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22 Agosto Ago 2012 1234 22 agosto 2012

Dal Sussidiario.net: la storia di Agnes e quella felicità dentro una collana

Credevo di andare in Uganda per un progetto di formazione e ho ricevuto una grande lezione di vita.
Ho partecipato alla scuola di comunità che Rose tiene a Kampala, da padre Tiboni, missionario comboniano da una vita in Uganda. Ringrazio Corrado che con quel suo fare semplice mi ci ha portata come se fosse la cosa più logica del mondo “sto andando lì. poi tu vieni a cena da noi. E’ sulla strada, quindi vieni anche tu. Se non vuoi ascoltare, fai altro e mi aspetti”.
Il mio inglese da muzungo mi obbliga a tirare le orecchie. Rose sta leggendo un testo a voce alta per capire cosa c'entri con noi Cristo. In una stanza giovani ugandesi intervengono. Sarà la traduzione del libro o la profondità del messaggio universale, ma mi sorprendo per come riesco a seguire. Le parole e i sentimenti che questi ragazzi esprimono senza pregiudizi vanno dritti al punto riscrivendo un nuovo linguaggio del cuore, semplice e profondo. “Ma se Gesù è sempre con me, è anche in discoteca quando ci vado al sabato a ubriacarmi?” Penso alla nostra Italia e a quel modo sempre così difficile e “troppo intelligente” di affrontare ogni cosa che mi ha fatto sempre scappare da una domanda come questa.
La freschezza con cui in Uganda ho sentito parlare di Cristo, mi ha sorpreso. Onestamente non so dire se sono capace di riconoscerlo in me, ma come ne ho sentito parlare da questi ragazzi mi ha fatto stare bene. Sono diventata elettrica. “The word became flesh” Me lo hanno ricordato gli ugandesi leggendo Leopardi. “Beauty, Justice and Truth were a man, born of a woman, who walked on the roads of the world.” Semplice no? Se invece guardiamo all’umanità come a un problema da risolvere, non abbiamo capito nulla. Riconoscere che anche la donna più povera e più malata ha un valore che è intrinseco nella sua umanità è iniziare, forse, a capire davvero qualcosa della vita. Della nostra vita.
Agnes, 42 anni e quattro figli, me lo ha fatto capire molto bene. Agnes è la responsabile del laboratorio di sartoria del Meeting Point International di Kampala, diretto da Rose Busingye. Dopo le belle collane di carta riciclata, ora le donne di Kireka si sono messe a fare borse di stoffa, mettendo insieme il loro saper fare e il loro invincibile ottimismo. Con il ricavato acquistano i farmaci antiretrovirali e mandano a scuola i loro ragazzi. Intanto hanno già aiutato la costruzione di una scuola secondaria per 400 ragazzini. Il Meeting Point International è una organizzazione non governativa partner di AVSI che, attraverso il sostegno a distanza e al lavoro delle donne, si prende cura di 5mila persone, soprattutto madri malate di Aids e bambini orfani della guerra o della malattia.
Sono poche le donne che sanno leggere e scrivere, quasi nessuna ha studiato, e così Agnes si preoccupa che tutte abbiano capito come rifinire un’asola o come fare bene un orlo. Traduce tutto, prima in inglese, poi in Luganda, la lingua dell’etnia Buganda, e infine in Acholi, la lingua del nord Uganda, squassato per anni da una feroce guerra che rapiva bambini e donne obbligandoli a fare cose orribili, impossibili da dimenticare. Neppure Agnes dimentica, anche se non ne vuole parlare. Per quasi 10 anni ha vissuto con i guerriglieri. E’ stata rapita a Kitgum e trascinata nel bush. Ha dovuto uccidere e partecipare agli attacchi nei villaggi contro la sua stessa gente, altrimenti sarebbe stata ammazzata. Ma un giorno riesce a fuggire. La sua famiglia però non la vuole più. Troppa paura aveva fatto. Per gli altri rimane una guerrigliera. Lascia Kitgum per trasferirsi dalla zia a Kampala, ma neppure lì riesci a trovare pace.
