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7 Luglio Lug 2014 1300 07 luglio 2014

Emergenza Filippine - Diario dal campo: L'arcobaleno dopo la pioggia

A nove mesi dalla tragedia dell'uragano Haiyan nelle Filippine, una nuova testimonianza di suor Margherita da Tacloban racconta un Paese che ha voglia di lottare e ricostruire.

Come un albero che ha perso tutte le sue foglie. I rami sono secchi e appare sul punto di morire. Senza speranza nel futuro. Poi i giorni, di sole e di pioggia passano, fino a quando quell’albero appare di nuovo pieno di vita. Una nuova vita”. E’ la metafora che suor Margherita, direttrice della Domenican School of Calabanga sostenuta da AVSI, prova a immaginare per descrivere Tacloban, nelle Filippine, prima e dopo il devastante uragano Yolanda.
Tacloban non è ancora la città di una volta. Ma dopo la tempesta che ha causato migliaia di morti nelle Filippine, oggi si riesce a intravedere un piccolo cambiamento (anche grazie all’aiuto che è arrivato dall’Italia). La vita scorre normalmente, gli alberi tornano a fiorire, le montagne e i campi appaiono in salute, pronti a dare un abbondante raccolto ai contadini che hanno lavorato quella terra. L’aria che si respira a Tacloban è fresca, i trasporti funzionano, i lavori per ricostruire le case, le scuole e le chiese sono a buon punto. I filippini sono tornati a lavoro, i ragazzi a scuola.
Quando siamo andati a trovare le famiglie che abbiamo aiutato dopo il tifone, abbiamo visto le loro nuove case - continua suor Margherita - Per gran parte sono piccole capanne fatte di bamboo e cemento, costruite fuori città. Alcuni hanno scelto di rimanere vicino al mare, nonostante gli avvisi del governo a raggiungere il più sicuro entroterra. Ma è il mare la fonte di sostentamento, così i pescatori hanno costruito ripari con materiali di fortuna, riaperto le pescherie e i piccoli negozietti”.

Sono stati in molti, da tutto il mondo, a mostrare solidarietà e offrire il proprio aiuto alla popolazione filippina. Ora, finalmente, si riesce a intravedere una piccola luce in fondo al tunne. Tanto ancora, però, rimane da fare, a partire dai bisogni dei più piccoli.

E’ stato toccante vedere la voglia degli studenti di tornare a scuola, nonostante la mancanza di trasporti e le scuole ancora non pienamente funzionanti - prosegue suor Margherita - Nelle nostre visite nelle scuole pubbliche, abbiamo visto lezioni tenute all’aria aperta, oppure in tende troppo calde per resisterci anche solo qualche minuto. In altre parole, non ci sono ancora le condizioni per un’educazione dignitosa”.
Una cosa, infine, suor Margherita non dimenticherà mai delle sue visite ai bambini sostenuti: gli occhi e i sorrisi al suo arrivo. E le loro parole di gratitudine: “Avete cambiato la mia vita e le mie prospettive. Abbiamo imparato a dare valore a ogni cosa, specialmente all’educazione. Grazie di averci ridato la speranza”.
Emergenza Filippine

Gennaio 2014

A due mesi dal tifone Haiyan che ha colpito le Filippine, prosegue la raccolta fondi di Fondazione AVSI per sostenere le vittime, con l'aiuto delle Suore Domenicane della Beata Imelda, da quarant'anni nell'arcipelago. Dopo gli aiuti delle prime ore, con viveri e beni di prima necessità, parte il piano di AVSI per contribuire alla ricostruzione dell'Arcipelago.

