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1 Ottobre Ott 2013 1904 01 ottobre 2013

Il seme del Congo

Da Tracce di Luca Fiore

"Dottore, si ricorda di me?". Era più di quarant'anni fa, quando nel cuore del Continente Nero aprì la prima casa dei Memores Domini all'estero. Allora, sembrava non essere nato nulla. E invece oggi si vedono i frutti. Tanto che agli ultimi Esercizi...

Nel 1971, Burale era un bambino di dieci anni che correva a piedi nudi sulla strada di terra battuta. Occhi grandi e neri, capelli crespi, gambe lunghe e sottili. Un sorriso di quelli che si vedono solo in Africa. Il villaggio si chiamava Kiringye, in Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), quattrocento anime e un pungo di capanne di paglia e fango in mezzo alla savana. Quelli della casa dei Memores Domini notarono subito il ragazzino: era sveglio e di lui ci si poteva fidare. All'inizio fece da interprete al mercato. A 14 anni gli insegnarono a fare le analisi di laboratorio nei piccoli centri sanitari. Imparò anche a preparare i flaconi di soluzione da iniettabile durante l'epidemia di colera del 1977.
Immaginatevi la faccia del dottor Alfonso Fossà quando, tornato ad Uvira, se lo ritrova davanti. Burale è capo degli infermieri nell'ospedale locale, ha poco più di cinquant'anni e dieci figli. I due non si vedono da 25 anni. "Ho avuto una vita molto dura, dottore. Durante la guerra siamo dovuti scappare in Tanzania". Parla della Seconda guerra del congo, che tra il 1998 e il 2008 ha ucciso cinque milioni di persone. "La mia famiglia si è divisa per avere più probabilità che qualcuno sopravvivesse. Oggi sono felice perchè ci siamo ritrovati tutti sani e salvi". Fa una pausa. Alza gli occhi gonfi di commozione e aggiunge: "E poi volevo dirle, dottore, che in tutti questi anni sono stato fedele a mia moglie. Mi ricordavo di voi."
Quella di Kiringye è stata la prima casa dei Momores Domini fuori dall'Italia. L'opera di sostegno allo sviluppo eè all'origine della nascita di AVSI. Con fossà c'erano Ezio Castelli, Giovanna Tagliabue, Letizia Vaccari e Vincenzo Bonetti. L'esperienza durò fino al 1983. Poi il ritorno in Italia. Furono dodici anni intensi. Talvolta avventurosi. Fecero nascere cooperative rurali per la produzione  e il commercio di riso e olio di semi. In paese non c'era energia elettrica. Così, con l'aiuto degli amici italiani, fecero arrivare un'intera centrale elettrica smontata in una valle del Trentino. Un'impresa epica.
Dopo tutto quel tempo ci si aspetterebbe la nascita di una fiorente comunità di Cl. E invece no. Nessuna comunità. "Provammo a organizzare qualche incontro di scuola di comunità, ma la cosa non attecchì", spiega Alfonso: "Però non era quella la nostra preoccupazione. Eravamo lì per condividere la vita di questa gente. Vivevamo e lavoravamo con loro. Facevamo la vita dei buoni parrocchiani. Non sentivamo l'esigenza che nascesse l'associazione Cl". Fossà è l'unico dei cinque che è riuscito a tornare più volte in Congo, dopo il rientro in Italia. Oggi vede frutti di "piante" che non sapeva nemmeno di aver seminato. Non solo: senza che nessuno lo pianificasse, quest'anno per la prima volta un piccolo gruppo di congolesi di Uvira - 180 km da Kiringye - è andato a Kampala per gli Esercizi della Fraternità di Cl.
"Posso portare un collega?". Fabio De Petri dal 2012 è a Uvira per AVSI che è tornata in Congo dopo l'esperienza pionieristica di Kiringye. Si occupa di alcuni progetti, tra cui la costruzione di una strada di collegamento per un centro sanitario nella foresta. A volte deve presentare la sua organizzazione ai partner congolesi. Così parla del forte orientamento verso i progetti educativi della ong italiana. E a chi gli chiede il perché di questo interesse così accentuato, Fabio racconta della passione di Don Giussani per i giovani e della nascita di Cl. Ad ascoltarlo c'è Prospère, un impiegato sulla cinquantina di una ong locale.  E' cattolico, ma un pòdisilluso. dice a Fabio: "Non sappiamo più cosa dire ai nostri giovani per trasmettergli la fede. Quello che dici di Don Giussani sembra essere quello di cui avremmo bisogno. Posso farti conoscere un mio giovane collega?".
