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17 Giugno Giu 2014 1404 17 giugno 2014

All’happening di Cesena: “Andate nelle periferie storie di un nuovo mondo”

In una giornata splendida di fine giugno, con il mare lì a pochi chilometri, occorre una proposta interessante per decidere di non rimanere in spiaggia e andare a incontrare persone che hanno qualcosa da dire. Ed erano molte le persone che, nella cornice dei giardini pubblici di Cesena, al cui interno per tre giorni si svolge il tradizionale happening cittadino, hanno assistito all’incontro "Andate nelle periferie: storie di un nuovo mondo", organizzato dall’AVSI Point di Cesena e occasione di concludere la campagna delle tende iniziata ai primi di dicembre dello scorso anno.

Sul palco il responsabile dell’AVSI Point di Cesena, Giovanni Taioli, ha introdotto gli interventi di Ernest Sesay, responsabile del Family Home Movement in Sierra Leone, Chiara Nava, responsabile per AVSI delle attività di risposta all'emergenza dei profughi siriani in Libano e Giampaolo Silvestri, Segretario Generale di AVSI. “A cosa serve darsi da fare di fronte a tutti i problemi che ci sono nel mondo?” ha esordito Giovanni Taioli  quasi sfidando le persone sul palco, ma è stata una sfida avvincente a cui nessuno si è sottratto. Un filo rosso ha legato ogni intervento: la documentazione di fatti, che attestano un percorso, una strada carica di serietà e disponibilità che connotano la storia di AVSI. “La più grande speranza per il mio popolo è l’educazione – ha ricordato Ernest passando per i fatti di un vissuto personale intenso, per un’amicizia vibrante con Padre Berton, un’amicizia che si è estesa agli amici di AVSI - che hanno reso possibile, da una baracca fatiscente, costruire insieme una scuola frequentata da 1600 studenti e fatto ancora più impressionante, oggi sono 104 gli studenti che, usciti dalla scuola di Mayenkineh che hanno fatto l’università per poi riuscire a laurearsi e diversi di loro vogliono tornare alla nostra scuola a fare gli insegnanti”.
Cambia la latitudine, cambia lo scenario, che diventa quello drammatico del Libano che sta accogliendo oltre un milione di profughi dalla Siria, come dice Chiara Nava “Dopo tutti questi mesi di guerra i siriani hanno esaurito tutto, li vediamo arrivare, vediamo anziani, vecchi che hanno perso trenta chili scappando dalla propria terra, che non hanno più niente e che ci dicono “grazie”. In Libano AVSI si occupa, ogni giorno, di più di 2000 persone sparse in 19 campi informali, dall’inizio della crisi sono state 47.000 le persone che AVSI ha sostenuto, aiutato, accolto. In questo il contributo della campagna delle tende è fondamentale perché ci permette di intervenire su un bisogno che scoppia improvviso in tempi immediati. Ma nel dramma che incontriamo di continuo, non vogliamo cadere nel tranello di un “assistenzialismo che non costruisce”, ci sta a cuore la persona, la crescita della persona e allora andiamo alla ricerca di soggetti, di associazioni che possano mettersi tra noi e i beneficiari. Per questo incontriamo e lavoriamo con insegnanti libanesi, con associazioni locali, con gli scout mussulmani, sarebbe molto più facile distribuire kit alimentari e medicine e andare via, ma sappiamo che la speranza è la crescita della persona, la crescita di un soggetto che diventi consapevole”.
E nell’intervento conclusivo il Segretario Generale di AVSI, Giampaolo Silvestri, ha ricordato che “lo sviluppo è qualcosa che è intimamente legato alla persona, la storia documenta questo, la nostra storia, dice questo. Se nel lavoro di AVSI non favoriamo la possibilità della crescita della persona, il nostro fare non serve. Ed è per questo che l’educazione è così decisiva, perché quello che succede in Sierra Leone, nella nostra scuola è una possibilità concreta di sviluppo per tutto il Paese, questo è il più grande impatto che possiamo dare. Finalmente oggi anche i grandi donatori lo riconoscono, sanno che ogni dollaro investito in educazione incide direttamente nello sviluppo del Paese, è stato calcolato quanto incide, ma questo noi lo sappiamo perché da sempre è nella nostra esperienza, nel nostro modo di lavorare. Così come una cosa che colpisce molto in un contesto come quello del Medio Oriente è l’esperienza della alterità, della diversità che incrociamo in ogni nostro intervento. Diversità culturale, religiosa, di approccio, di mentalità, eppure, questo per noi è impressionante, nell’apertura a questa “alterità” è sempre, sempre una possibilità di arricchimento, anzitutto nostra. La persona cambia, in qualsiasi contesto, in ogni posto, se si sente amata, abbracciata e questo diventa un bene per tutti”.