Suor Margherita Dalla Benetta è la direttrice della Domenican School of Calabanga, una scuola sostenuta da AVSI che accoglie più di 800 bambini a pochi chilometri da Manila. Suor Margherita e i suoi collaboratori sono attivi sin dalle prime ore successive alla tragedia per aiutare le vittime del tifone, con viveri, medicinali e materiale scolastico per i bambini. Insieme ad AVSI, lo staff nelle Filippine ha pianificato una serie di interventi per contribuire alla ricostruzione, a partire dalle indicazione dei bisogni concreti individuati sul posto. Alcuni degli interventi in programma per i prossimi mesi comprendono:
  • Assistenza economica per la ricostruzione di case gravemente danneggiate dal tifone. Il lavoro sarà organizzato di concerto con il governo filippino, nell’ambito del programma di trasferimento di interi quartieri devastati, in particolare nella zona costiera di Tacloban
  • Pianificazione e organizzazione di un livelihood programm per assicurare alle vittime del tifone i mezzi necessari al loro sostentamento e un piccolo introito giornaliero, grazie alla collaborazione con alcune ong locali
  • Assistenza finanziaria ai pescatori affinché possano riprendere a lavorare. Piccoli capitali saranno messi a disposizione per acquistare nuove barche e strumenti di lavoro, riprendere a essiccare il pesce e a rivenderlo
Nei mesi scorsi, grazie anche al sostegno dei donatori, alla campagna Emergenza Filippine e al lavoro sul campo di Suor Margherita e il suo staff sono stati compiuti i primi passi verso la ricostruzione. Con i primi aiuti è stato già possibile:
  • Inviare viveri e medicine di prima necessità alle famiglie più severamente colpite dal tifone
  • Dare assistenza finanziaria per i ripari e ricostruire 8 case distrutte da Haiyan
  • Organizzare la distribuzione di materiale scolastico per circa 1300 studenti
  • Provvedere all'assistenza psicologica di 150 giovani con disturbi causati dal trauma
  • Accogliere per circa tre mesi alcuni studenti rimasti senza casa
Continua a donare per sostenere le vittime del tifone

2 dicembre 2014

La testimonianza della dottoressa Marylendra Penetrante, psicologa clinica specializzata nella gestione dei traumi infantili. Da anni, fornisce un servizio di sostegno psicologico ai bambini della scuola sostenuta da Fondazione AVSI, a Calabanga, nelle Filippine. Nei giorni scorsi, la dottoressa Penetrante si è recata da Tacloban e in altre aree gravemente colpite dal tifone Haiyan. Al suo rientro, la dottoressa Penetrante ha raccontato a Suor Margherita la sua esperienza nei villaggi distrutti dal tifone. SUOR MARGHERITA: Sei arrivata a Tacloban il 10 novembre, tre giorni dopo il passaggio di Haiyan.Cosa ti ha spinto a muoverti verso quelle zone? MARYLENDRA PENETRANTE: Ho raggiunto Tacloban in bus, assieme ad altri volontari. Ci abbiamo messo più di 15 ore per compiere 400 chilometri di strada. Un viaggio difficile, ma volevo vedere personalmente le conseguenze della tragedia, rendermi conto dei bisogni reali della popolazione, per capire cosa avrei potuto fare personalmente per gli sfollati. Quali sono state le tue prime impressioni? I primi giorni mi hanno completamente stordita. Era come se fossi anestetizzata: tutte le mie emozioni erano bloccate dentro di me e faticavano a mostrarsi all’esterno. Lo scenario in effetti era deprimente, mi trovavo di fronte a situazioni davvero disperate. Sembrava la fine del mondo. E in quei primi giorni non sono stata in grado di dare alcun aiuto. Tutti erano al lavoro per scavare tra le macerie e ripulire le strade, la puzza era terribile, e io non sapevo nemmeno da dove iniziare. A quel punto, ho deciso di contattare una ong di Legazpi per recuperare delle mascherine igieniche. Sono stata fortunata: mi sono arrivate oltre 4mila maschere in poche ore e le abbiamo distribuite molto rapidamente. In realtà, il mio aiuto come psicologa non era ancora necessario. La gente era alla disperata ricerca di cibo, acqua, vestiti. E di rifugi in cui dormire. La situazione era pazzesca, ho assistito a molti saccheggi, nei supermercati, nei negozi, ovunque. Persino le persone che normalmente avresti giudicato come oneste, si lasciavano andare: un poliziotto mi ha raccontato del suo stupore nel vedere un suo vecchio insegnante delle superiori all’interno di un centro commerciale di Tacloban, intento a razziare tutto quello che trovava. Ma quello che più mi ha colpito sono state le case, o meglio, quel che ne era rimasto. Tutti gli edifici sono stati letteralmente spazzati via e solo le colonne portanti hanno resistito al vento. E ora? Quali sono le priorità? Suddividerei le priorità in più fasi. Come prima cosa, bisogna garantire la sopravvivenza delle persone, fornendo cibo, acqua e vestiti. In secondo luogo, devono essere ricostruite le case e, nel frattempo, tirare su tendopoli temporanee per accogliere i senzatetto. A onor del vero, bisogna dire che il Governo filippino ha già fatto grandi sforzi da questo punto di vista. Per la terza fase, bisogna dare grande attenzione all’ambito sanitario, perché questi sono giorni critici, in cui i bambini e gli anziani cominciano ad ammalarsi. Infine, è necessario garantire la giusta terapia psicologica alle famiglie colpite dal disastro. Sono in tanti ad averne bisogno. Il trauma è stato enorme e gli abitanti devono essere aiutati a superare l’esperienza traumatica, a convivere con essa in maniera salutare e produttiva. Da questo punto di vista, è fondamentale che i bambini tornino a scuola il prima possibile, in modo tale che si ristabilisca una certa routine nelle loro abitudini. Questo può certamente aiutare a ridare loro un senso di normalità. Prima riusciremo a farlo e meglio sarà, perché la normalità è il primo passo per riuscire a restituire un senso di speranza alle popolazioni. Ci vorrà del tempo, però. Gli sfollati sono ancora tantissimi. Dove hanno trovato rifugio? Sono in tanti ad aver lasciato la zona di Tacloban, ma l’esodo è tutt’altro che finito. In migliaia, ogni giorno, si mettono in strada e raggiungono Manila, Cebu o altri luoghi meno colpiti. La maggior parte ha trovato rifugio nelle tendopoli, qualcuno, i pochi che hanno parenti o conoscenti con una casa ancora agibile, ha scelto di farsi ospitare. Ma la tendenza è quella di provare comunque a scappare, il più lontano possibile dai luoghi del disastro, come se i Filippini volessero in qualche modo cancellare la tragedia che hanno vissuto. Tornerai a Tacloban nei giorni a ridosso del Natale. Che cosa farai? Principalmente, mi occuperò di fare arte terapia per bambini e anziani. Si tratta di sessioni mirate a far esprimere ai pazienti il proprio stato d’animo attraverso l’arte, una delle tecniche migliori per metabolizzare le esperienze traumatiche e per aiutare i pazienti a convivere con il trauma che hanno vissuto.   Emergenza Filippine

