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8 Ottobre Ott 2014 1840 08 ottobre 2014

Come si dice “educazione” in albanese

Incontro con Ermira Azermadhi Bandi, presidente dell’organizzazione albanese Shis, e lo staff completo.

Da Oasis, Marialaura Conte, Francesca Miglio | giovedì 9 ottobre 2014

La fame e la miseria nell’Albania dei primi anni ’90 erano diffuse e attanagliavano un popolo intero che si liberava, dopo mezzo secolo, da un regime totalitario comunista disumano. Ma non aveva solo fame di pane, questo popolo. Aveva bisogno di tutto, di riscoprire la propria identità cancellata insieme alla possibilità di praticare la propria fede, di vivere in libertà.
In quel contesto ha mosso i primi passi una realtà che oggi si chiama Shis ed è l’ONG albanese, partner locale di AVSI (www.avsi.org) che lavora a vari livelli nell’ambito dell’educazione di bambini e di giovani, partendo anche dal coinvolgimento delle loro famiglie, attraverso progetti specifici e opere che sono nate negli anni rispondendo a bisogni concreti toccati sul campo: si possono citare azioni di supporto alla scolarizzazione e doposcuola, in particolare attraverso il centro diurno “Piccolo Principe”, progetti formativi attraverso il Centro di Formazione permanente “Kardinal Mikel Koliqi”, progetti di sostegno alla micro imprenditoria femminile tramite la Fondazione Rozafa, che promuove attività artigianali, riqualificazione e incremento di capacità lavorative e promozione alla commercializzazione.
«L’Albania si è trovata affamata di tutto dopo la caduta del regime – spiega Ermira Azermadhi Bandi, presidente di Shis - dalle necessità più materiali, alla conoscenza, al bisogno di essere qualcuno. Questo bisogno ha di fatto spinto e permesso al nostro popolo, forse un po’ ingenuamente, di aprirsi al mondo, curioso di scoprire le possibilità che la realtà poteva offrire. Sfortunatamente l'ambiente in cui si trovava il Paese all’epoca non poteva rispondere a queste aspettative. Così è nata la nostra, insieme ad altre realtà. A noi stava più a cuore l’educazione dei bambini, perciò abbiamo cercato di creare le condizioni adeguate in cui il bambino potesse essere favorito a frequentare la scuola. Ma con il passare del tempo abbiamo notato che fornire al bambino tutto il necessario per imparare, libri, quaderni, penne e matite, una classe, non era sufficiente. C’era bisogno di un accompagnamento educativo. Perciò la seconda fase del nostro lavoro si è proposta di migliorare l’accompagnamento del bambino anche attraverso un lavoro con gli insegnanti. L’esperienza ci aveva dimostrato che non ci si può prendere cura di un ragazzo senza pensare all’insegnante e alla sua famiglia».
Sono cambiati i bisogni del Paese dal crollo del regime a oggi?
«Certamente. Sono cambiati il bisogno dell’Albania, il nostro sguardo su di esso e anche il modo di rispondere. Siamo cresciuti negli anni. I bisogni diversi della società ci aiutano ad avere gli occhi aperti su tanti fronti e a leggere diversamente la realtà. È un cammino che pone molte sfide, ma abbiamo l’entusiasmo di percorrerlo, perché più impariamo e più ci rendiamo conto delle mancanze e di quanto ci resta da scoprire. Ma questa è la parte interessante!»
In particolare come si svolge il vostro lavoro con i bambini e le loro famiglie?
«Al centro diurno accogliamo bambini che rischiano l’abbandono scolastico e che provengono da famiglie in situazioni difficili, con le quali costruiamo rapporti attraverso incontri periodici di sensibilizzazione. Inoltre organizziamo la formazione di insegnanti, dirigenti, operatori sociali e personale non docente con lo scopo di portare alla loro attenzione l’educazione integrale del bambino. Il nostro lavoro si focalizza sul soggetto e sull’ambiente in cui vive. I progetti sono solo lo strumento con cui perseguiamo questo obiettivo. Ancora prima di raggiungere lo scopo in sé, ci interessa lavorare con chi abbiamo davanti, prendendo in considerazione il contesto sociale, culturale ed economico attraverso la collaborazione con le scuole e il lavoro in partenariato. A Kombinat per esempio, nella periferia di Tirana, ci prendiamo cura dei ragazzi, ma lavoriamo anche con le loro famiglie che non sempre riescono a prendersi cura dei figli. In molte scuole della zona ci sono problemi di stabilità degli insegnanti. Il nostro lavoro, quindi, si interroga a partire dal bisogno del bambino e si apre a tutto il contesto sociale in cui vive, che comprende famiglia, scuola e insegnanti».
