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29 Gennaio Gen 2015 1044 29 gennaio 2015

#Ebola. Diario dalla Sierra Leone: volti e speranze da Freetown

Lunedì 26 gennaio il giornalista Matteo Fraschini Koffi è atterrato a Freetown, accolto dal nostro Ernest Sesay, per raccontare le sofferenze del popolo sierraleone afflitto dall’epidemia di Ebola, e per testimoniare il lavoro di AVSI e FHM al fianco delle vittime. Ogni giorno, racconta la sua esperienza in un diario.

Nato in Togo, ma cresciuto in Italia, dove è stato adottato all’età di dieci mesi da una famiglia milanese. Matteo Fraschini Koffi è un giornalista freelance con base in Togo, collaboratore di alcune tra le più importanti testate italiane. Ha scritto reportage e servizi in paesi come Palestina e Israele, Romania, Sudafrica, Kosovo, Iraq, e Tajikistan.
Leggi il reportage su Avvenire: L'epidemia non è finita
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GIORNO 8. L'ultimo giorno di viaggio

Di Matteo Fraschini Koffi
10 febbraio. Non mi piacciono gli addii. E ho trovato particolarmente difficile dire addio alla squadra AVSI/FHM  senza neanche potersi abbracciare. Ma so che farò di tutto per ritornare il prima possibile da queste parti. Sono stati ancora 80 i casi di contagio per la seconda settimana di fila. Mi sembra che l'epidemia sia infatti tutt'altro che alla sua fase finale. Inoltre, ci vorranno almeno 42 giorni senza neanche un contagiato per dichiararla completamente vinta. Ma non è questo che mi preoccupa maggiormente.
Parlando con diversi esperti, è possibile che si debba accettare la presenza costante di un virus come l'Ebola, modificando quindi il modo in cui qui si affrontano i problemi legati alla salute. Per questo mi è stato confermato più volte che la sensibilizzazione deve continuare a puntare soprattutto alla prevenzione, con l'obiettivo di cambiare la mentalità delle persone rispetto ad alcuni settori come quello dei funerali, gestiti senza le dovute precauzioni.
Perché non è l'Ebola il vero problema della Sierra Leone o degli altri Paesi che stanno combattendo l'epidemia e perdendo migliaia di vite umane contro questo nemico invisibile. Ma come mi disse una volta il Dr. Cyril: "È il nostro sistema che deve essere completamente rivoluzionato". La febbre emorragica ha finalmente puntato i riflettori sulle condizioni sanitarie in cui versa la grande maggioranza dei Paesi in Africa. E in diversi momenti, ha fatto riaffiorare quelle qualità legate alla solidarietà e alla voglia di migliorare la realtà del nostro prossimo.
Ma, ovviamente, ci vogliono anche capacità e informazioni adeguate. È una lotta che, molto probabilmente, non avrà mai fine.

GIORNO 7. Il Survivor day

Di Matteo Fraschini Koffi
5 febbraio. Lo ammetto, sono una persona che ha sempre creduto ai miracoli. E dopo la giornata di oggi ci credo ancora di più. In una cerimonia molto emozionante abbiamo festeggiato i 13 sopravvissuti al virus Ebola dopo essere stati ricoverati presso il Centro di trattamento di Hastings. Tra di loro, grandi e piccoli, maschi e femmine, c'era Kumba Yamba, una ragazza di 20 anni, esile come una piuma, dal viso dolce e levigato. Nell'alzarsi per ricevere il suo certificato di sopravvissuta, i partecipanti l'hanno accompagnata con un applauso fragoroso. Per quale motivo? Kumba è praticamente morta in tre momenti diversi, eppure è ancora tra di noi.
Gli operatori sanitari l'hanno messa ben tre volte nel sacco per i cadaveri credendola ormai defunta. Invece, poco prima di chiudere interamente la cerniera, la ragazza muoveva prima un piede, poi una mano. I volontari, probabilmente spaventandosi ogni volta, riaprivano il sacco e la riportavano sul suo lettino. "Incredibile Matteo - mi conferma sorridendo il dr. Cyril che incontro nuovamente con piacere - prima muoveva un braccio, poi una gamba, una mano, non voleva proprio morire! E ora può tornare dalla sua famiglia, siamo molto contenti".
Oltre al dr. Cyril, che gestiva l'evento, c'erano ufficiali del governo, dell'esercito, i volontari sanitari, il personale medico di un'organizzazione non governativa svedese, ed Ernest che ha iniziato così il suo bel discorso: "Sono stracolmo di emozioni perché ho l'opportunità di essere testimone di questa meravigliosa cerimonia, una cerimonia senza troppe parole perché rappresenta semplicemente un grande ringraziamento che dice: insieme possiamo vincere anche il peggiore virus al mondo".
Un'altra sopravvissuta ha cantato una preghiera mentre a tratti scendevano delle lacrime. Ma sfogava anche la sua gioia per essere ancora viva, e la sua frustrazione per tutte quelle persone che ha visto morire accanto a lei. C'erano inoltre due bambine, una di sei mesi e l'altra un po' più grande, entrambe hanno ricevuto dalle diverse autorità il certificato della sopravvivenza.
La cerimonia è durata poco più di un'ora e alla fine sono stati consegnati i vari scatoloni di medicine e cibo insieme a materassi, secchi e sapone per lavarsi le mani. I sopravvissuti devono stare molto attenti alla loro salute per un periodo tra i 42 giorni e i 3 mesi. Come temevo, ieri sera (mercoledì 4) l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato che per la prima volta dall'inizio dell'anno i casi di Ebola hanno subito un aumento durante l'ultima settimana in tutti e tre i Paesi più affetti dal virus.
Dei 124 casi di settimana scorsa, la Sierra Leone ne ha registrati 80. Nonostante gli stessi ufficiali dell'Oms abbiano assicurato che alcuni rialzi erano prevedibili, sono nuovamente stati lanciati degli appelli riguardo a una continua vigilanza del proprio comportamento. Anche i posti blocco, che per qualche giorno erano stati abbandonati, ora sono di nuovo in funzione con le pistole per la temperatura. Sembra che questo recente aumento di casi di contagio sia dovuto soprattutto ai funerali tradizionali che vengono praticati toccando il cadavere senza le dovute protezioni.
"È un uso comune soprattutto tra la comunità islamica locale - mi spiega Ernest - molti musulmani celebrano i funerali venendo a contatto con il corpo del defunto perché ancora non credono che Ebola esista". Invece esiste, specialmente quando l'ascolti attraverso le parole di Rashidatu, una sopravvissuta di 36 anni che però ha perso sua sorella più giovane. Mi avvicino con grande esitazione, detesto questa parte del giornalismo che ti forza a cercare risposte anche quando vedi la persona abbattuta dalla sofferenza. Lei è però disponibile a rispondere a qualche domanda.
"Siamo arrivate insieme al centro, mia sorella aveva 24 anni, eravamo magrissime, vomitavamo sangue, avevamo male dappertutto, sentivamo la morte ogni minuto - Rashidatu non resiste e scoppia a piangere per la prima volta da quando anche lei ha ricevuto il certificato - Sono viva ma mia sorella è morta. Ho ringraziato tutti i volontari, i medici del centro, locali e stranieri, ma soprattutto ringrazio Dio.Non vedo l'ora di essere di nuovo in famiglia. So che c'è molta stigmatizzazione contro i sopravvissuti, ma la mia famiglia mi starà molto vicino come sempre. È ora di tornare a casa".
Guardo Rashidatu mentre accompagnata da suo zio sale sul pulmino che la porterà a pochi chilometri dal centro di Hastings. Per lei è appena iniziata una nuova vita.

