INCIDENTE AEREO IN RD CONGO – Per non dimenticare le mamme di Birere
da Goma, Edoardo Tagliani, responsabile AVSI
15 aprile 2008 - E’ un martedì qualunque ed è da poco passato mezzogiorno.
Il frastuono assordante dei quattro motori che decollano alla volta di Kinshasa è un rumore usato. Nessuno, a Goma, capoluogo del Nord Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, fa più caso ai macilenti velivoli che si alzano ed atterrano sfiorando le case.
Al massimo, si volta la testa in direzione del lago, per guardare la macchina volante che arranca con affanno di fumo nero dai reattori.

Questa volta, però, qualcosa non va. La sagoma dell’aereo non si staglia sopra l’orizzonte del Kivu. I motori hanno cessato di ruggire. E in lontananza, dopo un boato sordo, risuonano inconsuete grida di panico e terrore.
Il DC9 si è inciampato nell’aria di Goma e si è schiantato nel mezzo della città.

Le prime agenzie di stampa battono notizie imprecise: parlano d’un velivolo precipitato sul quartiere residenziale di Himbi. Quello con i lussureggianti giardini a bordo lago. Quello dove vivono gli uomini bianchi. E parlano di 81 morti e chissà quanti feriti.
Magari si fosse trattato di Himbi. Il quartiere è Birere.
Un formicaio brulicante di colori e mercati. Zona popolare, fatta di mamme che per strada vendono riso e verdura provenienti da Nord. Scarpe, tessuti, ferramenta.
Birere è il cuore pulsante di Goma. E’ la zona del mercato povero, della compravendita d’acqua e bibite. E’ un mare di gente che contratta e cammina, che discute prezzi e trasporta mercanzie. Quasi tutte donne, accompagnate da bambini. Birere è San Babila di sabato, all’ora dello struscio. Quando passeggiare significa schivare la folla.
Le notizie cambiano in poche ore. Una velina dice che i morti, fortunatamente, sono solo 30.
Assurdo. Inverosimile. Ma il web ci crede e trasmette la nuova verità mediatica.
Birere no. Non ci crede affatto.

Perché Birere sanguina sotto la carcassa dell’enorme velivolo, ancora in fiamme dopo lo schianto. Birere accenna un urlo soffocato, seppellito dalle macerie. Chi cerca un parente, chi lo piange, chi guarda attonito il solco tracciato dalla carlinga.
I soccorritori parlano di almeno 350 vittime. Sono uomini della Croce Rossa, della polizia locale, dell’esercito dei caschi blu. Ma le radio insistono: 30 cadaveri.
Poco importa. In un Paese in guerra da quasi 20 anni, in un Paese dove l’anagrafe è un opinione statistica, 30 o 300 non fa differenza.

Birere riprenderà a vivere come sempre ha fatto. Come dopo l’invasione del 1996, i combattimenti del ’98, le epidemie di ebola e colera, l’eruzione del Nyragongo del 2002, che l’aveva seppellito per metà. Tra qualche settimana soltanto, le povere case di legno e lamiera verranno ricostruite, coprendo l’ennesima scia di sangue da due lire, perché è sangue degli ultimi, dei miseri, di quelli senza voce. Di quelli che il web non sanno neanche cosa sia. Non possono mandare una mail per dire la loro.
Birere tornerà a sfoggiare la sua danza di colori di mamme e di ciarlare di bimbi, con la caparbietà, il coraggio e la speranza che contraddistingue chi ha già visto tutto, vissuto tutto. Di chi sa che le cose non cambieranno tanto in fretta e che, dunque, ricominciare in silenzio è d’obbligo, perché protestare è inutile.

In fondo è solo l’ennesimo massacro ‘inesistente’. Niente Tv a riprendere le fiamme, niente dirette in prima serata. Tra qualche tempo parrà persino che quell’aereo non sia mai caduto. Se Orwell potesse vedere, declasserebbe il suo “1984”: da fantascienza a cronaca. Nera.
E’ questo il meccanismo semplice che consente di sfruttare, affamare e sterminare interi popoli. Basta far finta di niente. Voltare la testa. Se fosse possibile, probabilmente, qualcuno disegnerebbe nuove cartine dell’Africa con dei grossi buchi al posto di tanti Paesi. Non esistono. Se si potesse anche cessare d’insegnarli a scuola, nell’ora di geografia, allora sarebbe proprio fatta.

Non ci si può preoccupare di qualcosa che non esiste.
Le mamme di Birere non esistono.
Chi ha letto fino qui, ha soltanto perso tempo.
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