocce nere che frantuma il grano con altri sassi non ho pensato, ho solo guardato. Tutto questo si può solo guardare. E' strano come ogni giorno sia diverso dall’altro, come questo gennaio sia diverso dal passato dicembre, come i colleghi ogni giorno li vedi e sembrano diversi e nuovi. In questi giorni il cuore è pesante. Ma non posso non vedere. Ieri verso sera sono stata con Maria a guardare una partita del torneo di calcio di Isohe. Isohe è un villaggio, ma è come se fosse un’unica casa. Oggi passeggiavo con Maria al tramonto e tutta la chiamavano e la salutavano - Maria, Maria, good evening - non si può commentare quest’Africa perché poi diventa romanticismo e non c’e’ nulla di romantico nel mercato di Ikotos e nemmeno sulla strada sterrata che dopo 5 minuti di macchina vorresti scendere e vomitare pure l’anima. Due incontri: con la Diocesi di Torit e con il Commissioner della Contea di Ikotos: un omone che ci racconta la storia di AVSI in Sud Sudan, di come lui e Pietro (devo conoscerlo, il primo Country Representative di AVSI Sud Sudan) sono stati una settimana in un villaggio dormendo nella stessa capanna, per scegliere il luogo dove aprire la base di AVSI. Una scelta condivisa, parrebbe, tra AVSI e le autorità locali. O meglio, tra AVSI e la gente che sta qui. Ancora una volta - stare qui significa semplicemente stare qui. Oggi sono arrivati altri due colleghi dall’Italia, un viaggio lungo dall’Uganda a qui. E oggi a cena pensavo al desiderio che ci vuole, o forse è solo un caso, ma un caso fortunato. Qui insieme sotto le stelle di Isohe che sembra ti caschino addosso.

22 gennaio 2014
Da LaStampa.it “Chi difende I diritti umani dovrebbe chiedersi che tipo di vita difende”, cosi è stato detto martedì 21 gennaio, nella sala riunioni di un ufficio del Governo dell’Eastern Equatoria, uno dei 10 stati del Sud Sudan che ora si trovano a dover accogliere oltre mezzo milione di profughi in fuga dai luoghi dei combattimenti. “Il governo dell”Eastern Equatoria non può obbligare gli IDP a spostarsi da Nimule in un altro posto. Violerebbe i diritti umani”, è stata la sintesi della riunione. Internally Displaced People, nel freddo gergo diplomatico, chi cioè si sposta, o meglio scappa, e cerca rifugio all’interno del paese in cui vive, ma comunque lontano dalla sua casa, dal suo lavoro, dalla sua vita. Siamo rientrati in Sud Sudan da quasi una settimana, dopo il ritorno forzato in Italia a dicembre, all’indomani dei primi violentissimi scontri a Juba e in tutto il Sud Sudan. Un meeting con lo staff sud sudanese di Fondazione AVSI, sotto gli alberi nel cortile del compound a Torit, mi dice che ognuno di loro è preoccupato per se stesso, per la famiglia, per il fatto che tutti stanno cercando di lasciare il paese. Perché i prezzi sono più alti a causa la difficoltà delle importazioni da Uganda e Kenya, perché il passaggio alla frontiera è più difficile e costoso del solito. Sono preoccupati e credo si chiedano se valga la pena restare. Me lo chiedo anche io, come possano decidere di restare, ma poi penso che se siamo convinti che l’uomo è lo stesso dappertutto, anche le motivazioni per restare o andare sono le stesse per tutti. Per noi e per loro. Certo il lavoro, i soldi, la voglia di una vita in pace senza temere di sentire gli spari intorno e senza la paura per la moglie, il marito, i figli. Ma al meeting ci diciamo che ci sono altri modi, che chi fa l’autista per Fondazione AVSI fa un lavoro diverso. Che proprio ora tocca provare a restare. La sera, tra di “noi”, italiani espatriati, ne parliamo. E penso che la domanda sia la stessa per tutti: perché rimanere qui? Domenica è morto un nostro autista. Non c’entra la guerra. C’entra solo la scelta di usare le armi e la violenza. Forse la disperazione o forse una sbronza. Sebit ha litigato con uno zio per una questione di dote non pagata, per una questione di mucche (che sono la “moneta” locale in Sud Sudan), ma chissà cos’altro c’era. Ha sparato a suo zio, poi è scappato. Poi però è tornato a casa sua. Era giovane con un bel sorriso. Avrà pensato che lì si sarebbe salvato. Casa è sempre casa. E invece lo hanno trovato facilmente. Lo hanno rincorso nel villaggio. Maria mi ha raccontato: lo hanno inseguito e gli hanno sparato alla gola. Poi lo hanno portato in montagna, le splendide montagne dell’Eastern Equatoria. Maria mi ha detto al telefono: lo portavano in montagna per finirlo, se respirava ancora. Sebit dal bel sorriso. D’altra parte ogni giorno, ogni santo giorno, tocca chiedersi perché siamo qui. Una domanda aperta e pure una ferita. Perché siamo qui? Il racconto di Anna dal Sud Sudan - VanityFair.it Sud Sudan, il dilemma delle ong: restare o andare via? - Corriere.it BENVENUTI IN SUD SUDAN - Famigliacristiana.it La cooperante: ecco perchè continuiamo a restare - Ilsussidiario.it