Tre giorni in Lituania di Mario Frigerio tratto dal "Noi della Sacchi" |
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Lituania, Vilnius, 21 agosto 2008 - Le voci nell’oscurità della strada si fanno più alte. Una bottiglia s’infrange sul selciato. S’alza, acuta e impastata, la protesta della ragazza. Una voce maschile risponde, monotona e profonda. Gli altri del gruppo ridono. Ultima notte a Vilnius, sdraiato sul letto, gli occhi aperti a guardare il soffitto. Due mesi fa la chiamata di Marco: “Vado in Lituania tre giorni con mio nipote. Vieni?” Lui è membro autorevole del Gruppo Adulti di CL e lavora per una società che si occupa di servizi all’esportazione in tutto il mondo. Da un anno almeno parliamo di far visita agli amici di Sotas, un’organizzazione benefica sostenuta dall’Associazione Gerolamo Sacchi, per salutarli e vedere le loro opere. Gli dico di sì, andrò con mio figlio. All’aeroporto ci accoglie Darius, capelli lunghi da vichingo: scopro subito che il suo italiano è migliore del mio. Percorreremo la Lituania con lui, la moglie Kristina e il piccolo Simonas, a bordo del suo Ulisse blu, sgangherato ma efficiente. E intanto lui mi parlerà del suo paese e degli anni bui del dominio sovietico: le truppe russe abbandoneranno definitivamente la Lituania soltanto nel 1993, lasciandosi alle spalle immensi danni e devastazioni, non solo materiali. Marco poi mi dirà che Darius e la sua famiglia, come molte in Lituania, portano ancora nel cuore la ferita di indicibili lutti e sopraffazioni. Non si può capire la Lituania, paese piatto di laghi e foreste e di lunghe, bellissime e rettilinee strade nel verde, senza conoscere almeno in parte la sua storia. Una storia antichissima, innervata originariamente da una profonda e complessa spiritualità pagana, per la quale un variegato pantheon di divinità sovrintende alle vicende umane e si manifesta negli elementi naturali: divengono così sacri e venerati il sole, la luna, i corsi d’acqua e in particolare gli alberi. Dopo il battesimo del re Mindaugas nel 1251, il cattolicesimo diverrà nel tempo la religione largamente prevalente nel paese, oltre che simbolo dell’identità nazionale, fattore di coesione e ancora di salvezza nei tempi tenebrosi delle dominazioni nemiche. La piccola Lituania dovette subire infatti il giogo straniero per lunghissimi anni della sua storia: il regime zarista per tutto l’ottocento e, dopo una breve parentesi d’indipendenza, l’invasione dei soldati del Reich e poi l’occupazione lunga e greve dei sovietici, con il suo doloroso corollario di repressione e deportazioni nei gulag siberiani. Il vento fischia, insinuandosi tra le croci. Il cielo, plumbeo e gonfio, lascia cadere rade gocce di pioggia. Siamo alla Collina delle Croci, poco distante dalla città di Šiauliai: alta poco più di una decina di metri, è il simbolo del dolore, della fede e della speranza del popolo lituano. Le prime croci apparvero durante l’insurrezione contro lo zar del 1831, sulle segrete sepolture degli insorti uccisi. Ad esse si aggiunsero quelle piantate dalle famiglie dei deportati in Siberia, fino a diventare decine e decine di migliaia. Più volte i sovietici spianarono l’altura con le ruspe, ma sempre nella notte le donne lituane tornavano a piantare la loro croce, nel ricordo testardo e straziato degli affetti perduti. Nel silenzio assoluto, s’ode soltanto il tintinnio delle piccole croci, mosse delicatamente dal vento, appese a grappoli alle più grandi. Poco lontano, un convento di frati francescani. Nella cappella, l’altare guarda, attraverso una grande vetrata, alla collina scura di croci: l’ultimo grido del Dio che si offre alla morte accoglie in un abbraccio la sofferenza di un popolo. A sera ci accoglie Palanga, linda e graziosa cittadina affacciata sul Baltico, meta turistica privilegiata dei lituani per la