GIORNO 6. Nel centro medico di Hastings

Di Matteo Fraschini Koffi
3 febbraio. Il Dr. Cyiril Kamara è un medico militare di bassa statura, sui 60 anni, affabile, umile, capace. È stato nominato coordinatore del Centro per il trattamento di ebola di Hastings, collocato dentro una scuola di addestramento della polizia nazionale situata nella provincia est di Freetown. È ovviamente molto impegnato, ma grazie all'insistenza di Ernest siamo finalmente riusciti a incontrarlo durante la sua pausa pranzo.
Sono mesi che Cyril, insieme al suo staff, è in trincea al fronte della lotta contro la febbre emorragica. Anche lui, come Ernest, ha vissuto in Italia e faceva parte dei ragazzi cresciuti con Padre Berton. Lo staff locale infatti ci guarda con qualche sospetto: non si capacitano di come questi tre africani parlino tra di loro in italiano. Cyril ha studiato chirurgia a Parma quando era ragazzo. Ora, invece, è preoccupato per il periodo post-Ebola.
"Non dobbiamo abbassare la guardia - spiega - Al momento, paradossalmente, le nostre maggiori preoccupazioni sono dirette verso i sopravvissuti. Per loro è più difficile ammalarsi nuovamente di Ebola, ma possono trasmettere il virus facilmente attraverso i rapporti sessuali. Questo fine settimana c'è stata una relativa impennata di casi di contagio e decessi nel Paese, e potrebbero essere appunto legati al comportamento dei sopravvissuti. Quando infatti vengono rilasciate, le persone che sono riuscite a vincere Ebola devono osservare almeno 3 mesi di assoluta vigilanza. Gli diamo un kit composto da un materasso, un po' di cibo, preservativi, medicine, etc. Dopo avergli fornito le dovute informazioni su come gestire la loro reintegrazione nella società, non ci è ovviamente possibile seguirli in tutto quello che fanno. I casi di contagio si sono abbassati molto rispetto alla fine dell'anno scorso, ma ora dobbiamo fare in modo che non si ritorni al punto di partenza".
Secondo le stime ufficiali, si sono registrati 17 nuovi contagiati domenica scorsa. "Questa epidemia ha veramente puntato i riflettori sul nostro povero sistema sanitario, abbiamo bisogno di medici, infermieri, specialisti, ma soprattutto dobbiamo garantire che siano pagati bene per quello che fanno, perché troppi medici sierraleonesi sono andati a lavorare all'estero. Inoltre Ebola ha ucciso ben 16 dei nostri operatori sanitari più esperti e le conseguenze sono state disastrose per la nostra comunità sanitaria. Siamo troppo pochi".
In Sierra Leone c'è un solo dottore ogni 45mila abitanti quando negli Stati Uniti ce ne sono 245 ogni 100mila persone.
Cyril mi permette di fare alcune foto del centro dove incontriamo diversi giovani che o si riposano, o si rimettono l'uniforme e la maschera per entrare nelle camere dei pazienti e dargli da mangiare.
"Alcuni sono studenti di medicina, altri sono semplici volontari che si sono offerti anche se facevano magari i venditori ambulanti per strada. Ma sono tutti individui molto coraggiosi - ci tiene a precisare Cyril -. Mi hanno promesso che raggiungeremo un record raro da quando l'epidemia è iniziata: non uno di loro deve morire. In questo siamo stati molto attenti, tutti quelli dello staff sono ancora vivi". Non può mancare quindi una foto di gruppo con questi ragazzi che guardano quotidianamente la Signora Morte in faccia e, anche oggi, le dimostrano di essere più astuti. Domani (giovedì) 12 pazienti sopravvissuti all'Ebola usciranno invece dal centro e Ernest è deciso a utilizzare alcuni fondi provenienti da alcuni cittadini di Trento per comprare cibo e del materiale necessario per aiutarli nella loro reintegrazione.
Sulla via verso l'ufficio mi suona il cellulare. È un messaggio. Un sms che aspettavo da diversi giorni: "Ciao Matteo, sono in ufficio per tutto il pomeriggio, ti aspetto, David". David Baryoh, uno dei più noti giornalisti della Sierra Leone. Possiede almeno un giornale e quattro stazioni radio che coprono tutto il territorio. David fa questo lavoro da oltre 20 anni. Con Alfred, l'autista, ci fiondiamo verso un quartiere più centrale della città e dopo 40 minuti in mezzo al traffico di Freetown arriviamo a una delle radio. Lui è al telefono e mi fa cenno di seguirlo al secondo piano dove si trova il suo ufficio. Mi guardo attorno tra giornali, foto, premi che ha vinto durante la sua carriera. Dopo aver parlato di corruzione nel governo e possibili futuri cambiamenti costituzionali, David è stato imprigionato per 10 giorni lo scorso novembre. È stato rilasciato grazie alla pressione esercitata da diversi media internazionali e dal Comitato per la protezione dei giornalisti. Inoltre, il giudice aveva dichiarato che le prove per colpevolizzarlo di danni contro la reputazione dello Stato erano troppe poche.
