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27 Settembre Set 2013 1056 27 settembre 2013

Attacco al cuore del Kenya

"Sabato 21 settembre abbiamo trascorso una bella mattinata sotto il tranquillo sole di Nairobi; si sta concludendo l'inaugurazione della Sala Polifunzionale della Card. Otunga School, con oltre 600 persone, quando inizia a girare la voce che dei terroristi hanno attaccato il centro commerciale Westgate: mi sembra di essere tornato all'11 settembre. Una giornata normalissima cambiata da un evento enorme, imprevisto e tragico dopo il quale non potrà più essere come prima.

Nello sconcerto generale subito iniziamo a contattare amici e conoscenti per avvertirli di fare attenzione, torniamo a casa e cerchiamo di andare su internet per capire di più cosa sta succedendo. Grazie a Dio, nessuno di noi è rimasto coinvolto direttamente ma quello che sta accadendo ferisce tutti. La domanda sul perchè di tanta violenza sale, ruvida e amara, dal profondo del cuore di tutti. Torno a casa e mi cambio. Nel primo pomeriggio devo incontrare dei donatori italiani nella nostra sede e mi avvertono dall'ambasciata che mio fratello non riesce a contattarmi ed è preoccupato. Mi dicono che il nuovo supermercato vicino a noi ed altri più in là hanno chiuso. Dovrei andare a fare la spesa ma proprio ... non ne ho voglia ... Ci vanno Nino e Paolo, molto più “scafati” di me e con la recondita idea di capire che aria tira più in là. Ogni tanto ci arrivano notizie frammentarie sul fatto che il numero dei morti e dei feriti continua a salire. I media locali sono “abbottonati” e dobbiamo usare fonti dall'estero per capire di più.
Domenica vado a messa a Kahawa Sukari e mi sembra di essere tornati al clima degli scontri post elettorali del 2008: una profonda tristezza e fragilità nei volti del nostro popolo che continua a chiedersi quali ragioni possano giustificare tanta inaudita violenza. Veniamo a sapere storie di amici che avevano scordato una cosa a casa e, per fortuna, sono arrivati al Westgate “tardi”; una nostra amica è riuscita a mettersi in salvo con le due figliolette usando le scale di sicurezza dopo essersi nascosta per due ore; l'ex capo di una nostra amica viene freddato a sangue e la figlioletta gli resta accanto sotto shock per ore prima di riuscire a salvarsi ...
Lunedì mattina, dopo aver saputo che hanno liberato molti ostaggi la preoccupazione che i terroristi si facciano esplodere dentro il supermercato inizia a serpeggiare sempre di più tra di noi. Io devo comunque attraversare la capitale per far vedere agli amici italiani degli AVSI Point la nostra scuola primaria nello slum e la scuola professionale dalla parte opposta di Kibera. Decidiamo di partire un pò più tardi per evitare il rischio di restare intrappolati in mezzo al traffico. La situazione per strada sembra tranquilla, a parte un aumento dei controlli da parte della Polizia. I bambini dell'asilo mi accolgono con un coro festante scandendo il mio nome e mi verrebbe da dirgli che oggi non si può gioire ... La loro gioia ci fa soffrire ancora di più al pensiero di coloro che stanno rischiando la vita qualche chilometro più in là. Dalle finestre del primo piano vediamo che nella moschea, che hanno costruito proprio dietro la nostra scuola cattolica, tutto tace; anche il grande mercato vicino non ha più il rumoroso vociare di tutti i giorni. Tutto sembra pesante.
Finita la visita della scuola decidiamo di non andare a visitare lo slum e andiamo direttamente alla nostra scuola professionale a Kibera. Al termine del giro, l'autista riceve una telefonata e ci consiglia di fare in fretta perché è bene portare il prima possibile gli amici italiani all'aeroporto: c'è stata una grande esplosione al Westgate di cui non conosciamo bene i dettagli. Quando ripartiamo vediamo alzarsi una grossa colonna di fumo nero proprio dalla zona del Westgate (che dista almeno km 20!?) e rapidamente cerchiamo di tornare a casa.
La situazione per strada sembra tranquilla, troppo tranquilla perché ci rendiamo conto che siamo abituati a tanti rumori ed un mare di gente che cammina a piedi: non ci sono molte auto in giro e l'aria sembra più appestata del solito. Tutto sembra pesante e scuro anche se riesce fuori un timido sole. Noi continuiamo a chiederci il perché di questa violenza inaudita che genera solo dolore e instilla una grande fragilità al ritmo delle nostre giornate soprattutto se ci dobbiamo spostare dentro Nairobi. Non ultimo il pensiero che vicino alla nostra sede c'è, da un lato, un nuovo grande supermercato e più in là c'è l'Università americana ...
Quanto è  accaduto è una ferita aperta anche perché si sparge la voce che questo è solo l'inizio: i terroristi minacciano di fare altri attentati fino a quando l'esercito del Kenya non lascerà la Somalia. Compatibilmente con internet che va e viene, amici e parenti scrivono da tutto il mondo per sapere come stiamo. E` iniziata una grande catena di solidarietà e preghiere di cui abbiamo molto bisogno. Quello che è accaduto ci costringe a chiederci le ragioni del vivere. Siamo fatti per essere felici: come è possibile commettere questi atti? Il cuore è il luogo del desiderio ... Il male esiste e questo esige una risposta all'altezza della sfida altrimenti vince la disperazione che sfocia nella vendetta. Tutti abbiamo un profondo desiderio di giustizia: è possibile con le nostre misere forze spezzare la catena del male?
Si resta veramente senza parole nel vedere che non bastano le strategie o le analisi politiche e psicologiche. L'immensità di quello che accade ci fa prendere ancora più coscienza che siamo solo dei poveretti e che da soli non andiamo da nessuna parte. Chi ci libererà dall'angoscia che sottilmente corrode il nostro quotidiano tram tram? Solo il ritornare ad affermare, certi anche se feriti, che Uno morendo per noi sulla croce ha vinto il male per ridarci fiducia in noi stessi ed in chi ci passa accanto. Non c'è più spazio per discorsi ben fatti, non si può più barare, non si può giocare a sopravvivere perché si fa sempre più urgente il bisogno di qualcuno che ci aiuti a guardare in faccia la realtà, le nostre paure, il destino delle persone più care, il senso del nostro lavoro.
Abbiamo bisogno di luoghi, di amicizie in cui ci si senti accolti ed abbracciati, in cui insieme si riaffermi la sacralità della vita. Non un cercare di essere perfetti a tutti i costi ma servire il reale per affermare il nostro comune destino buono. E' possibile vivere così? Si, solo se noi ne facciamo veramente esperienza ed allora potremmo essere in grado di condividere questa grande speranza con chi abbiamo accanto."

Antonino Masuri, responsabile Sostegno a distanza AVSI Kenya