Parlate molto del “bisogno” delle persone con cui lavorate. Ma qual è oggi il bisogno di insegnanti e operatori scolastici?
«Spesso la loro domanda è difficile da identificare, perché non è chiara neanche a loro stessi o perché tendono a focalizzarsi su questioni tecniche, metodologiche, senza andare al cuore dell’educazione. All’inizio molti insegnanti frequentavano i nostri corsi sul rischio educativo come una delle tante cose da fare, ma nel frequentarli in molti si sono accorti che il loro bisogno vero è di guardare diversamente il bambino, non di applicare delle tecniche. Sentendo da loro questi commenti, ci siamo resi conto di qual è la reale necessità dell’insegnante e del bambino nel nostro ambiente sociale».
Lo staff di Shis è interreligioso, siete cattolici, ortodossi e musulmani insieme. Avete incontrato difficoltà per questa diversità presente?
«No. Essere di religioni diverse non è mai stato un ostacolo, perché il nostro lavoro e il nostro scopo sono gli stessi. Qualcuno potrebbe pensare che sia dovuto a un certo distacco: per alcuni di noi Shis all’inizio era solo un posto di lavoro, uno come tanti dove venire a guadagnarsi lo stipendio. Ma non è più solo così. Grazie all’accompagnamento che ci è stato offerto e al lungo cammino percorso insieme abbiamo iniziato a vedere in modo diverso il nostro lavoro».
E per esempio dell’“educazione” che così tanto vi impegna, che idea avete e perseguite?
«In questi quindici anni di lavoro ce lo siamo domandati tutti i giorni. Cos’è l’educazione per noi? E la nostra proposta è diversa da quella degli altri? Il nostro modo di intervenire in questo ambito? Per alcuni di noi, prima di lavorare qui, educare coincideva con l’andare a scuola, prendere voti alti ed essere il primo della classe. Da quando abbiamo conosciuto il metodo Shis ci siamo resi conto che questo era soltanto un aspetto tecnico dell’educazione, che è un bene più ampio che non si definisce nei voti e nel comportamento, ma soprattutto nel rapporto con i bambini. Il metodo di Shis è diventato il nostro, non solo per le cose che diciamo e facciamo, ma perché lo sperimentiamo sulla nostra pelle».
Che differenza c’è tra voi e le altre ONG?
«Nel nostro percorso offriamo un accompagnamento che è stato innanzitutto offerto a noi da Avsi, l’organizzazione partner italiana che ci ha fatto crescere, e che noi in prima persona abbiamo sperimentato e verificato. In Albania, non ho mai visto altre ONG educare i collaboratori come fa Shis, sono piuttosto rigide nelle loro strutture gerarchiche: il capo ordina e i sottoposti eseguono. Qui da noi è diverso perché c’è spazio per la libertà personale. Ciascuno può verificare se quel lavoro, quel luogo è per lui, se risponde e dà un significato alle proprie aspettative. È un aspetto che forse manca alle altre ONG, sia d’ispirazione religiosa sia laica. Talvolta abbiamo rischiato di perderci nei progetti, nelle numerose attività per rispondere alle tante necessità, ma alla fine la cosa importante è stare attenti a non perdere di vista qual è stata la nostra origine e qual è il nostro obiettivo. Solo con questa fedeltà all’origine potremo essere portatori di novità».
In questi quindici anni, quali traguardi avete raggiunto?
«Non miracoli, ma sicuramente piccoli segni di cambiamento. Ad esempio alcuni genitori hanno iniziato a fidarsi di noi, ci guardano, ci parlano e si confrontano con noi su certi problemi. Ciò significa che ai loro occhi siamo un punto d’appoggio e questo infonde fiducia anche in noi. Lo Stato non ci supporta, la concorrenza tra ONG è alta, basti pensare che ce ne sono seicento nel Paese, molte delle quali esistono solo di nome, eppure riescono ad ottenere dei finanziamenti. La corruzione colpisce a vari livelli e non sempre la qualità e professionalità dei nostri progetti è sufficiente a vincere. Per esempio: dopo le elezioni, i direttori delle scuole sono stati sostituiti da politici imposti dai nuovi vincitori. Questi non hanno esperienza nel campo dell’educazione e non hanno nessuna idea di come si diriga una scuola. Lavorare in questo campo resta molto difficile. Ma noi non ci arrendiamo».