Case Study
20 April Apr 2019 1046 20 April 2019

Storie di cuoio. Con Tommasi e Perrotta in Uganda il calcio parla italiano

Con l’Associazione italiana calciatori e la ong Avsi hanno inaugurato un campo di calcio che rientra nel progetto #Goal4Uganda: studio e sport il “cibo” dei giovani

Goal4uganda Partita

Testo di Vincenzo R. Spagnolo - foto di Mattia Marzorati

Derrik avanza leggero, col pallone vicino al piede destro. Azzarda un dribbling che ha visto fare in tv da un campione della Premier League. Non gli riesce, ma vince un rimpallo e passa a un compagno. Nel nugolo di ragazzini in movimento, il pallone viaggia in avanti. Quando alla fine entra in porta, le urla di gioia salgono fino al cielo, strappando un gran sorriso agli ex campioni della Roma e della nazionale italiana Simone Perrotta e Damiano Tommasi, che pure di scene d’esultanza dopo un goal ne hanno viste e vissute a bizzeffe.

La partita, organizzata dall’Associazione italiana calciatori, si gioca su un campo di calcio d’erba, con le righe di gesso e le porte con la rete. Una piccola macchia verde nella grande collina di terra rossa di Kireka, uno degli slum più popolosi di Kampala, capitale dell’Uganda. Fra i tanti quarters, le zone che compongono la baraccopoli, c’è Acholi. Si chiama così perché accolse una parte della tribù degli Acholi, fuggita dal nord del Paese dopo decenni di guerra civile. Qui sorge la scuola primaria e secondaria «Luigi Giussani», costruita nel 2005 per volontà di un gruppo di donne sopravvissute a violenze agghiaccianti e contagiate dall’Hiv, ma col sogno di poter dare ai propri figli una buona educazione e un futuro lontano dagli orrori della guerra. Spaccando e vendendo le pietre di una cava e realizzando decine di migliaia di collane di carta colorata, hanno sostenuto una parte delle spese di costruzione della scuola, diventata oggi un centro educativo d’eccellenza in un contesto di povertà estrema.

Qui si insegna in modo differente, racconta Matteo Severgnini, educational advisor della fondazione Avsi, Ong impegnata nella cooperazione, presso la scuola Giussani: «In molte scuole ugandesi, si crede che l’unico modo per ottenere risultati dagli alunni siano le punizioni corporali – spiega Severgnini –. Sono all’ordine del giorno le 5 vergate sulla schiena di fronte alla classe, un modo per punire gli studenti indisciplinati».

Il motivo? «Se gli studenti superano gli esami, maggiori sono i guadagni per la scuola. E le scuole sono un grande business in Uganda, un Paese in cui oltre la metà della popolazione, circa 35 milioni, ha meno di 15 anni». Alla scuola Giussani, prosegue Matteo, «non si picchia. Si cerca di guardare al singolo studente, individuando la strada più adeguata per raggiungere il suo cuore e per farlo crescere». E nel cuore degli alunni, accanto ai libri, trova posto il football, giocato e sognato da molti piccoli ugandesi. Così, all’Avsi, all’Associazione calciatori e al Cdo sport è venuta l’idea di dare agli studenti un campo di erba vera, come quelli che vedono in tv, e degli 'allenatori' d’eccezione per ragionare su fondamentali, tattiche e valori. Dall’intuizione ha preso forma, con un investimento di poche migliaia di euro, il progetto «#Goal4Uganda».

E nei giorni scorsi, uno staff tecnico – capitanato dal presidente dell’Aic Tommasi e dal responsabile del Dipartimento junior Perrotta – è volato a Kampala, per «insegnare il “buon calcio” a 350 ragazzi e ristrutturare il campo della scuola». La settimana di scuola-calcio era rivolta a studenti e studentesse tra i 13 e i 17 anni. «Sono stati giorni intensi, circondati dall’amore di tanti giovani, entusiasti come pochi per un piccolo campo da gioco – ricorda Perrotta – Anche se per molti può sembrare qualcosa di insignificante per i 350 studenti dalla scuola Luigi Giussani, quel prato in mezzo al nulla rappresenta un simbolo di riscatto, una finestra verso una vita migliore».

Pensieri analoghi attraversano la mente di Ciccio, Maurizio, Mennato, Simone e Stefano, ex calciatori professionisti e membri dell’Aic, che hanno fatto da “istruttori”, o meglio da “traduttori” di un qualcosa che non ha bisogno di mediatori culturali o di interpreti, che ha nel pallone che rotola il suo unico vocabolario. Fra tiri e palleggi, loro hanno spiegato ai ragazzi che il calcio è una scuola di vita, anche per chi non diventerà un professionista del football. Una scuola di valori, in mezzo alle tremende difficoltà della vita nello slum di Kireka. «Fa un certo effetto se pensi che, pochi metri fuori da quella bella scuola, con le aule perfette e le finestre sempre aperte, quegli stessi ragazzi vivono in case di pochi metri quadrati senza corrente elettrica, senz’acqua corrente e con una buca nel terreno che chiamano “bagno” » considera Fabio Poli, avvocato e direttore dell’Aic.

Scorrendo le foto che ha riportato indietro dall’Africa nella memoria del cellulare, Poli ripercorre le emozioni vissute: «Arrivi in Africa, ti vengono incontro i bambini e pensi: ecco, qualcuno di loro vorrà essere un calciatore. Appena gli daremo un pallone, tutti vorranno mettere in mostra le loro doti tecniche o fisiche». E invece? «Invece tiri fuori il pallone, su uno spiazzo in terra sotto il sole, e capisci che il tuo modo di pensare è lontano da quello che succederà». All’inizio, prosegue Poli, «è bastato qualche zaino buttato in terra per fare le porte, e insieme a una torma di bambini abbiamo giocato a calcio senza regole. Si faceva fatica a distinguere le due squadre, forse non c’erano neanche! C’erano due porte e tanti bambini e bambine, molti scalzi. Ma nessuno, neanche i più piccoli, si è lamentato dei pestoni».

Prima dell’avvento del campo d’erba, non c’erano linee di fondo, fuorigioco o sostituzioni: «Solo due porte, più o meno, ma senza portieri. Eppure, c’era tutto quello che ci doveva essere: un pallone, i bambini e tanta gioia». Il calcio, insomma, nella versione di strada, quella più pazza e più pura giocata nelle favelas di Rio o nelle viuzze di Palermo. Grazie al progetto, tuttavia, ora Derrik, Katia, Karima e gli altri ragazzi della Giussani, insieme a insegnanti come Francis, Dixon e Allan, hanno appreso qualcosa in più: «Il modo in cui i nostri istruttori hanno trasmesso a alunni e docenti un modello di 'utilizzo' del calcio è la vera ragione per cui siamo andati fin lì – ragiona Poli –. Lasciamo alla scuola non tanto un campo da calcio ma una nuova 'piazza', intorno alla quale aggregarsi e fare sport. E chissà che proprio la pratica sportiva, magari tra tanti anni, non diventi un’opportunità per alcuni di loro».

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