Dal Sussidiario.net: UGANDA – John Makoha: ecco la nostra risposta a Joseph Kony

Pubblicata il 12 marzo 2012

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domenica 11 marzo 2012

“L’Uganda dal 2006 a oggi sta attraversando un periodo di relativa pace. Oggi il problema più urgente non è catturare Joseph Kony, ma aiutare i 2 milioni di ex sfollati a ritornare a condurre una vita normale, ottenere uno stipendio dignitoso e offrire un’educazione ai loro figli. Senza che qualcuno si prenda cura di queste persone, anche se il feroce ‘Signore della Guerra’ dovesse essere giustiziato, presto in Uganda sorgerà un nuovo Kony”.

E’ il commento di John Makoha, direttore di Avsi Uganda, al video “Kony 2012” che su YouTube è già stato visto da 70 milioni di utenti in tutto il mondo. Un filmato di circa mezz’ora, realizzato dall’organizzazione non profit “Invisible Children”, su cui il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, si è espresso in termini entusiastici: “L’America continuerà a combattere contro l’Esercito di Resistenza del Signore (Lra)”, cioè la formazione militare di Kony che costringe i bambini-soldato a combattere armati di kalashnikov.

Makoha, che cosa ne pensa del modo in cui il video “Kony 2012” racconta il dramma dei bambini-soldato?

Per le molte persone che in Uganda hanno fatto esperienza di Kony, un film non è abbastanza. Questo film in particolare auspica la cattura di Kony, e sono molti i miei connazionali che desiderano che sia fatta giustizia. Ma la vera emergenza sono le numerose persone che, dopo avere vissuto in guerra per oltre 26 anni, dal 2006 hanno visto tornare una relativa pace. Molti di loro hanno abbandonato i campi profughi, dove in precedenza erano state ospitate fino a 2 milioni di persone, e ora stanno iniziando a stabilirsi in vere e proprie case. Per queste persone la cosa più importante è assicurarsi i mezzi di sussistenza. AVSI ha sostenuto oltre mille famiglie per aiutarle a tornare nelle loro abitazioni, cercando di favorire la creazione di piccole attività imprenditoriali per consentire loro di sopravvivere e fronteggiare una serie di difficoltà e malattie che non si erano viste in precedenza. Tra questi il “morbo del nord”, che sta affliggendo le regioni settentrionali del Paese.

Per la maggioranza degli ugandesi questi problemi sono molto più pressanti della cattura di Kony. Che cosa è cambiato in Uganda dal 2006 a oggi?

Il principale problema oggi è la crisi finanziaria che sta colpendo anche il resto del mondo. Molti ugandesi inoltre hanno lasciato i campi profughi, dove trovavano una risposta alle loro varie necessità, e sono tornati nelle loro case. Queste ultime sono luoghi privi di tutto, spesso lontani dalle scuole e da qualsiasi servizio medico. Finora c’è stata una pace relativa, nel senso che non c’è più la guerra, ma nello stesso tempo è molto difficile riuscire a vivere in modo dignitoso. Dal 2006, da quando cioè si sono tenuti i colloqui di pace in seguito ai quali Kony ha abbandonato la parte settentrionale dell’Uganda (per stabilirsi in Sudan, ndr), le cose nel Paese sono molto cambiate. AVSI è impegnata ad aiutare gli ex bambini-soldato.

Quali sono stati i passi avanti compiuti da questi bambini grazie al vostro sostegno?

I bambini rapiti sono stati oltre 20mila, cui se ne sono aggiunti molti altri coinvolti nel conflitto in diversi modi. Oggi però molti di loro sono tornati alla loro vita quotidiana come molti altri bambini, e ne condividono gli stessi bisogni: l’educazione, l’acqua potabile, i mezzi di sostentamento, una fonte di reddito per le loro famiglie. AVSI quindi sta sostenendo le comunità a costruire le loro case e ad avere accesso all’acqua potabile. Abbiamo aiutato le amministrazioni locali a organizzare in modo adeguato il sistema sanitario, ma nello stesso tempo c’è la necessità di creare delle fonti di reddito. Le famiglie degli ex sfollati devono trovare un modo per guadagnare qualcosa e riuscire così a rispondere ai loro più diversi bisogni, ed è su questo che AVSI si è concentrata. Dal mio punto di vista Kony è un esempio del fatto che se non ci impegniamo per sostenere l’umanità di queste persone, in futuro ci possiamo aspettare l’arrivo di un nuovo Kony. E’ molto più importante quindi prenderci cura delle persone, perché è a partire da questo che è possibile creare un ambiente dove la pace sia sostenibile.

Quali possono essere le conseguenze psicologiche del video “Kony 2012” per gli ex bambini soldato?

Questi bambini hanno subito una serie di traumi. Per quanti di loro si sono lasciati alle spalle la guerra e hanno trascorso le notti nei boschi, con marce forzate o fuggendo da chi li voleva uccidere, quel dramma resterà per sempre davanti ai loro occhi. E’ questo il motivo per cui è molto importante sostenerli, accompagnarli e garantire loro un’educazione. Posso comprendere quanto sia giusto e importante catturare Kony. Ma è ancora più importante il fatto che nel Nord dell’Uganda ci sono 2 milioni di ex sfollati che stanno cercando di tornare alla loro vita normale. In particolare c’è un’intera generazione di ragazzi che hanno vissuto la loro infanzia sotto la guerra, e che oggi vorrebbero frequentare la scuola e condurre la vita tipica di qualsiasi bambino normale. Per loro occorre quindi fare molto di più che per gli altri bambini.

Qual è stata la sua esperienza di questi 26 anni di guerra?

A colpirmi sono stati soprattutto i bambini-pendolari che ogni mattina dovevano attraversare lunghe distanze per andare a scuola, proprio perché all’epoca c’erano pochi luoghi dove era sicuro trascorrere la notte. Tra questi c’erano gli ospedali missionari, dove i bambini si recavano ogni sera per dormire e ricevere qualcosa da mangiare. Inoltre i punti dove i servizi erano disponibili erano scarsi, perché molte delle organizzazioni non profit non potevano avventurarsi in molte parti dell’Uganda settentrionale, per il timore che il loro personale fosse rapito dai ribelli. E’ stato quindi un periodo inquieto, senza pace, durante il quale le persone non potevano uscire in giardino, o sentirsi sicure nelle loro case, e quindi erano costrette a fuggire altrove.

(Pietro Vernizzi)

 

UGANDA: AVSI e l’impegno per la normalità che avanza

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