"Però mi hanno sequestrato il passaporto e mi obbligano a far rapporto alla stazione di polizia ogni lunedì". Afferma seccato ma con un sorriso. "Ebola ha avuto un grande impatto sul cittadino comune che spesso si è trovato davanti alla morte, senza lavoro, senza cibo, senza potersi spostare da una parte all'altra del Paese. A un certo punto, verso agosto e settembre, avevamo circa 60 funerali al giorno solo a Freetown a causa dell'epidemia. Non saremmo però riusciti a ridurre la gravità di questa crisi se non avessimo avuto l'intervento della comunità internazionale. Nelle mie trasmissioni ho comunque sottolineato anche diverse scorrettezze, mancanza di coordinamento tra le varie agenzie umanitarie, e corruzione. Per combattere il virus sono arrivati molti soldi che, in alcuni casi, non si sapeva dove sparivano. Cina, America, Europa, e alcuni Paesi africani, tutti hanno dato delle somme di denaro ai Paesi più colpiti. Comunque ora stiamo cercando di sconfiggere il virus, anche se trovo difficile che tutto finirà entro aprile.È necessario che la gente capisca l'importanza della sensibilizzazione. Anche noi dei media tendiamo a non dire la verità sulla crisi, ciò che pubblichiamo è meno grave rispetto alla realtà, molti giornalisti temono infatti che gli possa capitare quello che è successo a me, quindi stiamo un po' attenti a quello che scriviamo o diciamo. Ognuno di noi sta comunque facendo quello che può per superare questa crisi. Abbiamo avuto una guerra civile durata oltre 10 anni con circa 50mila morti...ma devo ammettere che questo virus è stato davvero spaventoso".

GIORNO 5. Una lotta contro il tempo per gli orfani.

Di Matteo Fraschini Koffi
2 febbraio. Durante il fine settimana, alcuni media americani e inglesi titolavano i loro servizi così: "La fase finale di Ebola". Anche l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) parlava di una lotta per "terminare l'epidemia".
È vero. Sono diversi i segnali che ci portano a pensare che il virus sarà presto sconfitto. È per questo che forse ora, quando il peggio sembra essere passato passato, diventa necessario domandarsi cosa ha lasciato tale malattia da un punto di vista sociale e psicologico.
Girando per Freetown con gli okada, i moto-taxi locali, capisci che tutti questi giovani conduttori di motociclette hanno vissuto la guerra. Lo vedi non solo attraverso gli sguardi e le cicatrici. Ma anche parlare con loro, spesso, non è facile.
Sono passati 13 anni dalla fine del sanguinoso conflitto civile durato oltre un decennio, eppure si riesce a percepire che il dolore provato dalla gente è ancora assai presente. E, in un certo senso, ci sarà per sempre. A volte può essere sfogato nei momenti più imprevedibili oppure durante delle semplici discussioni attorno a un tavolo. Secondo le statistiche dell'Oms, inoltre, ci sono almeno 400mila malati mentali in Sierra Leone, un Paese che conta appena 6 milioni di abitanti e che non possiede un sistema sanitario adeguato a curare questo tipo di infermità.
Gli ultimi 8 mesi di Ebola aggiungono quindi ulteriore dolore a un popolo che ha già sofferto moltissimo. Un chiaro esempio l'ho visto oggi: AVSI e FHM stanno cercando di ridare vita al centro St. Michael di Lakka, un ex albergo sulla spiaggia utilizzato da Padre Giuseppe Berton per ospitare gruppi di ex bambini soldato durante e dopo la guerra, e trasformato in uno spazio sicuro per difenderli da chi voleva addirittura incarcerarli per ciò che sono stati costretti a commettere e subire. I suoi occupanti sono ora cresciuti e usciti dal centro. Ma con quello che ha inflitto la febbre emorragica è adesso importante focalizzarsi sugli orfani che hanno perso i genitori a causa dell'epidemia. Una lotta contro il tempo iniziata con l'attuale ristrutturazione di alcune camere per cominciare ad ospitare un certo numero giovani. Una goccia nel mare, ma assolutamente necessaria.
Lunedì è infatti ricominciata una settimana intensa per lo staff di AVSI e FHM. In ufficio sento che Ernest, a volte capace di gestire due telefonate nello stesso momento, sta tentando di organizzare una distribuzione di cibo nel nord del Paese. Le ultime notizie affermano invece che, negli ultimi tre giorni, due militari inglesi sono stati evacuati dalla Sierra Leone verso il Royal Free Hospital di Londra perché sospettati di essere stati contagiati durante le cure che fornivano ai dei pazienti. Secondo le ultime statistiche governative, i distretti di Bombali, Port Loko, e Kono rappresentano le principali sacche di resistenza dove il virus è più difficile da contrastare. Si continuano infatti a registrare nuovi casi di contagio. Il Centro della risposta nazionale contro Ebola (Nerc) è però sempre più sotto i riflettori della stampa locale che lo accusa di una tendenza a sottostimare i numeri della crisi. "Questa strategia non è solo pericolosa, ma anche spericolata - sono le parole del sito d'informazione "Sierra Leone Telegraph" -, e potrebbe provocare un'altra epidemia, se non peggio". Il 27 aprile il Paese celebrerà il 54esimo anno dall'indipendenza, una festa che il governo vorrebbe organizzare senza il timore per la febbre emorragica.

