News
23 Marzo Mar 2012 0948 23 marzo 2012

“Job o la tortura dagli amici”, a teatro per ATS pro Terra Sancta e AVSI

Martedì 3 aprile, ore 21.00, presso il Cinema Teatro Manzoni di Busto Arsizio (VA) in scena “Job o la tortura dagli amici”, uno spettacolo di Fabrice Hadjadj per la regia di Andrea Carabelli a favore dei progetti educativi di ATS pro Terra Sancta sostenuti da AVSI. L’iniziativa è promossa da Fondazione San Giacomo.

LO SPETTACOLO - Un senso della vita, una ipotesi di concezione di essa la si ricava essenzialmente dalla posizione che si assume di fronte al dolore e più di ogni altro dolore di fronte alla morte. Giobbe è costretto a riflettere sul senso della vita proprio perché si trova in una condizione di dolore: fisico, mentale e spirituale. Sopra un letto d’ospedale osserva dalla finestra la bellezza del creato così magnificente ora che è primavera; da qui la domanda anzi il grido con cui manifesta la terribile contraddizione rispetto alla sua condizione di infermità.
Dal prologo iniziale tra Dio e il diavolo scaturiscono tutti i dialoghi di Giobbe con le persone a lui più care. Dopo aver fallito mettendogli contro i nemici ed ogni sorta di avversità, il diavolo prova ora l’ultima carta, mettergli contro gli amici. Che cosa significa metterglieli contro? Se sono amici è perché vogliono bene a Giobbe. Ma a lui che vorrebbe solo una mano da stringere per accompagnarlo in questo supplizio, propongono una soluzione che tentativamente sistemi, anestetizzi o dimentichi il dolore.
Ognuno dei personaggi rappresenta dunque non solo una persona cara a Giobbe ma anche una concezione di vita, una “soluzione” che impedisce proprio il rapporto con il malato.
Ogni personaggio che segue rappresenta un passo in più rispetto al precedente, anzi sembra quasi generarsi dallo sviluppo del dialogo appena trascorso. Da qui l’idea di farle rappresentare tutte da un solo attore. Come anche a dire che queste posizioni sono tentazioni di ogni uomo.
Le posizioni umane dunque sono sempre più serie, fino ad arrivare all’ultimo, Elihu, il padre confessore, disposto realmente a dialogare con lui e pronto a dargli i consigli più veri e sinceri. Ma anche lui, per un amaro destino di circostanze cederà e si allontanerà.
Eppure l’ultimo monologo non è un soliloquio di chi rimane da solo di fronte al Mistero, ma un dialogo con la Gioia di cui si è sentita la presenza per tutto il dramma e che ora finalmente si può nominare. Dalla contraddizione alla constatazione, dall’assurdo all’amore.

Per maggiori informazioni:

www.fondazionesangiacomo.it