11 dicembre 2013

Giorno dopo giorno, la vita nelle Filippine riprende, il quadro del disastro si fa più chiaro e i soccorsi più organizzati ed efficienti. La priorità ora è prevenire la diffusione di epidemie.

La zona colpita dal tifone Haiyan è immensa, ma le aree che più hanno subito le conseguenze della tempesta sono quelle di Tacloban, Guiuan, Basay Palo Leyte e in parte anche Coron, nella regione di Palawan, e le isole Bantayan, nel Cebu. Alcune aree sono state completamente distrutte dal tifone. Nelle isole Bantayan, solo i pilastri degli edifici hanno resistito, il vento di Hayian si è portato via i muri, i tetti, i mobili. E tante vite umane. Dopo le prime settimane di emergenza, durante le quali la popolazione aveva accusato il colpo, le persone sembravano come intontite, incapaci di reagire di fronte a scene apocalittiche, ora anche i soccorsi si sono fatti più organizzati ed efficienti. Cibo e acqua sono distribuiti in modo più razionale. Le strade e gli areoporti adesso sono agibili. Alcuni mercati, come quello di Tacloban, hanno riaperto. Manca ancora la luce e le comunicazioni rimangono difficoltose, ma in gran parte dei paesi è già possibile usare il telefono e internet, anche se non per più di dieci minuti per volta. L’esodo verso Manila e le altre città dell’Arcipelago, però, prosegue senza sosta. La gente vuole andare via, scappare, dimenticare la tragedia. Per gli operatori presenti in loco è essenziale aiutare le persone a riprendere la vita di tutti i giorni. A partire dalle scuole, capaci di tenere impegnati i bambini e le loro famiglie, primo strumento per restituire la normalità a una popolazione in ginocchio. Gli interventi più urgenti rimangono quelli di carattere medico e sanitario, perché la vita nelle tendopoli e nei centri profughi facilita la diffusione di epidemie. Sono gli anziani e i bambini a essere più esposti alle malattie. Poi si penserà alla ricostruzione delle case e dei villaggi. “Qualcuno ha definito il tifone Haiyan come un enorme e spietato equilibratore sociale - Racconta Suor Margherita, operante al lavoro nella zona di Calabanga - Al cospetto delle forze della natura, ricchi e poveri sono stati trattati alla stessa maniera. E forse anche questo ha contribuito al clima di grande solidarietà nazionale che si respira nell’Arcipelago. Il livello di condivisione ha superato ogni aspettativa ed è servito a ridare coraggio e speranza”. Nel giro di una settimana, solo nella scuola gestita da Suor Margherita, a Calabanga, le famiglie degli 800 alunni hanno raccolto: sacchi di vestiti, scatolette di sardine, mais e carne in scatola, pacchi di pasta, saponette da bagno e riso.