GIORNO 5. Volti e speranze dalla Sierra Leone

Di Matteo Fraschini Koffi da Avvenire.it
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31 gennaio. Aminata Kamara ha solo 3 anni e uno sguardo serissimo. In meno di sei mesi, ebola le ha strappato 14 membri della famiglia: i genitori sono stati i primi a morire, poco dopo due fratelli più grandi, due zii e infine diversi cugini. Gli occhi neri e profondi della bambina sembrano riflettere l’oscurità di questa spaventosa epidemia. «È incredibile come sia riuscita a sopravvivere», spiega Paulyanna Kanu, operatrice addetta alla protezione dei minori per il Family homes movement (Fhm), partner locale dell’organizzazione italiana Avsi. «Dopo la morte di sua madre, Aminata è stata portata dalla zia al funerale nella località settentrionale di Makeni. Al ritorno la zia è morta, infettando suo marito, alcuni figli e altri parenti – continua Paulyanna –. È davvero un miracolo che questa bambina sia ancora tra noi».
Aminata ora vive nella comunità di Kuntuloh, a Est della capitale Freetown, uno dei punti nevralgici dove il virus ha fatto strage. I tetti in lamiera e legno si confondono tra le verdi colline scoscese che si tuffano verso il mare. Alcuni alberi imponenti fanno ombra a gruppi di giovani che, senza lavoro né scuola, passano il tempo a giocare tra loro. È invece impressionante il numero di cani che fanno da guardia ai loro padroni o che, randagi, si riposano al sole. In questa realtà comune a tutte le baraccopoli del continente africano, un intreccio di fili rossi segnala le case poste sotto quarantena. Le famiglie che occupano queste abitazioni sono costrette a non oltrepassare il "confine" per 21 giorni, il tempo d’incubazione del virus. Per loro non è quindi possibile recarsi al mercato, lavare i vestiti, o andare a pregare in chiesa o in moschea. E se un nuovo caso di ebola si presenta durante la quarantena, il conto alla rovescia ricomincia daccapo.
«Mi raccomando, Matteo: non toccare niente, non avvicinarti alle persone, non entrare nelle loro case e tirati giù le maniche della camicia per evitare qualsiasi contatto diretto». Paulyanna è categorica. Scendiamo dall’auto per distribuire cibo a una famiglia in quarantena che però è sprovvista del filo rosso davanti all’abitazione. Bisogna quindi stare più attenti a ciò che si calpesta o si sfiora. Inoltre, le guardie che dovrebbero assicurare il rispetto delle regole dell’isolamento non sono presenti da diverso tempo. O sono scappate per la paura, oppure pensavano di eludere i controlli delle organizzazioni umanitarie.
«Siamo al sedicesimo giorno di quarantena e non abbiamo ricevuto cibo da 5 giorni – afferma uno dei capifamiglia, vicino di casa di una donna morta un mese fa dopo aver trasmesso il virus alla figlia –. Ieri finalmente il governo si è accorto di noi e ci ha inviato alcuni operatori con i viveri». La situazione è infatti molto delicata in Sierra Leone, il Paese che insieme alla Guinea Conakry e alla Liberia sta subendo le conseguenze peggiori della diffusione del male. Da quando l’epidemia di ebola è scoppiata il 24 maggio dell’anno scorso, il governo di Freetown, insieme alle agenzie internazionali e alle organizzazioni non governative locali, sta lottando contro il tempo per salvare il maggior numero di vite possibile. Delle oltre 8.800 vittime, circa 2.800 sono morte in questo Paese ricco di diamanti ma povero di tutto il resto. Non c’è da meravigliarsi, purtroppo. Il sistema sanitario è in pessime condizioni. Solo alcuni ospedali, spesso sostenuti da aiuti esteri, dimostrano di funzionare davvero. Ma persino in questi ultimi, il personale talvolta si allontana appena viene a contatto con un caso sospetto di ebola.
Inoltre, le statistiche più recenti precisano che la Sierra Leone ha un solo medico ogni 50mila pazienti, e uno dei più alti livelli di mortalità per parto. «La situazione sanitaria era già gravissima, ebola la sta aggravando ancora di più», afferma Daniel Sillah, fondatore della Saint Mary’s home of charity (Smhc), sostenuta da tre anni dall’Onlus italiana "Orizzonti" di Cesena. «Nella zona settentrionale di Madaka, dove lavoriamo, fino all’80% delle donne muore dando alla luce il figlio. La febbre emorragica ha radicalmente aumentato il numero di decessi tra i genitori – continua Daniel –; con mia moglie Lucy abbiamo adottato 10 tra ex bambini soldato, orfani e due gemelle di 6 anni che prima erano molto malate. Ma abbiamo bisogni di finanziamenti per aiutare le 150 famiglie di cui ci occupiamo». Secondo i dati di quest’ultima settimana, la Sierra Leone sembra lentamente avviata a uscire dall’emergenza della febbre emorragica. I decessi si sono ridotti e i casi di contagio paiono diminuire. Ma diversi operatori sul campo avvertono che non bisogna fidarsi troppo dei numeri pubblicati dai governi e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
«Le autorità parlavano di 11 casi di ebola in tutto il Paese registrati mercoledì scorso – si lamenta un’assistente sociale che collabora con l’Oms e preferisce mantenere l’anonimato –. Invece oggi abbiamo scoperto che 4 bambini sono risultati positivi quello stesso giorno e non figuravano nelle statistiche ufficiali». Non è affatto facile tenere il conto di tutti i casi registrati a livello nazionale. Molti malati preferiscono nascondere i loro sintomi e morire senza provare a curarsi. Hanno paura di essere discriminati dalla comunità anche quando riescono a sopravvivere al virus. Per questo in città sono stati esposti cartelloni che, sembra un paradosso, invitano la gente a non stigmatizzare chi ha perso un familiare a causa del virus o chi è riuscito a guarire. «C’è un lavoro davvero delicato dietro la reintegrazione nella comunità di una persona guarita da ebola», assicura Paulyanna, mentre i suoi colleghi effettuano un’altra distribuzione di scatoloni pieni di viveri finanziati dalla Cooperazione italiana e gestita appunto da Fhm/Avsi.
«Non solo parliamo a lungo con i parenti e i vicini di casa di chi è uscito da un centro sanitario perché guarito dal virus. Ma da tempo – continua Paulyanna – abbiamo lanciato programmi radio che ci permettono di raggiungere gran parte della popolazione nei diversi quartieri di Freetown». Il presidente Ernest Bai Koroma ha dichiarato all’inizio dell’anno che «l’epidemia sarà sconfitta entro marzo». Mentre una serie di test per il vaccino dovrebbero cominciare nello stesso periodo in Sierra Leone, anche le scuole si stanno preparando a riaprire tra poco più di un mese. Ma sono molti gli scettici. Una cosa è certa: l’interruzione delle lezioni sta aumentando il numero delle gravidanze precoci. «Sebbene sia contrario alla riapertura della scuola, stiamo notando un radicale aumento delle ragazzine rimaste incinte in questi ultimi mesi – avverte Harry Kpange, a capo del coordinamento di alcuni progetti di Fhm/Avsi –. E questo sta causando scenari disastrosi, soprattutto per le famiglie più povere».
Dopo 11 anni di guerra civile finito nel 2002, questo peraltro bellissimo Paese dell’Africa occidentale è costretto ad affrontare un nuovo terribile trauma. Una crisi che, per molti versi, è peggiore del conflitto. Ebola infatti non puoi vederlo arrivare e non sai mai quando ti prenderà di mira. Con il virus non puoi negoziare un cessate il fuoco o mediare un accordo di pace. È un nemico invisibile e, allo stesso tempo, presente dappertutto. «Non fidarti nemmeno di tua madre o di tuo padre – conclude Harry, sottolineando che la vigilanza contro ebola deve rimanere molto alta –. Non fidarti di me. Io non mi fido di me stesso! Quindi tu non devi fidarti di me come io non mi fido di te».

