Magie e frecce: i pigmei vanno alla guerra nella foresta del Congo. Reportage su Corriere della Sera

Pubblicata il 11 aprile 2017

Nuova immagine

Da circa un anno è guerra aperta con i bantu. E sono proprio gli stregoni a supervisionare la preparazione del veleno per le frecce dei pigmei. Nomadi contro sedentari dunque, cacciatori che invadono le terre dei contadini, due opposte concezioni dell’individuo e del suo rapporto con il mondo che lo circonda: un conflitto infinitamente antico e allo stesso tempo tragicamente attuale. E sul terreno con la popolazione un progetto per far dialogare le due comunità.
di Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera a Goma

GIUNGLA DEL TANGANYIKA (Congo). Prima di ogni magia lo stregone Mampuia invoca il demonio e gli spiriti delle piante battendo le nocche della mano destra sul legno del tavolo di fronte alla sua capanna di paglia. Ritma le sue formule recitate ad alta voce, entra come in trance. Quindi, da alcuni barattoli di plastica estrae gli ingredienti. «I brandelli dei serpenti velenosi sono ridotti in polvere e sparsi sul terreno per favorire il raccolto. Le radici delle alghe nel fiume servono per curare l’ernia. Gli uccelli carbonizzati sono utili per scacciare il malocchio dalle capanne. Ma i giovani cacciatori devono pagare per i miei interventi. Non curo chi non paga», spiega mentre allontana con un gesto frettoloso Mukugumbila, un 32enne visibilmente malato di lebbra (ha i piedi piagati e le dita delle mani in cancrena) che gli chiede aiuto ma non ha nulla per compensarlo. Il giovane se ne va mogio. Non protesta. Del resto, come potrebbe?

«Non curo chi non paga». Nessuno nel villaggio di Mwaluka può criticare Mampuia. La sua fama è immensa. È l’erede di una lunga genia di «mambui», lo stregone, il guaritore, il mago che traduce in positivo l’animismo del pigmei e fa della natura un alleato contro gli odiati bantu, l’etnia maggioritaria della regione che ha trasformato loro, gli abitanti originari del Congo da tempo immemorabile, in minoranza perseguitata. «Siamo stanchi di essere umiliati, offesi, sfruttati, trattati come schiavi. I bantu si prendono le nostre donne, le violentano, usano i nostri bambini per i lavori più umili. Abusano di noi come fossimo animali», dice rabbioso Mampuia e con lui le decine di pigmei che abbiamo incontrato per una settimana tra il verde incantato delle foreste che dal lago Tanganyika si allungano per centinaia e centinaia di chilometri dalla cittadina di Kalemie sino a quelle di Nyunzu, 200 chilometri più a ovest, e quindi Manono, Kabalo, Kongolo, oltre alle decine di villaggi raggiungibili soltanto con settimane di marce a piedi su piste e tracce di sentieri spesso invasi dall’acqua durante la stagione delle piogge. Di questi periodi oltretutto il suo ruolo è particolarmente accresciuto.

La guerra contro i bantu. Da circa un anno è guerra aperta con i bantu. E sono proprio gli stregoni a supervisionare la preparazione del veleno per le frecce dei pigmei. A Mwaluka e negli altri villaggi visitati nell’area di Nyunzu e persino tra i campi di sfollati verso Kalenie si sono occupati di controllare che la raccolta di semi di Bulembe, una liana che cresce lungo i corsi d’acqua, fossero al punto di maturazione giusto affinché mischiati con olii di palma e altri vegetali risultino particolarmente letali. Mampuia ha anche la fama di conoscere l’antidoto del Bulembe. «Ai nostri eroi feriti ordino di bere una pozione a base di miele e zucchero di canna. Se non lo fanno, muoiono veloci entro le due e sei ore, il loro sangue marcisce e il cuore si ferma come quando sei morso da una vipera», confida. La versione bantu è invece ben spiegata da Hubert Kanza Vutiba, sindaco cattolico di Nyunzu. «Il problema non può essere risolto senza che i pigmei non scelgano di abbandonare le loro tradizioni. Da sempre sono cacciatori. Ma stanno finendo gli animali selvaggi. Così rubano nei campi coltivati dei bantu e uccidono le loro mandrie», dice.

