News
14 Novembre Nov 2011 1257 14 novembre 2011

Dal Sussidiario.net: A SCUOLA CON AVSI NEL MONDO. In Nigeria i bimbi lavorano per comprarsi i libri.

LAGOS - Piove a dirotto questa mattina, l’ora di punta in cui tutti si mettono in strada per andare al lavoro o a scuola. Due ore di traffico caotico e alle 7 sei a scuola puntuale, poi aspetti fino alle 8.00 che la scuola cominci, è ancora un po’ buio e ne approfitti per dormire un po’, sui gradini o sulle sedie; se non è allagato molti giocano correndo nell’ampio cortile della scuola. Non si può partire più tardi e pensare di essere a scuola alle 8, il traffico a Lagos è come un mostro misterioso: se parti alle 6 arrivi alle 10, se parti alle 5 arrivi alle 7. Ma c’è un’altra possibilità se parti più tardi e vuoi arrivare puntuale: invece di utilizzare i pulmini dei trasporti pubblici, guidati da autisti pazzi, assolutamente non sobri, devi accettare di utilizzare l’“okada”. Il nome okada deriva da una vecchia compagnia aerea nigeriana, per ovvi motivi non più in uso, ma il nome è ora prestato a queste motociclette-taxi: uno scooter, un autista spericolato, e 4 o 5 bimbi stipati un po’ davanti e un po’ dietro l’autista. Pioggia o no, lui ha la sua velocità e quella mantiene: anche così puoi arrivare a scuola.
Avendo piovuto abbondantemente, la strada e il cortile della scuola SS. Peter and Paul a Lagos in questi giorni sono allagati, i nostri bimbi danno la caccia ai granchi e ai pesci: arrotondano il pasto! Quando escono da scuola si tolgono sandali e calze bianche e camminano nel fango fino alla strada principale, i fratelli più grandi si caricano sulle spalle i più piccolini, così calze e sandali sono pronti per domani per rientrare a scuola in ottimo stato.
In settembre, pochi giorni prima che iniziasse la scuola, mentre entravo nel cancello della clinica St. Kizito ho visto un bimbetto con in testa un grande vassoio pieno di “plantain”, un particolare tipo di banana. Fermo la macchina, lo faccio entrare in clinica e comincio a fargli qualche domanda. Non è che fermo tutti i bimbi che vendono qualcosa per strada (non farei un passo altrimenti), ma lui è vicino al cancello della clinica e la sua faccetta mi incuriosisce. “Ciao, come ti chiami?” “David”. “Quanto costano?” “200 naira” (in pratica, con 1 euro compri 4 grosse banane da friggere), ne compro 8, poi penserò a come friggerle, e intanto “...ma vai a scuola?”, lui “sì” “e che classe fai?” “la quinta elementare”; è un po’ piccolino per la sua età, e subito mi salta in mente il mio schema sulla malnutrizione e le statistiche dei bambini di statura bassa in rapporto all’età. Ritorno a David e mi faccio dire bene dove va a scuola, quando comincia, e mi dice che - come pensavo -  vende il plantain per pagare la retta scolastica. La conosco la sua scuola, è un buco dentro la baraccopoli di Ilasan, ma è la sua scuola, è quello che può permettersi, “hai mangiato stamattina?” gli chiedo, ma è troppo timido e dignitoso per dirmi che avrebbe fame, “tieni il resto, ciao”, si sta guadagnando il suo pane quotidiano, si sta guadagnando la sua retta scolastica questo piccolo grande ometto!
Se vuoi andare a scuola e sei fortunato perché non devi vendere, devi comunque assolutamente lavorare, a casa o per altri: le bimbe possono lavare i piatti dei “ristoranti” a bordo strada, chinate in due su due bacinelle d’acqua, una per insaponare e una per sciacquare, i maschietti anche a 4 o 5 anni trasportano giare d’acqua di diversi chili per la famiglia. Normalmente chi ha la fortuna di andare a scuola deve assolutamente lavarsi e stirarsi da solo la divisa della scuola, insieme agli altri suoi indumenti che, per fortuna in questo caso, non sono mai molti.