GIORNO 4. A 3 anni senza famiglia, l'incontro con Aminata

Di Matteo Fraschini Koffi 
30 gennaio. Sono attaccato alla vetrata dello Swiss Bar, l'unico posto che ho trovato in città abbastanza calmo e ben connesso a internet.
Interrompo per un attimo la scrittura e osservo il traffico di Freetown delle 18.30. Passa velocemnte il convoglio del presidente, una decina di auto nere con diversi militari davanti e dietro. Sto scrivendo da 3 ore. Sono però rimasto in silenzio per tutto il viaggio di ritorno dall'ufficio fino a qui. 38 minuti senza parlare. Alfred, l'autista di Avsi, probabilmente non riusciva a capirne il perché.
Ebbene, avevo appena incontrato Aminata. Aminata Kamara, per la precisione. Con alcuni dello staff abbiamo distribuito questa mattina altri viveri, e siamo passati anche dalla comunità di Kuntuloh, scalando con la nostra 4x4 una delle verdi colline dell'area di Calaba town, sempre nel quartiere di Kissy, a Est di Freetown. Niente poteva prepararmi per un incontro del genere: Aminata ha soli 3 anni aveva uno sguardo serissimo. In meno di sei mesi, l'ebola le ha ucciso ben 14 membri della sua famiglia allargata. Il virus ha cominciato con i genitori, prima la mamma poi il padre. Poco tempo dopo era arrivato il turno dei due fratelli più grandi. Nello stesso periodo era la volta di almeno due zii e infine di diversi cugini. Ho avuto una grande difficoltà a guardarla negli occhi, neri e profondi, era come vedere riflessa l'oscurità di questa spaventosa crisi.
"È incredibile come sia riuscita a sopravvivere", mi spiegava Paulyanna Kanu, operatrice addetta alla protezione dei minori per il AVSI/FHM. "Dopo la morte di sua madre, Aminata è stata portata dalla zia al funerale nella località settentrionale di Makeni. Al ritorno la zia è morta, infettando suo marito, alcuni figli e altri parenti. È davvero un miracolo che questa bambina sia ancora tra noi. Continuiamo a sostenerla con i viveri perché ora ha solo una cugina che si prende cura di lei".
Difficile anche descrivere la situazione in cui vivono Aminata e sua cugina: una sola stanza impolverata, nell'angolo uno specchio dove un tempo sua madre probabilmente si sistemava i capelli prima di uscire. La domanda continua a pulsare nella mia mente: come si fa a perdere 14 membri della propria famiglia in così poco tempo?
Non penso ci sia risposta.
Questa mattina, sotto un sole cocente, abbiamo visitato anche altri due gruppi di famiglie in quarantena. Il primo non riceveva il cibo promesso dal governo da 5 giorni, per questo i volontari di AVSI/FHM si sono precipitati con alcuni viveri, anche se alla fine, la sera prima qualcosa era stato spedito. Capisco che non sia facile per le autorità seguire centinaia di casi simili. In questa situazione di quarantena però non c'era né il filo rosso né le guardie che dovrebbero controllare che l'isolamento sia rispettato.
"Mi raccomando Matteo, non toccare niente e nessuno, e tirati giù le maniche della camicia". Paulyanna è categorica e ha ragione. La mancanza del filo di demarcazione ti fa dimenticare quanto sia potenzialmente pericolosa la condizione in cui questo gruppo di famiglie vive. Stai attento a quello che sfiori e persino a ciò che calpesti. L'accoglienza è però speciale: i vari genitori e figli dimostrano una pazienza e un'umiltà senza pari. Sono isolati da 15 giorni. Li lasciamo dopo avergli promesso che la settimana prossima ritorneremo a visitarli per assicurarci che abbiano le dovute razioni di cibo.
Il secondo gruppo di famiglie rientra più nella norma, per alcuni aspetti: il filo rosso li separa dal resto del mondo e c'è anche una poliziotta che fa la guardia. Incontriamo alcuni operatori dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms/Who) incaricati di confermare i vari nomi degli abitanti presenti dietro il filo. E mentre il governo e l'Oms dichiarano che in Sierra Leone i contagiati stanno diminuendo quotidianamente, un assistente sociale si accorge che mercoledì scorso mancavano almeno 4 casi di contagio che ci sono stati confermati da una di queste famiglie in quarantena.
"Mercoledì le autorità parlavano di 12 casi di contagio in tutto il Paese, ma qui ne abbiamo subito trovati altri 4 che in quel giorno erano all'ospedale e sono risultati positivi all'ebola. Non bisogna quindi fidarsi troppo dei numeri che vengono pubblicati", mi dice l'assistente sociale che collabora con l'Oms e preferisce mantenere l'anonimato. Anche uno dei siti d'informazione locale ha sottolineato una certa urgenza da parte delle autorità nel dichiarare finita la crisi entro marzo, e questo sta provocando una tendenza verso il sottostimare la gravità e le cifre che l'ebola sta ancora causando.

GIORNO 3. Una mattina alla Holy Family School. "Mi raccomando, sorridi!"

