Basquiat: una mostra alla Triennale di Milano che urla un desiderio di amore
di Elisabetta Ponzone
Se Basquiat avesse incontrato Lucia Castelli non sarebbe morto così in fretta. Sicuro.
Basquiat è il Jean-Michel, classe 1960, amico di Andy, il Warhol di New York, quello che i critici amano definire come il Picasso dei giorni nostri. La Lucia, invece, è la dottoressa Castelli, classe ‘57, della provincia di Cremona, che da anni vive nel cuore dell'Africa nera per cercare di portare la pace nelle menti dei bambini che hanno vissuto la guerra. Prima operando in un orfanotrofio in Rwanda per il genocidio e poi in Nord Uganda per l'organizzazione italiana Avsi a caccia di incubi che invadono pensieri e ricordi di quelle piccole creature che hanno avuto la sfortuna di essere state rapite da feroci guerriglieri e costrette a diventare bambini soldato, imbracciando armi a volte più alte di loro, marciando per ore infinite o assecondando i vizi dei comandanti.

Nella grande capanna le matite tracciano velocemente i contorni delle violenze subite. I colori e i tratti sono gli stessi di Basquiat. "Uno dei primi lavori che facciamo per tirare fuori i loro drammi" - dice la Castelli - "è il disegno". Coltelli e machete. Capanne e chiese infuocate. Segni. Segnali. Tratti. Cartelli. Occhi sbarrati, ferite insanguinate, bocche cucite: chiuse, come quelle dipinte da Basquiat, con sbarre di ferro che sembrano non voler lasciare uscire le parole. Silenziosi pensieri urlanti incompresi da una umanità, sorda e rumorosa, che eleggeva ogni notte un dio, nudo e diverso nella New York senz'anima degli Anni '80.
Mucche, coltelli. Teschi. Danger, broken glass. Sangue. Fuego. Negritudine. Zac zac. Stessi disegni, stesse paure. Dalla boscaglia di Kitgum, dove una appena nata ma già fragile pace sta cercando di far dimenticare gli orrori subiti da migliaia di piccoli soldati, alla Factory di Andy Warhol di allora, dove l'artista era considerato pubblicità e mai uomo. E Basquiat invece lo era. Un angelo divorato dallo star system.
Se per oltre vent'anni in Nord Uganda i ribelli rapivano i bambini, vent'anni fa la società americana poteva essere anche più feroce.

Ma quale forza bisogna avere per guardare dritto negli occhi un bambino che ti sta dicendo che è stato obbligato a uccidere?
“La forza della certezza che c’è sempre una speranza, nonostante quello che ha vissuto – . Risponde da Kampala,la capitale ugandese, Lucia Castelli, il dottore dei “bambini ugandesi” - E’ l’unica cosa che ti permette di ascoltare senza disperarti, poi puoi anche piangere con lui, ma è un pianto di comprensione, di liberazione, non di disperazione!”

L’essere umano può sempre trovare la felicità?
“Certo, perché è fatto per la felicità. Direi che può sempre cercarla. Perchè c’è. Perché ci è stata promessa nel momento che qualcuno ha deciso che venissimo al mondo. E’ talmente un bisogno basilare che non ho mai visto nessun bambino senza questo desiderio”.

Perché una dottoressa decide di mollare tutto e partire per curare l’Africa?
“Perchè dopo la prima esperienza ha visto che le conveniva! Che veniva “curata” lei stessa stando in Africa. Io sono contenta di stare qui perchè ogni giorno vengo richiamata al fatto che la vita non è mia e quindi neanche la soluzione dei problemi è mia… E’ talmente grande e umanamente incomprensibile il bisogno che si incontra che sei obbligato a chiedere a un Altro e a ricordarti che non ti fai da sola. E’ la cosa più conveniente della vita, perchè da soli non si arriva da nessuna parte”.

Quando Lucia Castelli torna in Italia cosa la fa più arrabbiare?
“Il traffico!...scherzo, ma forse no, nel senso che mi fa arrabbiare la frenesia con cui tutti ormai fanno le cose senza neanche chiedersi perché.”

