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28 Febbraio Feb 2013 1126 28 febbraio 2013

UNICEF con AVSI per la protezione dei bambini nei campi rifugiati in Rwanda

Più di 56.000 rifugiati, provenienti prevalentemente dalla Repubblica Democratica del Congo, stanno ricevendo assistenza in Rwanda dall'UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). La maggior parte dei rifugiati sono sfollati a causa dei conflitti armati e delle violenze verificatesi in RDCongo nel periodo 1996-1998.

La prospettiva per il loro rimpatrio dipende dal miglioramento della situazione di sicurezza nel loro paese, rimasta instabile in molte aree. Nel 2012 gli scontri in RDCongo hanno provocato spostamenti interni di massa nel Nord Kivu e movimenti di popolazione significativi nella vicine Rwanda e Uganda. Nuovi arrivi sono stati registrati e hanno ricevuto assistenza di base presso il Nkamira Transit Centre e successivamente sono stati trasferiti al campo Kigeme.
L'UNHCR lavora in quattro campi (Gihembe, Nyabiheke, Kiziba e Kigeme) con il Governo, attraverso il Ministry of Disaster Management and Refugee Affairs (MIDIMAR), istituito nell’aprile 2010, e con il supporto di numerose ONG internazionali: Africa Humanitarian Action (AHA), American Refugee Committee (ARC) and Adventist Development and Relief Agency (ADRA). Lavora inoltre a stretto contatto con il PAM, Programma Alimentare Mondiale, per fornire alimenti di base e ha stabilito una partnership con UNICEF per gli interventi di protezione dei bambini attraverso AVSI, suo partner operativo. L'obiettivo dell'intervento è quello di rafforzare il sistema di tutela dei minori nel campo profughi e ha due obiettivi principali. Innanzitutto fortificare nella comunità conoscenze e capacità atte a proteggere e a prendersi cura dei bambini a rischio. In secondo luogo stabilire e fornire servizi olistici di riabilitazione per i bambini vittime di abusi, abbandono e sfruttamento.
Per meglio orientare gli interventi è stata realizzata una ricerca che ha riguardato tre campi di rifugiati in Rwanda (Gihembe, Nyabiheke e Kiziba) attraverso l’utilizzo di metodi di ricerca qualitativi e quantitativi, accompagnati da una dettagliata analisi delle fonti secondarie. I dati sono stati raccolti tra metà novembre e metà dicembre 2012 attraverso questionari, gruppi di discussione e interviste. In totale 598 persone hanno risposto ai questionari, 315 genitori o facenti veci e 283 bambini sono stati intervistati, 30 persone tra i membri dei Comitati di Protezione dell'Infanzia, leader religiosi e comunitari, insegnanti e 25 persone tra funzionari governativi, organizzazioni internazionali e organizzazioni non governative hanno partecipato ai gruppi di discussione.
Nel complesso la ricerca ha portato a risultati soddisfacenti mostrando come nei tre campi fosse già in atto un percorso per la protezione dell'infanzia. Tuttavia sono state identificate alcune sfide: rafforzare la relazione genitore-figlio e aiutare il miglioramento della comunicazione tra i due soggetti; creare un ambiente protetto nei campi sovraffollati dove si registra un tasso di natalità elevato e la razione di cibo è stata recentemente ridotta a meno di 2.000 Kcal al giorno per persona portando a una grave insicurezza alimentare per tutti i profughi (il 71% dei genitori ha dichiarato che è in grado di nutrire i figli solo una volta al giorno); promuovere l’educazione per evitare il ripetersi di azioni violente contro i minori e per creare opportunità economiche. Fino ad ora, infatti, l'istruzione secondaria è accessibile solo per coloro che sono in grado di pagare le rette scolastiche. In un contesto in cui l’80% dei genitori è disoccupato ben pochi ragazzi e ragazze del campo hanno la possibilità di proseguire la loro istruzione superiore al di là della scuola media inferiore.