Di Matteo Fraschini Koffi 
29 gennaio. "I bambini delle colline qui davanti, apparentemente, non sono stati contagiati, ma i genitori sono morti a causa del virus, e quindi i loro figli faticano molto a rientrare nella comunità dopo aver passato del tempo in un centro sanitario. Purtroppo la gente li stigmatizza.Domani potrai intervistare chi nella nostra organizzazione si è preso in carica questo caso".
Questa mattina ho chiesto subito a Ernest Sesay di FHM del gruppo di bambini di cui mi aveva parlato ieri. Abitano nelle colline davanti all'ufficio e sono appena rientrati a casa, ma la loro reintegrazione non è facile. È infatti molto comune a Freetown vedere cartelli per strada che invitano le persone a non stigmatizzare e a non diffidare di chi è riuscito a sopravvivere dopo aver contratto l'ebola. Anzi, i medici affermano che il loro sistema immunitario è ora molto più resistente contro il virus. Ma è assai difficile trasmettere tale messaggio alla gente comune, soprattutto a chi ha già perso parenti e amici a causa della febbre emorragica.
Questa mattina Ernest mi ha portato alla Holy Family School, una scuola situata sulle colline della località di Mayenkineh.
"Dobbiamo fare una riunione sulla prossima apertura delle scuole - mi spiega Ernest -. Il governo ha deciso di offrire le rette per i primi due anni scolastici ma solo agli istituti pubblici, quindi è necessario che le scuole private come la nostra discutano sul da farsi". La struttura è imponente, con davanti una bella vista su un braccio di mare che si insinua nei vari quartieri di Freetown.
Nonostante le generali difficoltà sociali che caratterizzano la realtà di questo Paese, penso a quanto mi avrebbe fatto piacere andare a scuola in mezzo a una natura tanto rigogliosa e spettacolare. Uno degli studenti che vive vicino alla scuola mi accompagna mentre visitiamo l'asilo, le elementari, le medie, il liceo, la chiesa e la clinica. Le lezioni sono finite lo scorso giugno e non sono più ricominciate a causa dell'epidemia. Sento infatti che c'è un certo nervosismo rispetto al riavvio dell'anno scolastico. Il presidente Bai Koroma ha promesso di vincere il virus entro marzo 2015, ma manca la fiducia della popolazione.  Chiedo a John, il mio timido accompagnatore di 23 anni, cosa vorrebbe fare dopo aver finito il liceo e aver passato l'esame finale previsto per quest'anno. "Vorrei andare all'università e studiare economia. Mi piacerebbe lavorare come contabile in una società o in una banca, ma prima devo trovare i finanziamenti per gli studi".
John pensa che se il padre non riuscirà a pagargli l'università, sarà costretto a cercare lavoro in miniera. "Io vengo da Makeni e li ci sono diversi siti minerari. Andrò a cercare l'oro per uno o due anni per pagarmi l'università - il ragazzo guarda per terra e si abbassa per raccogliere un pezzo di buccia di arachidi. Lo spezza fino a farlo diventare lungo circa mezzo centimetro - Vedi, se prendo un carato d'oro grande così posso guadagnare 20,000 leoni (circa 4 euro), ma è davvero difficile trovarlo. Nel 2005, quando ho lavorato nelle miniere per alcuni mesi, ho trovato solo 4 pezzi così da 1 carato".
La guerra civile era finita un paio d'anni prima e la Holy Family Home iniziava ad essere costruita. Dieci anni più tardi fa male pensare a quanto l'epidemia di ebola, scoppiata in Sierra Leone verso la fine di maggio 2014, stia ancora una volta mettendo alla prova questo bellissimo Paese.
La clinica costruita vicina alle varie classi è ora fornita di un centro d'isolamento per i possibili casi di ebola. L'organizzazione ha allestito lo scorso novembre un tendone blu per mettere i malati di febbre emorragica che attendono di essere trasferiti in ospedale per essere curati. La scuola si è comunque già dotata di un'uniforme per trattare fin da subito i propri pazienti che potrebbero aver contratto il virus.