Gli animali selvaggi sono pochi. Non ci sono più leoni o belve feroci, se non nei grandi parchi nazionali protetti, dove del resto le guerre tribali locali non aiutano il lavoro dei ranger. Scarseggiano le gazzelle, anche le scimmie sono sparite da queste immense foreste. Non ne abbiamo incontrata neppure una dove una volta si moltiplicavano in libertà. Quando arriva la carne d’ippopotamo o facocero si fa festa grande, tanto sono rari. Secondo i pigmei è invece ancora relativamente semplice trovare serpenti boa, di cui sono ghiotti. Intanto i bantu reagiscono, organizzano comitati di auto-difesa nei villaggi. Ma i pigmei sono combattenti eccezionali, si camuffano nella foresta, piccoli, agili, veloci, vivono di bacche, hanno una resistenza inaudita. Così hanno quasi sempre la meglio sui bantu, bruciano i loro villaggi, uccidono chi non fugge, a meno che i bantu non siano armati di mitra con il sostegno di esercito e polizia. «Dall’estate scorsa ci sono stati quasi 500 morti e almeno 2.500 feriti. Gli sfollati sono oltre 70.000, in stragrande maggioranza bantu», spiega Patrick Zongia, medico all’ospedale regionale, dove negli ultimi tempi hanno dovuto specializzarsi nel curare le ferite da freccia, oltre che da colpi di machete o coltello.

Cacciatori contro contadini. Quanti tra loro si stanno unendo al flusso di migranti che risale l’Africa verso l’Europa? «Tra i pigmei pochissimi. Ma i bantu sono ormai tanti, anche se nessuno li conta», rispondono i sacerdoti della Caritas a Nyunzu. Nomadi contro sedentari dunque, cacciatori che invadono le terre dei contadini, due opposte concezioni dell’individuo e del suo rapporto con il mondo che lo circonda: un conflitto infinitamente antico e allo stesso tempo tragicamente attuale. Raccontarlo è un poco come tornare alle origini stesse della guerra, agli uomini erranti del Neolitico che si scontrano con le prime società agricole. La brutalità sembra immutata. «Noi tagliamo i cadaveri dei bantu in due, li apriamo per il lungo come pesci. Loro invece tagliano i genitali dei pigmei, senza differenze tra donne e uomini», dice Bualelo Salanga, quarant’anni, noto capo militare pigmeo. Ma nel Congo di oggi questa antica dinamica è molto più complessa. La corruzione del governo e i conflitti regionali bloccano lo sviluppo, paralizzano economia, trasporti ed integrazione sociale.

Il progetto per far dialogare le due comunità. Ne sanno qualche cosa i responsabili dell’organizzazione non governativa italiana Avsi, che da tempo guidano un progetto per promuovere il dialogo tra le due comunità. «Finanziamo tra l’altro la costruzione di infrastrutture ad uso comune, come strade, depositi, mercati, scuole, dove la manodopera è mista. Favoriamo corsi di alfabetizzazione femminili, con almeno il 40 per cento di pigmee», spiega Daniela Capoferri, una delle responsabili Avsi a Kalenie. I pigmei in generale accolgono bene il «musungo», il viso bianco. Anzi, l’entusiasmo con cui chiedono di avere aiuti solo da occidentali e nessuna mediazione da parte di funzionari congolesi pare contraddire tutti gli adagi anti-coloniali. «Solo voi bianchi siete corretti, onesti. I congolesi legati al governo sono sempre ladri», ripetono forte in più occasioni. Ma il Paese è in ginocchio. Le coste ubertose sui lati congolesi dei grandi laghi stranamente importano carote e altre verdure dalla Tanzania. Il tratto di ferrovia costruiti ai tempi del re belga Leopoldo ben oltre un secolo fa tra Kalenie e Nyunzu una volta era percorso in circa sei ore, adesso almeno il triplo è la norma. La corrente elettrica arriva a singhiozzo ovunque. La polizia appena può spilla bustarelle ai civili. A Nyunzu circa duecento profughi pigmei bivaccano nei capannoni di mattoni del cotonificio abbandonato belga. Sembra che il tempo sia andato a ritroso. I vecchi macchinari arrugginiti dell’Ottocento paiono paradossalmente all’avanguardia vicino ai falò dei profughi che oggi vivono come fossero all’età della pietra.

Torna a: Notizie