“Un giorno al mercato stavo vendendo fagioli e una donna, che si rifiutava di pagarmeli, mi urlò “cosa credi di fare? di uccidermi come hai sempre fatto? Fui scioccata. Da allora la mia vita precipitò nuovamente. Intanto mi stavo ammalando. Stavo sempre male. Non riuscivo più a muovermi, non camminavo. Mi urinavo addosso. Anche mia zia mi aveva abbandonato. Dormivo su un cartone e non mangiavo più. Quando mi trovò Rose, mi portò immediatamente all’ospedale per farmi curare e fare il test dell’Hiv e della Tbc che risultarono positivi. Per un mese Rose è venuta a lavarmi e nutrirmi tre volte al giorno. Una volta dimessa dall’ospedale, mi trovò anche una stanza dove stare. Intanto mi domandavo chi fosse mai questa donna, l’unica persona che sembrava amarmi per quello che ero, senza chiedermi nulla.
Un giorno mi chiese se ero cosciente che io avevo un valore, nonostante la malattia. Questa donna davanti a me, che non conoscevo, ma che sapeva tutto di me, mi stava dicendo che con l’amore ogni essere umano, chiunque sia, può cambiare e può essere curato, anche senza medicine. Avevo ritrovato Cristo. Il calore del cuore che ho trovato nelle donne del Meeting Point International mi ha curato. Avevo nuovamente fiducia in me stessa.” Con le nuove amiche Agnes si è rialzata e ha ripreso a vivere. Con felicità. È diventata elettrica. Come un flesh. «Oh, voi misteriose galassie, io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. – Scriveva l’astrofisico Enrico Medi, la cui causa di beatificazione è in corso. - Io prendo voi stelle nelle mie mani, e tremando nell’unità dell’essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse, e in preghiera vi porgo al Creatore, che solo per mezzo mio voi stelle potete adorare».
One heart. Un cuore unico, è il loro motto. “Non importa chi tu sia o da dove venga, il cuore è unico – spiega Rose - perché chiede sempre la stessa cosa: amore. Che tu sia ricco o povero, l’essere umano vuole essere amato. Tutto qui.” Nonostante il passato e nonostante la malattia, ogni giorno Agnes e le donne di Kampala ballano e cantano. Vivono sempre in uno slum, è vero, senza acqua potabile e senza corrente, ma sono felici. Vivono con modi diversi dai nostri, è vero, ma sono felici. A volte una collana o una borsa non viene troppo bene, ma ridendo e prendendosi in giro, ricominciano da capo, senza problemi, con quella loro semplicità che ti riporta all’infanzia. A quella felicità pulita e sincera senza peccato, fatta di sorrisi e di cuore.
E' arrivato il giorno di tornare a casa e Teddy e Agnes mi fanno la piacevole sorpresa di accompagnarmi all’aeroporto. In taxi accendo la radio. Musica ugandese. Let’s dance! Il driver ci guarda con un’espressione quasi di rimprovero. E’ un uomo e queste stupidaggini di ballare in auto lo fanno solo le donne! Teddy mi dice: “sai cosa mi ha veramente impressionato quando sono venuta in Italia? Vedere uomini e donne, anziani, passeggiare insieme”.
Ero partita per l’Uganda cercando di immaginarmi come avrei potuto spiegare a queste donne come fare nuovi modelli di collane e di borse e sono tornata con la certezza che sono capaci di fare molto di più. Da sole. Magari senza seguire i nostri canoni. Magari senza saper scrivere “un progetto”. Ma se sono capaci di starti di fronte, così libere e felici, come lo sono state con me, dopo quello che hanno vissuto, certamente non sarà un problema infilare un ago.
(Elisabetta Ponzone)
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