In mezzo a questa crisi, però, è importante anche sdrammatizzare. Non mancano infatti le battute e i sorrisi per alleggerire l'atmosfera. Ernest invita un'infermiera della clinica a mettersi l'uniforme completa. Dopo qualche minuto, la donna esce vestita di bianco come se dovesse prepararsi ad andare sulla luna. Non c'è un centimetro di pelle scoperta. Attraverso la maschera si vedono a malapena i suoi bellissimi occhi neri. La guardiamo tutti con un'espressione un po' sorpresa. Ernest mi dice di scattare una foto, e mentre lo faccio, mi viene spontaneo dirle:
"Mi raccomando, sorridi!"
Dopo un lungo secondo di silenzio, scoppiamo tutti in una bella risata.

GIORNO 2. La food distribution, portare acqua e cibo alle famiglie in quarantena

Di Matteo Fraschini Koffi 
28 gennaio. Non è facile, ma sto imparando a salutare tutti in ufficio con una mano sul petto. Ernest ha alcune riunione d’emergenza in città, e dice che se riuscirà a fare presto, ci raggiungerà al sito delle distribuzioni di cibo in programma per questa mattina. Dopo aver caricato i viveri sul pulmino, ci avviamo verso una comunità di pescatori nell’area di Oldwharf, a 4 km dall’ufficio. Ci addentriamo nella baraccopoli mentre la moto di AVSI/FHM ci fa strada. Incontriamo subito il capo, una donna sui 60 anni, incaricata di segnalare e gestire le famiglie in quarantena in quest’area.
Nella prima comunità, composta da 8 famiglie, l’ebola ha ucciso due settimane prima la moglie di un signore. Un semplice filo di spago sembra quasi separare la vita dalla morte. In questa serie di poverissime abitazioni, la gente è al 17esimo giorno di quarantena. Di solito ci sono dei poliziotti a controllare il rispetto di questa triste, ma necessaria norma, gli abitanti ci dicono però che le loro guardie li hanno lasciati soli da tempo.
Dopo le presentazioni, inizia la distribuzione dei viveri finanziati dalla Cooperazione Italiana. Piano piano, inevitabilmente, si raggruppa sempre più gente intenta ad osservare, soprattutto ragazzini. La donna a capo della comunità è costretta ad allontanarli. Il disagio è ovvio quando si distribuisce viveri solo a delle persone selezionate. Gli operatori di AVSI/FHM, però, fanno tutto in modo efficiente, assicurandosi che la famiglia beneficiaria sia quella segnalata sulla lista del governo. I sacchi e gli scatoloni vengono spinti verso la persona per evitare qualsiasi contatto e un possibile contagio. Con molta sensibilità ma determinazione bisogna spiegare alle famiglie perché è importante che rispettino la quarantena.
Nella seconda comunità incontriamo una sopravvissuta. Questa donna era stata ricoverata il 4 gennaio ed è ritornata in famiglia lunedì 19. Camminava appena, si è infatti subito seduta mentre osservava la distribuzione. Qui le famiglie sono 6, composte da circa 40 persone i totale. Sono isolati da 36 giorni, sono quindi alla seconda quarantena. “Speriamo non si verifichino altri casi nei prossimi giorni – mi spiega Mohamed, dello staff di AVSI - altrimenti dovremo ritornare settimana prossima”. Una bimba che ha perso entrambi i genitori si fa avanti dopo essere stata chiamata per ricevere la sua razione di cibo. Ha gli occhi gonfi di lacrime mentre risponde ad alcune domande sulla sua storia. Finita la distribuzione, torniamo tutti in ufficio.
Harry Kpange, project officer di FHM, mi dice che i progetti che seguiva da tempo sono ormai stati ebolarized: “ebolarizzati”. Gli orfani che venivano seguiti attraverso il progetto del Family Tracing and Reunification (FTR) ora sono orfani di genitori morti a causa del virus. Il governo spedisce le liste di bambini che sono usciti dai centri di salute dove sono sopravvissuti all’ebola e cercano di riunirsi con la famiglia. “Noi di FHM/Avsi li aiutiamo quindi a reintegrarsi nella comunità, formando dei giovani in grado di seguire e dirigere questo delicato processo. Se il bambino non ha più i genitori, allora lo diamo in affido a una famiglia della stessa comunità – continua Harry –. Ci occupiamo quindi di finanziare i bisogni di centinaia di bambini, dando soldi e cibo alle famiglie in cui vengono ospitati”.

