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7 Luglio Lug 2014 1100 07 luglio 2014

Vivere nelle periferie, dignità della persona e sviluppo. Due incontri a Bergamo e Chioggia

“Non è scontato che una domenica mattina ci siano persone che decidano di essere qui oggi”, così ha esordito Giampaolo Silvestri all'incontro, “Vivere nelle periferie, dignità della persona e sviluppo”, nella centralissima cornice del Sentierone della città dove si è svolta Bergamo incontra - e ha proseguito - "mi domando perché siete qui? Pensando a gente che è venuta anche da lontano, perché siete qui? La risposta che abbozzo è che desiderate condividere un'esperienza e una storia che è la storia di AVSI, desideriamo condividere l’esperienza del bisogno che incontriamo e fare un percorso insieme, questo, vi garantisco, ci motiva molto nel proseguire”.

Sono le undici del mattino quando Elena Catalfamo, giornalista dell’Eco di Bergamo salutando i tanti amici presenti, introduce l’incontro e presenta Luca Betelli operatore sociale di Aeper (una cooperativa sociale radicata da più di quarant’anni nella bergamasca e che si occupa di minori, neuropsichiatria infantile, salute mentale e famiglie), Marco Perini, rappresentante di AVSI in Libano e Giampaolo Silvestri, Segretario Generale.
Il tema è quello delle periferie, tanto caro a Papa Francesco e l’occasione è propizia per i relatori sul palco. “Le periferie sono le città che non sanno di esserlo – esordisce Elena Catalfamo, citando Renzo Piano – ma mi sembra che le esperienze che cerchiamo di incontrare oggi, esprimano uno spessore carico di significato”. Betelli documenta un lungo lavoro di incontri e di accoglienza nelle periferie dell’umano, Perini, raccontando il lavoro di AVSI con i profughi siriani, esprime i numeri di una tragedia di milioni di persone scappate e accolte. “Sono due milioni i siriani oggi in Libano, pensate a cosa significhi per una popolazione di quattro milioni di persone! È come se in Italia ci fossero trenta milioni di profughi! Ma di fronte a questi numeri quasi impossibili – prosegue Marco – la prima cosa che facciamo è quella di stare con loro, di mischiarci a loro, condividendo le loro ansie, ma anche i loro desideri, anche se siamo nei campi profughi, cercando di costruire, insieme, dei momenti di normalità. È bene ricordare che il 90% dei siriani sono mussulmani e noi siamo una ONG con un’identità cattolica ben precisa, ma questo non determina un confine, anzi, è uno stimolo nel lavoro che quotidianamente facciamo nei 19 campi in cui siamo presenti, perché io desidero per me le stesse cose che desiderano le persone che vivono accampate in tende di fortuna, dove spesso manca tutto, ma il bene più prezioso, vi garantisco è la speranza e quella non si compra”.
Conclude l’incontro Silvestri: “Da qualche anno, direi quotidianamente, ci interroghiamo su una sfida che ci è stata fatta: con tante energie che si sono poste a disposizioni di tanti paesi, si è davvero generato più sviluppo oppure le persone che aiutate sono meno in grado di essere sé stesse e hanno sempre più bisogno delle briciole che portate loro?. Con tutto il nostro lavoro nel mondo, penso a quello che facciamo con i profughi siriani, ma come in molti altri posti che conosco bene e dove lavoriamo affrontando povertà, disagi spesso estremi, distribuiamo briciole o, in qualche modo, proviamo a far si che le persone che incontriamo scoprano una consapevolezza del loro vivere? È questa la nostra sfida.
Non si tratta di non dare gli aiuti, ma nel darli, fare anche altro, occorre che possa succedere che le persone che incontriamo, possano capire che il rapporto con loro non finisce nella distribuzione delle coperte, quando siamo nel campo di Marj el Koch per dirne uno, occorre che troviamo il modo per rimettere in moto la responsabilità delle persone con cui abbiamo a che fare, altrimenti il nostro fare genera solo dipendenza, dipendenza dalle cose che possiamo dare, ma così non rinasce la persona!
Uno dei fatti più significativi che ho visto due settimane fa proprio in Libano è l’esperienza del cash for work, che è semplicissimo, non diamo cose, offriamo un lavoro alle persone dei campi, lavori anche umili, ma che restituiscono dignità a uomini che altrimenti starebbero tutto il tempo nella tenda aspettando che qualcuno porti loro qualcosa. Perché il problema dello sviluppo, della crescita delle persone, non sono né i soldi né le tecniche, abbiamo visto tantissimi tentativi in tutti questi anni, ho visto progetti bellissimi che non sono riusciti, perché il problema dello sviluppo è il problema della singola persona, che può cominciare a capire che c’è qualcosa per cui vale la pena vivere. In ogni periferia dove lavoriamo se succede questo, ecco che allora le periferie diventano centro. Questo è il nostro lavoro, che per noi diventa particolarmente efficace attraverso l’educazione. AVSI sostiene la possibilità che le persone diventino consapevoli di sé e, in un percorso insieme, si possano affrontare le sfide della vita, questo è lo sviluppo, il resto è solo distribuire briciole”.

Chioggia

La sera prima, venerdì, un palco che dava le spalle alla laguna e davanti alcune migliaia di persone a sentirli suonare e cantare, il giorno dopo, sempre a Chioggia, ma nella cornice della Pinacoteca della città l’incontro con i The Sun e la presentazione del libro del solista del gruppo, Francesco Lorenzi, la strada del sole. Una due giorni organizzata dalla pastorale giovanile della diocesi, un gruppo vivacissimo di ragazzi, che ha voluto invitare sul palco del  sabato sera anche Marco Perini, responsabile progetti AVSI in Libano arrivato per l’occasione.
"Fino a poco più di un anno fa non conoscevo AVSI – ha detto Francesco Lorenzi - poi, quasi per caso abbiamo saputo della campagna #10forSyria e ci siamo incuriositi, abbiamo visto che lavoro fa AVSI nel mondo e siamo diventati amici". Così è stato introdotto Perini, in una sala stracolma, attenta ad ascoltare il racconto intenso, ma soprattutto autentico, di questi quattro ragazzi a cui evidentemente è successo qualcosa di grosso se, dopo un percorso personale di ciascuno, hanno cambiato vita, modo di suonare e di chiamarsi.
Marco Perini, dopo gli interventi dei quattro musicisti, ha raccontato del lavoro di AVSI in Libano con i profughi siriani, delle dimensioni di una crisi che non ha precedenti negli ultimi cinquant’anni, del numero impressionante di profughi accolti oggi nella terra dei cedri (quasi due milioni, a fronte dei quattro milioni di popolazione libanese), ma ha sottolineato, “quello che facciamo, come prima cosa, direi come necessaria, quanto l’acqua, le coperte o il cibo che poi distribuiamo, è di stare con loro, guardarli negli occhi, andare a pescare un filo di speranza”. Alla due giorni di festa, rilevante lo spazio che gli organizzatori hanno concesso ad AVSI, un banchetto con gli oggetti di artigianato allestito nel trafficatissimo corso principale di Chioggia il venerdì sera e un altro in occasione dell’incontro di sabato.