AVSI a Lagos gestisce due scuole, entrambe comprendono scuola materna ed elementare, SS Peter and Paul e St. John, rispettivamente con 430 e 380 studenti. Quasi tutti i bambini delle scuole sono sostenuti a distanza da AVSI e grazie al progetto “Adotta un’opera”.  SS Peter and Paul si trova a Ikate Elegushi e St. John a Oreta, Ikorodu. Le due scuole sono separate dalla laguna di Lagos, 30 minuti con la barca presa in prestito dai pescatori del villaggio vicino, o 3 ore in auto. Entrambe, grazie al sostegno a distanza, accolgono ed educano i più bisognosi.
L’altro giorno sono rimasta alla SS Peter and Paul un po’ di più, erano ormai andati via tutti, erano rimasti a scuola solo 5 bimbi, insieme ai guardiani. Bimbi dai 3 ai 7 anni, da soli a scorrazzare per il cortile della scuola, avanti e indietro dal primo al secondo piano forse in Italia senza un adulto non li lascerebbero mai, ma qui la mamma li va a prendere quando può e loro aspettano tranquillamente anche fino alle 5 o 6 di sera; del resto sono fortunati perché i genitori li vanno a prendere, altrimenti dovrebbero arrangiarsi.
Chiacchieriamo un po’, chiedo alla bimba più grande perché viene a questa scuola “perché qui le persone sono gentili, non mi picchiano, e poi la mia mamma ha detto che devo venire in questa scuola perché qui le maestre non rubano i soldi, non rubano quello che porto a scuola”.  Sembra scontato, stiamo parlando di una scuola, ma se la bambina dice questo ha le sue ragioni: nelle scuole pubbliche possono esserci fino a 90-100 studenti, con insegnanti non sempre presenti, il banco lo puoi portare da casa, così come pure la sedia; i libri sono assolutamente facoltativi. È difficilissimo imparare qualcosa in queste condizioni, rispetto a questo immenso bisogno AVSI gestisce un minuscolo centro di aiuto pomeridiano. È la Joy Boat, la barca della gioia, perché è nata per i bimbi che provenivano da un villaggio di pescatori: il giorno a scuola e il pomeriggio a pescare o rassettare reti. È l’amicizia decennale di Paola con questi ragazzi che fa miracoli: lei con pazienza insegna loro a leggere. Del resto è normale che in quelle condizioni a 12 anni non sappiano ancora leggere, quando anche la mamma fa pressione sul figlio perché lasci la scuola e cominci un “lavoro più remunerativo”. Paola a forza gli mette in testa le tabelline, AVSI gli regala i libri di testo, il dizionario, i quaderni, eccetera, e poi feste e balli a casa di Paola!  E per loro quella è la loro famiglia!
Insomma, andare a scuola non è assolutamente scontato e soprattutto non è un peso, ma una conquista. I nostri bambini fanno tanti sacrifici per andare a scuola, moltissime volte sono i bimbi che insistentemente chiedono ai genitori di andare a scuola, di risparmiare i soldi per le rette scolastiche, lavorano per guadagnarsi qualcosa per comprarsi i libri, per pagarsi il mezzo di trasporto per arrivare a scuola. E a casa (chiamiamo pure così la baracca di legno o mattoni in cui vivono in sei in una stanza senza bagno, luce e acqua) non hanno certo la possibilità di fare i compiti e tanto meno di giocare. Un genitore raccontava che come punizione per sua figlia le aveva detto che il giorno dopo non sarebbe andata a scuola; la figlia ha pianto tutto il giorno finché il padre ha ceduto e poi è venuto da noi a scuola incuriosito: “ma cosa c’è in questa scuola?!”.
Gli insegnanti hanno cominciato l’anno con l’obiettivo di elevare il livello in matematica. È il tormentone di quest’anno, dobbiamo assolutamente migliorare in matematica, prima di tutto gli insegnanti e poi gli studenti. Abbiamo fatto un test di matematica agli insegnanti: occorre rimboccarsi le maniche e lavorare, e molto. Così abbiamo iniziato l’anno accademico con un corso di aggiornamento, la prima fase di un lungo percorso. Ma il cuore della formazione continua degli insegnanti è il seminario che abbiamo fatto ad aprile 2010, sui temi de “Il Rischio Educativo” (opera di Luigi Giussani, 1995, ndr), è stata una scoperta per gli insegnanti. L’insegnante di inglese ha detto: “guardando i miei studenti ho scoperto che hanno dei talenti e il mio lavoro è aiutarli a tirarli fuori”: è un inizio di qualcosa di nuovo.

Barbara Pepoli,  AVSI

www.ilsussidiario.net