GIORNO 1. Il nemico invisibile

Di Matteo Fraschini Koffi 
27 gennaio. “Mio cugino ha portato sua moglie in ospedale lo scorso dicembre per partorire, ma è morta insieme al bambino perché nessun medico voleva aiutarla. Sono stati tre giorni di sofferenze per lei. Anche il mio autista ha perso un bambino perché nessuno voleva aiutare sua moglie a novembre,” mi dice Daniel, il mio attuale vicino di casa. Sono appena arrivato a Freetown dal Togo, e mi sembra di essere atterrato su un altro pianeta. Delle poche persone che ho incontrato in queste prime 24 ore, tutte sono state affette in un modo o nell’altro dal virus. Paradossalmente le situazioni di conflitto che ho seguito in Somalia o Mali, mi sembrano più chiare e dirette, più “semplici”: il nemico, almeno, lo vedi e lo riconosci. Non con l’ebola. La vita va vanti, perché deve andare avanti, ma il virus è invisibile e dappertutto. Non sai quando ti potrà colpire.
Anche se il presidente Ernest Bai Koroma ha dichiarato che le scuole apriranno nuovamente a marzo, io non manderei ancora i miei figli più piccoli a scuola – mi racconta un residente di Freetown – Persino un ufficiale del ministero della Sanità mi ha detto di essere contrario rispetto a quello che ha detto il presidente. Magari la riapertura delle scuole funzionerebbe meglio per i più grandi che si possono controllare e gestire più facilmente”.
Le autorità hanno detto che, sostenute dal CDC statunitense e da altre agenzie umanitarie, inizieranno a testare un vaccino su circa 6mila persone. Ma l’ebola è un virus che cambia spesso la sua genetica e mi chiedo se basterà un solo tipo di vaccino nella lotta contro questa crisi sanitaria. I test per il vaccino che dovrebbero iniziare a marzo, saranno prima effettuati sugli operatori sanitari che rappresentano una grande parte delle vittime. Ma come si riuscirà per un periodo tra i 3 e i 6 mesi a seguire i loro progressi. Qualcuno parla di comunicazione via sms. Non basterà, ovviamente.
Molti, inoltre, si lamentano che, per capire se sei stato contagiato, spesso i risultati dei test arrivano dopo alcuni giorni, quando invece dovrebbero essere più immediati. Ma questo non è tutto, meglio infatti non ammalarsi di nulla altrimenti è molto difficile trovare del personale medico che ha il coraggio di toccarti per curarti.
Noto che ai posti di blocco non ci sono più le pistole usate durante la brutale guerra civile degli anni novanta, ma ora ci sono le pistole per misurare la temperatura. Te le puntano in fronte e, devo ammettere, che entrambe le situazioni sono piuttosto intimidatorie: se hai oltre 39 di febbre, infatti, rimani al posto di blocco per un po’ per vedere se scende, altrimenti devi essere trasportato al centro sanitario più vicino dove non sai se riusciranno a curarti.
È come se ognuno fosse un potenziale vettore di ebola: non ci si saluta con la mano, e se tocchi qualcuno lo noti, lo registri automaticamente nelle mente. Se vedi uno tossire lo registri, lo archivi come possibile futuro tuo assassino, pur sapendo che è ingiusto addossargli tale responsabilità. Pensi ai 21 giorni di incubazione in cui potresti iniziare a sentire i sintomi. “Sei coraggioso a venire in Sierra Leone”, mi ha detto Ernest del Family Homes Movement, ma mi chiedo quanto lo sia lui rimanere.
Alcuni quartieri hanno i loro posti di blocco organizzati dalla comunità, con guanti e sapone e a volte anche pistole per la temperatura. Per ora non servono più i pass, i lasciapassare che fino a settimana scorsa dovevi mostrare alla polizia o a chi gestisce una determinata area.

Domani (oggi, ndr) sarà un giorno interessante e delicato, prevedo, Avsi e il Family Home Movement distribuiranno pacchi di cibo a 14 famiglie in quarantena in una baraccopoli poco fuori Freetown. Queste zone sono segnalate dal governo e il progetto è finanziato dal nostro MAE. Sardine, olio di palma, latte, sapone disinfettante, carne in lattina, etc, sono i viveri che verranno distribuiti a queste famiglie. Per loro non è possibile uscire dalla zona di quarantena e quindi non possono fare la spesa.

Il cibo dovrebbe durare 21 giorni, ma a volte un nuovo caso di contagio si ripresenta nella famiglia, e allora si dovrebbe ricominciare tutto daccapo, con una nuova distribuzione di cibo. È una strana realtà quella che stanno vivendo i sierraleonesi, dove forse, pensando ogni minuto alla morte, si apprezza di più la vita.