Siria: si muore più per mancanza di cure che per le bombe. La risposta con Ospedali Aperti

Pubblicata il 10 febbraio 2017

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Dopo quasi sei anni di guerra, il sistema sanitario siriano è giunto al collasso. Stime Onu parlano di 11,5 milioni di persone che non hanno accesso alle cure sanitarie, il 40% delle quali sono bambini. Sono due milioni le persone senza cure ad Aleppo e oltre un milione a Damasco. Nel Paese solo il 45% del personale sanitario che lavorava prima dell’inizio della crisi è attivo, 658 i sanitari rimasti uccisi. Per la mancanza di ostetriche oggi in Siria circa 300 mila donne incinte non possono avere cure adeguate. La carenza di medicine e ricambi per macchinari medici, causata anche dalle sanzioni internazionali, impediscono le cure ai malati cronici.

Per garantire assistenza sanitaria anche ai più poveri e ai più vulnerabili, l’Avsi lancia il progetto “Ospedali aperti”. Una risposta concreta agli appelli di Papa Francesco e del nunzio a Damasco, cardinale Mario Zenari. Quest’ultimo sarà a Roma il 16 febbraio, al Policlinico Gemelli, per il lancio del progetto.
Di Daniele Rocchi da AgenSIR

Si chiama “Ospedali aperti” ed è il progetto messo a punto dalla Fondazione Avsi allo scopo di “potenziare tre ospedali cattolici siriani (due a Damasco e uno ad Aleppo), offrire la formazione dei medici, la disponibilità dei macchinari necessari, ma soprattutto garantire le cure anche ai più poveri”. In tal modo l’ong, che nella sua missione si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa Cattolica, vuole rispondere ai costanti appelli di Papa Francesco a favore della “martoriata Siria” e al richiamo del nunzio apostolico a Damasco, cardinale Mario Zenari, che ha cercato vie concrete per aiutare il Paese mediorientale: “In Siria – ha dichiarato – stanno morendo più persone per l’impossibilità di curarsi, che sul campo di battaglia. Sono due milioni le persone senza cure ad Aleppo e oltre un milione a Damasco, solo per citare le città più grandi: vittime dei bombardamenti, ma anche malati cronici, malati di mente, donne incinte e bambini”.

I tre nosocomi sostenuti in Siria sono quello Italiano e il francese “St Louis” a Damasco, l’ospedale “St Louis” di Aleppo, strutture, spiegano dall’Avsi, “individuate in virtù della loro capacità di offrire servizi di alto livello e in tutte le specializzazioni mediche. Attualmente sono strutture che dispensano servizi pari a meno della metà delle loro potenzialità, a fronte di un bisogno sempre crescente da parte della popolazione delle due città”. Il progetto di Avsi punta a potenziare le attività delle strutture “fino al 90% delle loro capacità, quindi agevolando l’accesso della popolazione alle cure sanitarie e assicurando ai pazienti più indigenti cure ospedaliere e ambulatoriali gratuite”.

Sanità al collasso. I numeri. Dopo quasi sei anni di guerra, il sistema sanitario siriano è giunto al collasso. Le stime più recenti dell’agenzia dell’Onu Ocha parlano di 11,5 milioni di persone che non hanno accesso alle cure sanitarie. E il 40% sono bambini, ovvero quattro milioni e mezzo di minori. Le infrastrutture sanitarie ancora in funzione, secondo quanto riferito da Avsi, “versano in condizioni drammatiche, anche a causa delle difficoltà di accesso alle forniture di elettricità, carburante e acqua potabile, e devono fare i conti con l’ormai cronica carenza di risorse umane e materiali. Si stima che il 58% degli ospedali pubblici e il 49% dei centri sanitari pubblici siano chiusi oppure solo parzialmente funzionanti e che più di 658 persone che lavoravano in queste strutture siano rimaste uccise dall’inizio della crisi”. A causa dell’emigrazione massiccia che ha coinvolto la popolazione siriana in questi anni, il numero di specialisti rimasti negli ospedali è “oggi insufficiente a far fronte alle richieste di cura. Secondo alcune stime, è ancora attivo nel Paese solo il 45% del personale sanitario che lavorava in Siria prima dell’inizio della crisi”.

Tra i risvolti più drammatici di questa emergenza sanitaria la mancanza di ostetriche, “si contano circa 300.000 donne incinte oggi in Siria non in grado di ricevere cure adeguate” e la mancanza di medicine. “Molte industrie farmaceutiche e centri di stoccaggio per le medicine – denuncia l’Avsi – sono stati distrutti e le infrastrutture non colpite hanno tuttavia smesso di funzionare con regolarità a causa della grave carenza di risorse umane specializzate e di materie prime”.

Una situazione che colpisce tutte le fasce di popolazione, e in particolare “mette a rischio la salute, e in alcuni casi la vita, delle persone affette da malattie croniche, che hanno bisogno di terapie continue”.

Anche per questo motivo che la speranza di vita in Siria si è “drasticamente ridotta di 15 anni per gli uomini e 10 per le donne”.

Le conseguenze dell’embargo. A complicare di più le cose sono le sanzioni alla Siria. Le limitazioni, dicono all’Avsi, “non riguarderebbero formalmente gli aiuti umanitari, ma di fatto l’embargo rende più difficile l’importazione di medicinali e di pezzi di ricambio per i macchinari medici. Dato il ‘double use’, sanitario e militare, che potrebbero avere, vengono bloccati. E non bastano certo i contributi economici, sia statali che privati, già scarsi, a rispondere adeguatamente ai bisogni di tutta la popolazione, specialmente la fascia più povera già esposta a possibili epidemie legate alla difficoltà di accesso all’acqua, all’energia e ai servizi igienici.

È soprattutto a loro, ai più indigenti, ai piccoli, alle madri sole, ai feriti, che Avsi lancia il progetto “Ospedali Aperti” che sarà illustrato a Roma giovedì 16 febbraio (ore 11.30), presso il Policlinico “A. Gemelli” alla presenza dello stesso mons. Zenari, di monsignor Giampietro Dal Toso, segretario delegato del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umani integrale, di Joseph Fares, direttore dell’Ospedale Italiano di Damasco e di rappresentanti di Avsi e del Policlinico Gemelli.

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