30 novembre 2013 - Da Avvenire.it

«Quello filippino è un popolo che non ha paura di soffrire, abituato a vita faticosa e precaria, in un Paese senza storia, abituato a ricostruirsi». Così Margherita Dalla Benetta, suora della congregazione delle Domenicane della Beata Imelda, da oltre vent’anni nelle Filippine, vede la prospettiva delle aree devastate l’8 novembre dal tifone Haiyan.

Qual è stata la sua esperienza del tifone, in che modo è coinvolta ora? Io mi trovo a Calabanga (provincia di Camarines Sur) dal 1992. La nostra missione è un servizio educativo per 800 alunni, in maggioranza poveri. La nostra area è conosciuta per la violenza dei suoi tifoni, ma in questo caso ne siamo stati appena sfiorati. Ci ha coinvolto in altro modo, però. Come scuola, e con il sostegno di AVSI con cui da anni abbiamo un rapporto per l’adozione a distanza di nostri studenti, abbiamo discusso tre progetti. Il primo la raccolta di viveri preso le nostre famiglie con cui abbiamo riempito un container. Il secondo, riguarda l’accoglienza di una trentina di studenti delle medie proposti da scuole di Tacloban, almeno per terminare l’anno scolastico. Ultimo impegno, quello di sostenere la ricostruzione di abitazioni di famiglie nelle località da cui provengono due nostre suore sulle isole di Iloilo e Samar. Si è parlato molto della preparazione a questi eventi e se si fosse potuto evitare un bilancio di vittime tanto pesante... C’è stata molta mobilitazione prima del tifone. Sono stati tagliati gli alberi a rischio di caduta, si sono accumulati sacchi di sabbia a protezione delle case della costa, si è evacuata la popolazione a rischio. La gente ha trovato rifugio in scuole, centri parrocchiali, anche da noi. Insomma, posso dire che le iniziative previste dal programma di prevenzione in atto da 4-5 anni sono state attuate. È un fatto, però, che molti hanno scelto di non lasciare le proprie case e raggiungere i centri di raccolta. Quello che ha effettivamente sconvolto i piani sono stati forza e dimensione del fenomeno atmosferico che hanno travolto anche le strutture d’accoglienza: le chiese, gli impianti sportivi, le scuole individuate per resistere, ma non a fenomeni di questa intensità. Molte le critiche anche per i soccorsi nell’emergenza, però. Si potrà forse valutare meglio con il passare del tempo ma per ora si può dire che da subito sono saltati soprattutto gli strumenti di comunicazione. Anche le famiglie di quattro nostre suore non hanno dato notizie per giorni, una consorella ha sentito il fratello a oltre una settimana dal tifone. Le strade sono state devastate, i collegamenti aerei sono stati in sufficienti per qualche tempo. Occorreva forse agire subito con gli elicotteri, con mezzi maggiori per rompere l’isolamento, ma i problemi sono stati tanti. Il fratello di una suora che conosco, dipendente dell’Autorità nazionale per il cibo è stato fermato da ribelli del Nuovo esercito del popolo che gli hanno chiesto di consegnare il riso in distribuzione e al rifiuto gli hanno sparato, uccidendolo. Per la sua esperienza, che cosa potrebbe insegnare un evento del genere al Paese? Conferma la necessità di educare le persone ai disastri naturali che vanno messi in conto, sia per la posizione dell’arcipelago, sia perché i cambiamenti climatici hanno forse portato a fenomeni più forti che in passato. Occorrono anche più sensibilità ecologica, maggiore rispetto del territorio. Forse anche maggiore serietà nell’affrontare le cose. La mamma della nostra suor Rosanna è rimasta a casa fino a quando il tetto è volato via. Per fortuna si è salvata. Non credo che il governo possa essere accusato di inazione, ma certamente era impreparato rispetto al fenomeno. Occorre pensare allo straordinario oltre le emergenze ordinarie, non sperare che il tifone devi una volta ancora.

