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20 Novembre Nov 2012 1417 20 novembre 2012

Da ReporterNuovo.it: Il cortile asfaltato e il the delle cinque. Storie di rifugiati siriani in Giordania

“Si muovono a piedi, con poche cose. Molti di loro sono bambini, anche piccolissimi. Arrivano stremati e sconvolti per ciò che hanno visto in Siria, la loro patria d’origine, per ciò che lì hanno perso, per ciò che li aspetta”. Teresa Spadaro, ventiquattrenne volontaria dell’AVSI ad Amman descrive così il panorama umano che ogni giorno le si pone davanti quando va a lavorare nel campo di accoglienza dei profughi siriani. Questi ultimi “non sono dissidenti, non sono sunniti, sciiti, alawtiti, cristiani, non sono rivoltosi”; in queste circostanze, spiega Teresa, “sono solo padri e madri di famiglia, anziani allo stremo delle forze e bambini sotto shock”.
“I più fortunati”, infatti sono coloro che sono arrivati prima di luglio 2012 e che abitano nelle zone urbane. Chi non ha avuto questa sorte ed è arrivato dopo ha dovuto affrontare il cosiddetto inferno di Za’atari. La volontaria ci racconta qual è l’iter che devono seguire per essere accolti in Giordania dalle associazioni umanitarie: “Il primo passo è la registrazione all’UNHCR, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati. Senza quel vitale pezzettino di carta, che ogni brava madre di famiglia custodisce in più copie sempre in borsetta o in tasca, non si ottiene nulla. Anzi, non sei nulla, nessuno”.
Poi, racconta Teresa, “diventi un numero”. Ad ognuno viene assegnato un codice identificativo, e “se sei fortunato ottieni una visita medica di base, la divisa per la scuola, delle coperte, un voucher per l’affitto”. “Purtroppo sei un numero – spiega la giovane volontaria – e non sai quanti ce ne sono prima di te. Così magari ti ritrovi con due figli iscritti a scuola e uno no; la divisa scolastica e la retta pagata, ma senza zaino, quaderni e penne. Oppure rientri nel progetto medico ma non in quello di distribuzione”.
Secondo i dati riportati dalla Spadaro, a distanza di più di un anno e mezzo dallo scoppio delle rivolte in Siria sono circa 230 mila i rifugiati siriani in Giordania. Ogni notte attraversano il confine circa 500 persone “tra i fuochi dell’esercito siriano e quelli dell’esercito giordano che dovrebbe proteggerli. E il loro numero è destinato ad aumentare”.
Il problema dei rifugiati “nonostante l’impegno del governo giordano, dell’Onu e delle ong” secondo Teresa “non è per nulla facile da gestire”. Ma il progetto dell’AVSI costituisce un’eccezione. “Il progetto è piccolo – racconta la volontaria – i beneficiari non sono molti, ma la qualità del lavoro e la centralità della persona restituisce senso al nostro impegno”. Nello specifico, Teresa si occupa di un servizio di doposcuola.
“Attraverso l’insegnamento di arabo, inglese e matematica offriamo a circa 70 bambini la possibilità di passare il pomeriggio con i loro coetanei nella serenità di un ambiente pulito e tranquillo”. La volontaria ci racconta anche la storia di Jeina, “una bellissima bambina di cinque anni” che “dopo aver ricevuto il suo mantello da superwoman, fatto solo con un foglio di carta colorata, non ha smesso di sorridere per tutta la giornata e non l’avrebbe tolto più se non fosse stato per la mamma che la invitava a mangiare”.
Per non parlare della gioia dei piccoli quando ricevono il loro kit per la scuola: “Una borsa in tela, due quaderni, una scatola di colori, due matite, gomma e temperino: come fossero la cosa più bella del mondo. Incontro questi bambini due volte a settimana: non dimenticherò mai i visi contenti e le espressioni di lode quando le famiglie vedono che ogni bimbo riceve una merenda giornaliera”. Il lavoro la porta a relazionarsi anche con gli adulti. “Un gruppo di donne mi aveva invitata a sedermi a terra con loro. Mi chiedevano: ‘Come ti chiami?’ ‘Che fai qui?’ ‘Hai figli?’ ‘Possiamo farci una foto insieme?’ ‘Quanto sei bella!’. E così incontri l’altro. E vedi come la dignità può trasformare il cortile e l’asfalto che ci accoglie in un salotto dove puoi prendere il tuo the delle cinque”.
Per Teresa, ogni giorno che passa è una scoperta. “Saranno pure numeri o persone”, racconta, “ma quello che per fortuna rimane sono i sorrisi: di chi viene a scuola, di chi scambia due chiacchiere, della mamma che ha ricevuto il pacco, del bambino che gioca e, perché no, anche del mio”.

20 novembre 2012 - di Elisa Gerardis