sua spiaggia di sabbia fine, che si estende per quasi venti chilometri di lunghezza. Ma l’incontro vero con la bellezza di questo mare lo avremo all’indomani quando, attraversata la penisola curlandese, una lingua di terra coperta da pinete, giungeremo alla duna di Parnidis: una straordinaria montagna di sabbia bianca affacciata sull’azzurro del mare, modellata dal vento e tanto vasta da richiamare un deserto. E dopo lo splendore della natura, scopriremo a sera la bellezza e l’accoglienza di questo popolo. Marco ci svela, infatti, che ci attende l’incontro con la piccola comunità lituana di CL. L’auto si inerpica su strade sterrate, sconosciute e avvolte dal verde dei boschi, che il buio incipiente rende più scuro. D’un tratto, una radura, una casa di legno, una tavola imbandita, luci e voci. Meraviglia di sentire molti parlare italiano. Tra gli altri, anche Paola e Cristiana di Sotas. Il calore immediato dell’accoglienza si fa canto e poi danza: vorremmo fermarci qui sempre, in questa piccola casa nel bosco, alla luce di questa luna rossa alta nel cielo, avvolti dallo stupore di un destino e di un affetto comuni, noi, così lontani eppure così vicini, così uguali. E, mentre l’auto riparte, tutto questo diviene subito nostalgia d’un ritorno. L’indomani, finalmente, visitiamo la sede di Sotas, in uno dei quartieri più poveri di Vilnius. L’edificio è fatiscente, ma i locali, pur arredati sobriamente, sono pieni di luce e accoglienti. Vi incontriamo nuovamente Paola e Cristiana, due giovani italiane che hanno lasciato la loro terra per rispondere con generosità ai bisogni di questa, che adesso è la loro gente. Paola, da otto anni a Vilnius, arriva da Concorezzo: ci parla del suo lavoro con passione. Il suo volto è luminoso e sereno, anche se le parole che ricorrono sono abbandono minorile, divorzio, alcolismo, povertà, emarginazione. L’attività di Sotas si rivolge alle famiglie a rischio, dove alcol e violenza uccidono gli affetti, alle donne sole che non riescono a trovare lavoro, ai giovani, disagiati, orfani o abbandonati. Sotas collabora anche con un istituto di Vilnius dove sono ospitati circa centocinquanta bambini e ragazzi tra gli otto e i diciotto anni, in buona parte orfani di entrambi i genitori: gli altri sono stati sottratti ad una realtà familiare fatta di maltrattamenti, tossicodipendenza, delinquenza. Allo scadere dei diciott’anni, questi ragazzi verranno dimessi dall’istituto e resteranno soli ad affrontare la vita, senza una famiglia, senza una casa, senza mezzi di sostentamento: facile per loro, se non inevitabile, scivolare nel dirupo della delinquenza o della prostituzione. Di fronte a questi enormi problemi, aggravati dalla mancanza di strutture di base e di operatori sociali adeguatamente preparati, stanno l’impegno, la grinta, la competenza di Paola, Cristiana e dei loro colleghi lituani. Sotas ha aperto anche un centro diurno, che accoglie ragazzi del quartiere dai sette ai quattordici anni, la maggior parte con problemi familiari. Paola ci mostra le foto, e ad ogni nome pronunciato corrisponde un sorriso affettuoso. “Qual è il tuo sogno, Paola?” Risponde senza esitazione: “Vorrei riuscire ad aprire una scuola professionale, per poter dare una speranza e un avvenire ai ragazzi che escono dagli istituti”. Sarà per la luce d’agosto che entra prepotente dalla finestra, ma gli occhi di Paola sembrano ancora più ridenti e lucidi. Il rumore dei cocci della bottiglia sul selciato richiama il tintinnio delle croci sulla collina. Vilnius, città bellissima dalle cento chiese e dai bianchi palazzi, svela nella notte il suo dolore segreto. Le voci si trasformano in un canto sguaiato, che s’allontana piano per vie sconosciute, fino a diventare silenzio. Con gli occhi aperti, attendo l’alba che viene. | |
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