Stefano Vecchia

Emergenza Filippine

25 novembre 2013

AVSI raccoglie il racconto di un’infermiera da Sarcedo, una delle località delle Filippine più colpite dal Tifone. Nel fine settimana è riuscita a viaggiare con l’elicottero della protezione civile per portare cibo e soccorsi nel luogo colpito. "L’esperienza del tifone Yolanda - così come chiamano Haiyan le autorità filippine – è stato davvero orribile. Il vento e la pioggia forte hanno distrutto i tetti, le scuole, le sedi delle fabbriche ed i raccolti, che nelle Filippine sono la prima fonte di sostentamento. Gli acquazzoni hanno innalzato il livello del mare oltre il livello di guardia e causato alluvioni che hanno sommerso interi villaggi. L’intera zona di Sarcedo è stata devastata, come se fosse esplosa una bomba atomica. Al momento, la principale difficoltà per la popolazione è la ricerca di cibo e riparo per la notte, poi toccherà capire come fare per ricostruire un Paese dal nulla. Il Governo filippino sta provvedendo al sostegno delle popolazioni colpite, ma i beni a disposizione non bastano per tutti. E, mentre i saccheggi si fanno sempre più numerosi, l’esercito lavora assiduamente per assicurare la sicurezza di tutti". Emergenza Filippine

18 novembre 2013

L’acqua potabile è a rischio contaminazione, i collegamenti distrutti impediscono il trasporto del cibo. Suor Margherita scrive ad AVSI via mail e racconta le conseguenze della tragedia e la voglia degli abitanti delle Filippine di ricostruire quello che il tifone ha distrutto.

Dopo il passaggio del tifone Haiyan, che ha lasciato dietro di sé morti e distruzione, l’attenzione dei media e degli operatori sul posto si è spostata sui luoghi più colpiti. La protezione civile filippina, in un primo momento attiva nelle operazioni di evacuazione, in questi giorni si è trasformata in una vera e propria squadra di recupero. Tutta la nazione si è mobilitata: non c’è scuola, parrocchia o quartiere che non partecipi alle operazioni di soccorso ed alla raccolta di beni di prima necessità, come cibo, acqua e vestiti. Una dimostrazione di solidarietà nazionale senza strabiliante, a cui però si contrappone l’enorme fatica nel consegnare quanto è stato donato e raccolto. Le comunicazioni rimangono difficoltose. Le strade sono interrotte, gran parte dei ponti sono distrutti e tanta gente è ancora dispersa. Si rimane in contatto grazie ai social network, Facebook in testa, ma le connessioni per computer e cellulari funzionano solo in quei centri che hanno a disposizione generatori elettrici, ancora inaccessibili alla maggior parte della popolazione. Uno dei problemi più grandi è quello dell’acqua potabile. La gente ha paura di bere, perché è alto il rischio che le falde acquifere possano essere state contaminate da cadaveri di persone e animali. Lo stesso discorso vale per i pescatori, che non escono più in mare per paura di pescare pesci che sono stati a contatto con i cadaveri. Il cibo, invece, è ammassato in grandi magazzini e depositi, ma distribuirlo è ancora faticoso. L’esercito è al lavoro per assicurare il cibo alla popolazione, ma gli spostamenti via terra sono limitati e troppo pochi gli elicotteri a disposizione. Venerdì al telegiornale hanno annunciato che il porto di Ormoc ha ripreso a funzionare: una bella notizia, perché ora il cibo e l’acqua potabile possono essere trasportati nelle isole con i traghetti. Ad ogni modo, cominciano a vedersi i primi segni di ripresa. Le strade iniziano a essere ripulite dalle macerie, le auto e i motorini lentamente riprendono ad affollare i centri abitati e le persone si rimboccano le maniche per ricostruire quello che Haiyan ha distrutto. Nonostante le difficoltà, la mancanza di cibo, vestiti ed elettricità – perché sia riattivata bisognerà attendere almeno un paio di mesi – e la chiusura per almeno un semestre di scuole e università, c’è tanta buona volontà, da parte di tutti, a dare una mano perché tutto torni come prima.

Da Calabanga, Suor Margherita Della Benatta