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30 Gennaio Gen 2014 1200 30 gennaio 2014

Sostegno a distanza in Kazakhstan: sentire con il cuore

Vi sono bambini invisibili, nascosti agli occhi del mondo. Svetlana, psicologa di art-terapia presso l'orfanatrofio statale per minori invalidi di Almaty, Kazakhstan, racconta la sua esperienza con questi bambini e la gratitudine che prova verso i sostenitori che attraverso il loro sostegno a distanza aprono le porte per guardarli negli occhi.

Mi chiamo Svetlana, lavoro come psicologa. Circa 10 anni fa ho scoperto un nuovo mondo per me quello dei “bambini lasciati soli”. È un mondo che esiste da sempre ma spesso ignorato.
Negli ultimi 10 anni ho lavorato in diversi orfanotrofi. Due anni fa sono entrata in uno dedicato ai bambini disabili orfani e mi sono trovata in un luogo completamente diverso da tutto ciò che avevo incontrato prima. Un mondo fatto di problemi e gioia disordinata, di dolore ma anche di capacità di ricevere soddisfazione dalle cose più semplici, come una caramella, un vecchio giocattolo, oppure vedere un cane passare davanti alla finestra, il lavarsi la faccia con il sapone da bucato (soprattutto se pizzica gli occhi!) oppure ancora l’odore della crema per le mani…
Quando apro la porta verde e cigolante e mi trovo dentro quel mondo sento le voci vivaci che gridano il mio nome e vedo gli occhi contenti che mi guardano, sento l’affezione e la tenerezza di cui sono pieni quei bambini e in tali momenti capisco il loro bisogno profondo di una persona che li ami. Siamo insieme da circa due anni e non vorrei chiamare i nostri incontri “sessioni”, cioè il loro termine tecnico, perché sia per me che per i bambini è qualcosa di più grande. Anzitutto è un atto di amore e di accettazione senza condizioni. Cerco di dare loro quello che non hanno ricevuto dalla nascita: facciamo i giochi che potrebbe fare con loro una madre, dico loro le parole piene di affetto che dovrebbero sentire da una madre, perché per me è importante che i bambini sentano con il cuore che ci sono delle persone che “li vedono”, e che ciascuno di loro esiste, è unico, importante e degno di essere amato.
Tutti loro sono molto diversi e ognuno di loro ha un talento. A volte la gravità della loro malattia non permette loro di camminare, di parlare, di vedere, di sentire. A volte fanno fatica a capire e comprendere cose che sembrano banali; però anche in tali casi gravi ricevo una risposta, come l’accenno di un sorriso, la luce degli occhi, le mani che si allungano verso di me.
Noi disegniamo, incolliamo collage, giochiamo con i Lego… A volte cerchiamo di costruire una casa usando le sedie e una grande tela cerata! Imitiamo le feste in famiglia, i pranzi festivi e gli spettacoli dei pupazzi; giochiamo a tombola e facciamo le gare di hockey con un pallone: provano una grande gioia anche quelli che perdono.
Mentre sto scrivendo mi vengono in mente Borja con gli occhi molto seri e un’aria indaffarata; Valja e Polina luminose come la luce e la gioia; Karina furba e sapiente che sa come ottenere ciò che vuole; gli occhi seri di Assylkhan che, probabilmente, vuole salutarci; Miscia così sveglio, che arriva al nostro ambulatorio per giocare a pallone ; Andrei dolce e tenero; Alioscia che desidera tantissimo studiare; Maral con gli occhi neri e diffidenti; Julia irrequieta, che riesce a trovarsi dappertutto e in ogni momento...
I bambini sono numerosi e molto diversi, mi piace trasmettere loro non soltanto la speranza che tutto andrà bene ma condividere con noi la loro vita.
Desidero tanto che venga aperta la porta verde e cigolante e il mondo possa vedere questi bambini, forse non oggi ma domani. Voi invece già li vedete: grazie!
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