Generazioni future: i giovani medici di oggi partono per l’Africa o preferiscono il posto fisso in ospedale?
“Temo che preferiscano il posto fisso in ospedale visto le difficoltà che abbiamo a trovarne qualcuno. Nel mondo delle comunicazioni e della solidarietà internazionale non c’è più nessuno che da’ un pezzo di sè per gli altri, del suo tempo, delle sue competenze. Essere solidali tutti sono capaci dicendo ciò che sarebbe giusto fare, ma dare del tuo (che è la vera solidarietà perchè è l’amore!) nessuno lo fa… Forse anche perchè nessuno lo riceve. Non puoi dare quello che non hai!”

Colleghi: il medico dei paesi ricchi divide i pazienti in solventi e in quelli della mutua … Il paziente è solo più un budget e nulla di più. Un po’ come il Basquiat visto solo come artista e nulla di più. L’ospedale è una vera e unica azienda che deve fare profitti. Le visite durano 3 minuti, non hai neppure il tempo di guardare in faccia il paziente o il medico.

Se qui da noi non si muore più per morbillo o malaria come in Uganda, si muore per abbandono. Dove stiamo andando? Non è il caso, forse, di fermarci e pensare?
“Basterebbe chiedersi seriamente perché si è voluto diventare medico. In fondo al cuore di ognuno c’è il desiderio di aiutare un altro e in fondo uno fa il medico per questo, per salvare le vite! Per dare risposte a domande difficili come le malattie, la morte…ma poi ci si dimentica e si entra nell’ingranaggio. Forse basterebbe richiedersi (seriamente): ma perchè ho voluto fare il medico? Cosa mi ha spinto a fare questa scelta?”

E cosa ha spinto Lucia Castelli a fare il medico?
“Per aiutare gli altri, per consolare gli afflitti, per curare i malati”.

Basquiat dipingeva, graffiava, disegnava. Scriveva, riproduceva. Suonava. La sua arte era contaminazione. Ossessione. Tracce. Not for sale aveva inciso sull'uomo bianco vestito di nero accanto al nero nudo incatenato. Testa. Monkey. Ishtar. Un'aureola gialla. Una nera. In God we trust. Una corona. La sua. Infantile e delicata. "Qui a scuola anche se sbagli nessuno ti uccide". Lo ha detto Scovia, 8 anni di Kitgum, mentre disegnava accanto alla maestra durante i corsi di recupero psicosociale per i bambini traumatizzati dalla guerra. Un passato terribile. Una storia feroce, eppure con la speranza di farcela chiaramente incisa sul foglio.
Perché insieme. Perché accanto. Perché si può.
Se i disegni del passato di Scovia tratteggiavano il dolore, quelli del presente desiderano una vita normale. Serena.
Scovia non sarà mai ricca e famosa. Però viva. Perché non sola.
Basquiat è morto di eroina a soli 28 anni, perché nessuno ha avuto la misericordia di amarlo.





La mostra Con questa mostra alla Triennale di Milano, dopo quella dedicata ad Andy Worhol del 2004 e quella su Keith Haring del 2005, si chiude idealmente a Milano un trittico-affresco sulla New York degli Anni ’80.
Titolo: Jean-Michel Basquiat Show
Luogo: Triennale di Milano
Data: Fino al 28 gennaio 2007
Catalogo: Skira



Bambini-soldato: un libro edito da Pubblicità Progresso e realizzato da Moruzzi’s Group di 144 pagine a colori che raccoglie i disegni realizzati dagli ex bambini-soldato del Nord Uganda durante corsi di recupero psicosociale coordinati dallo staff di AVSI, organizzazione non governativa italiana presente nel paese da oltre 20 anni. Disegnare, per i bambini è una forma di espressione ed è una parte importante del loro processo di recupero.
Per ordinarlo: Pubblicità Progresso, Milano, tel. 02.58.30.44.48
Per sostenere AVSI: tel. 02.6749.881 – www.avsi.org
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