Evariste, 27 anni, si presenta, all'inizio da solo, poi con l'amico Jean-Jacques e la fidanzata Mauwa. Vogliono sapere meglio cosa sia Cl. Fabio racconta, poi propone di leggere un testo. L'unico che trova in francese è il libretto degli Esercizi della Fraternità del 2012. Evariste, che si è laureato in filosofia a Bukavu, rimane colpito da un brano in cui  don Juliàn Carron parla di nichilismo e panteismo. "Era la prima volta che mi capitava di sentire qualcuno che parla di filosofia e ti porta a dire che Dio esiste...Poi mi aveva colpito il fatto che non separava la vita sociale dalla vita religiosa. Era stato il tema della mia tesi di laurea: dicevo che non si può vivere sempre della fede, bisogna vivere nella religione dell'umanità. Cioè vivere nella religione di Auguste Comte, basata sul rapporto uomo-uomo. Ero persuaso che si poteva vivere tutto senza Dio. Ero molto convinto di questo e lo dicevo ai professori e alla gente che conoscevo. Poi ho cominciato a pensare e a dire che l'uomo non può vivere senza lavoro, senza potere, senza denaro. Ma alla fine ho capito che tutto, anche questo, viene da Dio. Leggendo le lezioni di Carron mi ha molto stupito che si possa dire in modo così ragionevole che Gesù è vivente e continua ad agire".
Al gruppetto si uniscono anche Marie-Jeanne, Aimè e Elisabeth, anche loro di Uvira. Vengono invitati ad ascoltare una testimonianza di Alfonso. Alla fine dell'incontro, Marie-Jeanne si avvicina al dottore e gli dice: "Sono la figlia di Juma, il suo collaboratore si ricorda?In tutti questi anni la mamma ci ha sempre parlato di lei".  A Fossà torna alla mente la faccia di quel ragazzotto intelligente. Lui e Giovanna l'avevano formato a Kiringye. Aveva capito che aveva le capacità per gestire i centri di sanità e lo avevano mandato a sostituire per un periodo un infermiere anziano a Lubarika. Il vecchio lo avvelenò per invidia. Troppo bravo, e intraprendente. E Juma lasciò una figlia di due anni: Marie-Jeanne.
Si trovano con Fabio una volta al mese. Poi la proposta: andare a Kampala per gli Esercizi della Fraternità. "In questi mesi la mia preoccupazione principale è stata quella di vivere Comunione e Liberazione", racconta Evariste: "è stato naturale accettare l'invito di Fabio. Volevo vedere da vicino di cosa si trattava. Arrivati a Kampala c'è stata la messa con il nunzio. Poi le lezioni di Carron. Ha parlato della fede e lui stesso è stato un esempio di ciò di cui parlava. Mi ha colpito l'esempio di Zaccheo. E poi l'amore di dio: nulla ci può separare dal Suo amore. Questo è il tema che più mi ha colpito: tutto quello che l'uomo può fare è per amore di Dio. Averlo rpesente rafforza la fede. E' stato bello vedere il sensodi fraternità e di amicizia con la gente che ho incontrato".
"Abbiamo avuto un breve momento con Rose Busingye", racconta Fabio: "Ci ha lasciati dicendo che oggi l'Africa non ha bisogno di rpedicatori, ma di testimoni". Testimoni, oggi. come lo sono stati i ragazzi della casa di Kiringye trent'anni fa. 
Come una madre. Suor Feza veste una tunica blu, un pò kitsch, con immagini mariane. Appartiene alle Suore di San giuseppe di torino e lavora nella farmacia di un ospedale con cui collabora AVSI. Mentre accompagna Alfonso in auto, gli racconta di aver fondato un gruppo che lei chiama "Famiglie per l'accoglienza". Senza sapere nulla di quel che accade in Italia con l'omonima associazione, si era accorta del gran numero di orfani di guerra. Trovava anche le famiglie disposte a prendersi cura dei bambini, ma spesso al disponibilità ideale non era accompagnata da quella economica. Così chiede alla propria superiora il permesso di comprare un ettaro di terra da coltivare: i prodotti del campo avrebbero aiutato le famiglie affidatarie. Cominciò con tre fratellini, oggi i bambini accolti sono un centinaio e una sessantina le famiglie coinvolte. Suor Feza a un certo punto dice ad Alfondo: "Lo sa perché faccio questo? Quando ero novizia, nel 1979, ho seguito un corso di educazione sessuale tenuto da un medico italiano. Quel medico ci disse che noi suore se non avessimo imparato a voler bene alle persone come una madre vuole bene ai propri figli, saremmo diventate aride zitelle. Io non ho mai dimenticato quelle parole. E oggi faccio quello che faccio perché voglio voler bene come una madre. E, dottor Fossà, forse non se lo ricorda, ma quel medico italiano era lei".